Si Bovajanod ac Partenope
genuerunt nunc apud Rosètum pulchra Rusellae Prilis lacus urbs eum tenet
§
Mnemosyne quae ei tardius reddidit olim univorsum unumque dedit
§
nunc tria corda alia habet ad Samnium Petrae et Veteris eius telluris et Neapolim Priscam Civitatem Argentarium atque Tusciam vors§cecinit Patris Matrisque Verbum Animalia, Rura arvaque et Amicos magis quam secunda aut advorsa fata amavit
§
Naturam nobis vi bis contructam data est: Ratio et Cor
§
tamquam Chiro Achillis Magister centaurus habemus effigiem
§
equum nigrum atque candidum nobis ferendos etiam in uno itinere§durum sed jus omnium non unìus hominis§hodie ei Pegaso ex uno duo cras vobis Centauro Akillis magistri olim nunc unius hominis cordis discipulo
§
ad VI Apriles Kalendas MMVII
§
advorsa fata vitanda omnibus eis aiona optemus
§
omnes Januario fratres sororesque illo tempore fuerunt cum Pontifex Maximus 'benedictionem tibi tuisque' ei misisset Karol
§
sik id fiat
§
homo est nihil humanum a se alienum putat sicut Publius Terentius Carthaginiensis ac
velut Undecius Merid Janus
et eius Felix Terra
§
Katoontdj@ Tellus
§
Fra le caratteristiche comuni agli uomini di tutte le regioni della Terra, troviamo l' uso della lingua e del linguaggio come strumento di comunicazione.
La lingua parlata, il linguaggio o ‘parole’, è presente ovunque, mentre la lingua scritta, la ‘langue’, è codificata e attestata solo in certi tipi e stadi di cultura.
Con la nascita dell’alfabeto, o comunque di qualche sistema di scrittura che inizialmente dobbiamo immaginare quale un sistema di segni che imitassero e raffigurassero oggetti o metafore di concetti e idee, ha inizio quella che si chiama ordinariamente epoca letteraria o storica, e che ricopre una fase sensibilmente breve della permanenza dell’uomo sulla terra. Va osservato anche che ogni animale, ogni oggetto dell’universo ha un suo modo di parlare, un suo linguaggio e forse addirittura un suo limitato alphabeto, ma l’uomo per fretta e superficialità quasi sempre ignora queste silenziose espressioni di linguaggi lontani, che a volte si fanno suoni veri e propri, come quelli degli animali, ben più intelligenti e sapienti di quanto si creda. § §
Occorre rispetto e amore per ogni linguaggio, altrimenti anche il nostro, che forse è il più complesso e artefatto proprio perché esprime un mondo interiore più lacerato e conflittuale, risulterà così vario, astruso e incomprensibile un giorno, come avvenne a Babele, che non riusciremo più non solo a capirci, ma neppure a intuire quale lingua parliamo.
Gli animali, contrariamente a quanto si pensa, hanno un sistema di comunicazione efficace, vario ed unico per tutti gli individui di qualsiasi contrada e paese della Terra.
In pratica hanno realizzato da sempre un vecchio sogno dell’uomo, quello della unificazione dei codici linguistici e del superamento della differenziazione linguistica.
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Quando l’uomo fu creato, immagina Dante, un grande poeta ma soprattutto un grande linguista, espresse la sua prima parola.
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§ §
Gridò la sua riconoscenza a Dio, il suo ‘fattore’.
Unire un significato astratto, la riconoscenza, ad un suono foneticamente articolato, il significante, arbitrariamente espresso, volontariamente e intenzionalmente formulato, volle dire creare l’elemento minimo complesso della lingua parlata, la parola.
E questo si ripeterà sempre, ogni volta che un essere emetterà un segno a cui attribuirà un senso e un significato. Accadrebbe anche se fosse cieco e muto. Non per nulla quella che chiamiamo letteratura è stata creata da un cieco che forse neppure conosceva alfabeti.
Tutto questo solo da poche migliaia di anni si è trasformato in codice linguistico normativo e lessicale, in testi scritti in varie forme, in vocabolari, grammatiche e sintassi, in biblioteche e da poco in altri sistemi di scrittura digitale e computerizzata.
Entrambe furono privati della libertà, furono l’uno schiavo e l’altro esule, ma non si privarono mai della loro libertà della mente, della loro capacità intellettuale, della loro intelligenza. Questa era la loro Firenze e la loro Atene. La loro
Gli uomini però possono comunicare anche per mezzo di altri segni linguistici: i gesti, le fumate degli indiani d'America, i tamtam delle tribù primitive, i cartelli della segnaletica stradale, le espressioni del volto etc… In linea di massima si può dire che qualsiai segno a cui si attribuisca un significato comprensibile può entrare a far parte di un sistema di segni suscettibile di un ordinanento convenzionale formando quindi un codice, con un lessico ed una sintassi, delimitato ad un gruppo di individui.
Quel gruppo che deliberatamente, ‘arbitrariamente’, ossia con un preciso atto basato sulla conoscenza e sulla convenienza, lo elegge, lo crea. lo forma e trasforma.
Un inguaribile economista potrebbe parlare di una sorta di ‘contratto informatico’, o comunicativo, di tipo linguistico.
E’ un contratto senza testo scritto né compromesso, paradossalmente da rispettare a cose fatte, con la creazione di ‘codici’ lessicale e grammaticali che nascono quando il linguaggio è già divenuto lingua scritta, magari letteratura, e necessita di una sistematicità normativa.
Questa, una volta affermate le sue regole e la natura dell’errore, sorgente in qualche caso dell’evoluzione linguistica ma anche limite, confine e fine delle competenze linguistiche, una volta stabilito il modo corretto dell’uso della lingua immancabilmente ne rappresenta anche in qualche modo un argine e freno alla ulteriore sempre imprevedibile trasformazione.
3. LA DOPPIA ARTICOLAZIONE DEL LINGUAGGIO:
Il linguaggio è una associazione di segni fonici o grafici significanti univocamente combinati con i relativi significati (idee - oggetti): un “insieme", insomma, del tutto "arbitrario" di simboli convenzionali ad ognuno dei quali viene associato un preciso campo di significati.
Simboli e significati mutano, nascono e muoiono, come tutte le altre cose.
** Come ogni oggetto, come ogni essere vivente, le parole hanno un loro corso vitale, nel quale è difficile anche riconoscere e distinguere la nascita dalla morte, tanto che spesso lessemi e fonemi ritenuti ‘estinti’ e abbandonati, gettati quasi nel dimenticatoio come un umile rifiuto, rinascono, rivivono e si riaffermano nel dominio linguistico, come risorti.
Questo ricorrente anche se misconosciuto fenomeno ci indica e ci insegna che in effetti non esistono in assoluto persone, cose e lingue morte, ossia nullificate e in eterno assenti e spente, perché esse, come gli uomini, rivivono nei figli, dormono apparentemente nel loro oblio e si risvegliano nell’uso e nella memoria affettiva.
Tutto quello che è veramente importante, è come un seme sotto la neve e la terra, quasi ignorato e dimenticato ma pronto a farsi pianta e fruttificare.
Quello che invece è già scoria e spazzatura, può rivivere e rinascere, essere rigenerato, come fa la Natura sempre con tutti, ed è sempre davanti a noi, in piena visibilità.
Prendiamo il messaggio " DIVIETO DI SOSTA ".
Possiamo dividerlo in tre " parti ", ognuna delle quali può essere usata in altre occasioni:
- divieto-…di sorpasso / il libro…-di- Luigi / ho fatto una lunga …- sosta -.
Inoltre uno qualsiasi di questi "segni" linguistici può essere a sua volta diviso: diviet-o; questa forma di divisione del linguaggio in unità successive fornite di significato è detta PRIMA ARTICOLAZIONE DEL LINGUAGGIO.
Ma ognuna delle unità individuate nella PRIMA ARTICOLAZIONE può essere divisa in unità più piccole PRIVE DI SIGNIFICATO.
Per esempio: "sosta" è formata da 5 unità: s-o-s-t-a, ossia da 5 FONEMI, ognuno dei quali fa distinguere questo segno da altri come p-osta, s-e--sta, so–r-ta, sos-i-a,. Questa è la SECONDA ARTICOLAZIONE DEL LINGUAGGIO, con cui dividiamo le unità significative nei singoli suoni che la compongono.
L'ATTO DELLA COMUNICAZIONE:
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Molteplici sono, come si è accennato, i tipi di comunicazione, ma noi ora ci interesseremo in prevalenza della comunicazione di tipo linguistico.
Perché avvenga una comunicazione linguistica è indispensabile la presenza di una persona che parli o che scriva, innanzitutto, che sarà l' EMITTENTE, o mittente, o trasmittente, ossia la fonte stessa dell’atto linguistico, il creatore del messaggio con un grado più o meno alto di intenzionalità e di volontarietà, in quanto nei diversi tipi di letteratura possiamo rilevare in chi si fa autore la presenza più o meno vistosa di una personalità ispiratrice condizionante o di una qualche committenza umana o divina.
Quello che questa persona ‘autore’ dice o scrive sarà il MESSAGGIO o DISCORSO.
La persona a cui il messaggio è destinato sarà il DESTINATARIO, o RICEVENTE.
Perché vi sia "comprensione", bisogna che la lingua usata di chi parla (o scrive, o telefona, o comunque trasmette) sia conosciuta da chi ascolta o legge. Si deve perciò usare un CODICE (il complesso di "segnali" le"parole" di un linguaggio o d'una lingua) comune.
*** *
La COMUNICAZIONE, una volta per così dire attivata dalla emissine di un messaggio da parte del mittente, può essere ostacolata da vari fattori (rumori; scarsa attenzione del DESTINATARIO o RICEVENTE; una precisa volontà di non entrare in comunicazione da parte del destinatario).
** *
Naturalmente la filosofia del linguaggio, più che la grammatica, studia ed esamina queste modalità che chiamerei glottosofiche, poiché riguardano la conoscenza, la sapienza della e sulla lingua.
Schema 1 : RUMORI (esempio: la lontananza; il chiasso nell'ambiente.) MITTENTE ... SEGNALE ... CANALE ... RICETTORE … MESSAGGIO
(la persona che (emissione (vibrazioni (apparato uditivo (articolazione parla - scrive) di suoni ) acustiche) di chi ascolta) di significati)
CODICE (la lingua parlata, come si- stema di simboli, nei quali ad ogni SIGNIFICANTE -suono/segno- corrisponde un SIGNIFICATO – concetto / idea _________________)
*** *** DESTINATARIO ( la persona che riceve il MESSAGGIO e trasforma i SIGNIFICANTI in SIGNIFICATI - concetti / idea ___ )
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Lo Schema 1 è riportato in G. BARBIERI, Le strutture della nostra lingua, La Nuova Italia, FI 1972, pag. 9. A. MARCHESE in Didattica dell'Italiano e strutturalismo linguistico, Principato, Mi 1973, pagg. 23 segg., riporta il seguente schema, proposto da R. JACOBSON (Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, 1966, p. 185):
A questi FATTORI della comunicazione, corrispondono le seguenti FUNZIONI del linguaggio, ossia diverse finalità d'uso del linguaggio:
INFORMATIVA POETICA EMOTIVA O ESPRESSIVA CONATIVA FàTICA METALINGUISTICA
5) LA FUNZIONE DELLA LINGUA: quando una persona rivolge il discorso ad un'altra, utilizza il linguaggio per diversi fini.
Per esempio:
"Mio fratello ha terminato il servizio militare e torna a casa questa sera"….. "Mi fa piacere questo, sono d'accordo"…… "Vieni questa sera a casa nostra”.
Chiamiamo "a", "b" e "c" rispettivamente le tre frasi.:
"a" informa d’un fatto avvenuto e d'un altro prossimo ad avverarsi; "b" reagisce esprimendo un parere personale; "c" esprime un invito, una esortazione.
Possiamo dire che ogni frase svolge una FUNZIONE tipica del linguaggio.
*** *
Le ‘ FUNZIONI ’ della lingua sono:
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1) INFORMATIVA, o ‘referenziale’, tipica del discorso storico e scientifico: "informa";
2) ESPRESSIVA, esprime contenuti ‘soggettivi’ e personali, non fatti e dati informativi. Tipica del linguaggio dei "poeti" e di chiunque voglia comunicare emozioni, sensazioni, sentimenti, stati d’animo;
3) CONATIVA o imperativa, sollecita gli altri a compiere determinate azioni. Tipica del linguaggio giuridico, "profetico", moraleggiante. Ve ne sono altre due, più specifiche e adatte a particolarissime situazioni:
4) FàTICA, per sollecitare l'attenzione di chi ascolta: “mi sono spiegato?” – “Va bene?” – “Pronto!?" (al telefono…);
5) METALINGUISTICA, quando il discorso riguarda (come ora) la lingua stessa, la definizione delle parole: è il linguaggio delle "grammatiche" e dei vocabolari. Infine, v'è una specialissima funzione, propria di chi tende a concentrare la comunicazione e l'espressione sulla "forma" dell'enunciato, sul fattore STILE. E' la funzione:
6) POETICA, tipica della poesia, , ossia arte e ispirazione. CLASSIFICAZIONE DEI FONEMI USATI IN ITALIANO:
SCHEMA 2
POSIZIONE DELLE LABBRA
Distese a arrotondate è ò e o i u anteriori posteriori
LE VOCALI:
Quando pronunciamo le vocali, vibrano le corde vocali. La diversità dei suoni dipende dalla posizione della lingua nella bocca o dalla forma delle labbra. Per le vocali i , è ( e chiusa) ed è ( e aperta ) viene tenuta più alta la parte anteriore della lingua. Per a, la lingua resta distesa. Per ò ( o aperta ), o (o chiusa ) ed u, viene tenuta più alta la parte posteriore della lingua .
Quanto alle labbra, esse sono arrotondate per la pronuncia della ò , e della u - sono in posizione intermedia per la a e sono distese per la è ,la e e la i .
LE CONSONANTI:
Si dividono in SORDE e SONORE.
Sono " SONORE " quelle che si pronunciano con vibrazione delle corde vocali : B; D; G; V; S (sonora); Z (sonora ); G ( palatale ); M; N; GN; L; GL (palatale ): R.
Sono " SORDE " quelle che non comportano vibrazione delle corde vocali: P; T; C ( velare ); S; (sorda ); Z; ( sorda ); C; ( palatale ); SC; ( palatale ).
Oppure, in relazione al LUOGO di articolazione, si dividono in: LABIALI : P; B; M (bilabiali ) - F; V ( labiodentali). DENTALI : T; D; N; L; R; S; Z;.
PALATALI : C; palatale ( c + e/i); G; palatale (g + e/i); SC; palatale (sc + e/i) GL; palatale (gl + i; gli + a , e, o, u) ; GN; palatale (gn + a, e, i, o ,u). VELARI : C; velare (c +a, o, u - c+ consonante; ch + e ,i; Q; (u) +a, e, i, o). Infine, secondo il MODO di articolazione, si dividono in: OCCLUSIVE: p; b; m; (bilabiali) - f; v (labiodentali) - t; d (dentali) - c; g (velari). AFFRICATE: z (dentale) - c, g (palatali). SIBILANTI: s, z (dentali) – gl (palatale). FRICATIVE: F,V (LABIODENTALI). LIQUIDE: r, l (dentale) – g l (palatale). NASALI: m (bilabiale) – n (dentale) – gn (palatale).
Nota:
la " h " è solo un "grafema", cioè un segno grafico, e non un fonema, ossia un suono vero e proprio. Distingue i suoni velari ‘ c ’ e ‘ g ’ davanti ad ‘ e ’ ed ‘ i ’ .
Ogni sillaba contiene almeno una vocale. Una parola può essere, in base al numero delle sillabe:
- monosillaba…………………….una sillaba (re, bar, per, di, a, da) - bisillaba………………………...due sillabe (mon - te; ar –t e) - trisillaba……………………...tre sillabe (pe – co - ra; r e – gi - na) - quadrisillaba……quattro sillabe (vo - g a - to -re; a – ma – to - re;) - polisillaba……………... più di 4 sillabe (in – ve – sti- - ga – to - re )
NORME PER LA DIVISIONE IN SILLABE:
Ogni consonante FA SILLABA CON LA VOCALE CHE SEGUE. Per esempio: ma - re; Le consonanti doppie si dividono: gat –t o; car - ro.
Quando si hanno gruppi di consonanti, la prima fa parte della sillaba che precede, le altre della sillaba che segue: con – so – nan - te. Fanno eccezione i gruppi di consonanti con cui può cominciare una parola: ..…. ma –e – stro; stro –fa ; ri -splen - de - re; splen - den – te.
DITTONGHI:
I gruppi di vocali fanno DITTONGO quando si pronunciano con una sola emissione di voce:
UO - mo; VIE - ni; AU - to.
Quando si pronunciano separatamente, si ha uno IATO: spi - a - re; le – o - ne.
DITTONGO = i \ u + VOCALE:
Uno IATO si forma anche fra a, e, o + u \ i quando ‘u’ oppure ‘i’ sono accentate: pa-ù-ra; vì-a; e nei DERIVATI DI TALI PAROLE: pa-u-ro-so.
7) L'ACCENTO: quando si pronuncia una parola, si mette in rilievo una sillaba. Questa intonazione più energica è detta ACCENTO.
PIANE : accento sulla penultima sillaba ... vedére
SDRUCCIOLE : accento sulla terzultima sillaba .... àlbero
BISDRUCCIOLE : accento sulla quartultima sillaba ... òrdinano
In genere l' ACCENTO si segna solo SULLE TRONCHE e sui seguenti MONOSILIABI:
è, né, sé, sì, di', dà, là, lì',
per distinguerli dagli o m o g r a f i ( omografo: che si scrive nello stesso m o d o ) : e, ne, se, si, da, di, li, la..
8) L'ENUNCIATO O PERIODO:
1. Tuo padre dice che partirà alle tre. Vado con lui. 2. Tuo padre dice che partirà alle tre. 3. Vado con lui.
n.. 1.= DISCORSO; N. 2. e 3.= ENUNCIATI o periodi.
4. Che caldo fa qui dentro! Non si potrebbe aprire un poco la finestra? 5. Che caldo fa qui dentro! 6. Non si potrebbe aprire un poco la finestra?
La frase n. 4 è un DISCORSO; le n.5. e 6. sono ENUNCIATI o periodi. I segmenti in cui si può suddividere un discorso ( 1. e 3. ), secondo i criteri dell' INTONAZIONE e della possibilità di inserire una pausa tra un segmento e un altro, si possono chiamare ENUNCIATI o PERIODI ( 2..- 3.- 5. e 6.).
9) L'INTONAZIONE: i tipi dell' INTONAZIONE sono tre: affermazione, esclamazione e domanda. Nelle frasi 2.. e 3. ‘cade’ alla fine dell'enunciato ed esprime affermazione. Nella 5. indica esclamazione. Nella 4. interrogazione o domanda. Nelle frasi 2.. e 3. troveremo un punto fermo : ‘ . ’ - a fine enunciato; nella 5. un punto esclamativo; ‘ ! ’ -; nella 6..un punto interrogativo; ‘ ? ’ - . I segni d'interpunzione ( . /punto; , /virgola; ; /punto e virgola; : /due punti; ….) sono simbolo grafici che servono ad indicare pause e diverse intonazioni a proposizioni e periodi.
Il PUNTO segna una pausa marcata e separa due periodi o due proposizioni:
… ‘Ei fu. Siccome immobile …’
La VIRGOLA indica una breve pausa e può essere usata:
a.per isolare un vocativo: "Stai tranquillo, Luigi, verrò appena è possibile"; b. per isolare un'apposizione con aggettivi e complementi: ‘Dante, il grande poeta fiorentino, fu esiliato’; c. per dividere due enunciati: ‘E' vero, non partì’; d. per separare le parole in un elenco (enumerazione): ‘l'aria era limpida, chiara, fresca’. Il PUNTO E VIRGOLA indica una pausa più lunga, rispetto a quella indicata dalla virgola, fra due frasi che si vogliono unire tra loro. Segna perciò una pausa APERTA nel contesto dello stesso periodo e della stessa proposizione: ‘la situazione era difficile; per questo decisi di rimanere’. I DUE PUNTI indicano che il periodo che segue spiega quello precedente. Possono precedere una enumerazione, un elenco. Sono d'obbligo per introdurre un DISCORSO DIRETTO ( riportato fra "virgolette"). Per es.: ‘ Giuseppe si alzò e disse: "Tranquillizzati, sistemerò tutto!" ’.
DEFINIZIONE DELL'ENUNCIATO: l' enunciato è un segmento di un discorso, contrassegnato da una particolare INTONAZIONE e seguito ( nonché preceduto ) da una PAUSA prolungabile.
10) IL DISCORSO, quindi, si divide in ENUNCIATI . Questi in PAROLE o ‘MONEMI ' . Queste si dividono in morfemi come: LUP - o; GATT – o che sono le UNITA' GRAMMATICALI MINIME . (Giovanna BARBIERI, op. cit.)
1). Con ……………………… un morfema = parola monomorfemica 2). Caten-a …………………… due morfemi = " polimorfemica 3). Con-caten-are …………… tre " = " " " 4). Con-caten-at-o…………….. quattro " = " " "
Più precisamente una parola si divide in queste parti :
prendiamo = parola o monema di nove grafemi (lettere) o fonemi (suoni) - prend = monema radice, LESSEMA (parte significante) o morfema lessicale.
- iamo = monema grammaticale ('desinenza’ o ‘terminazione’, in certi casi) oppure MORFEMA GRAMMATICALE, ossia INDICATORE della 'forma' della PAROLA: maschile, femminile, singolare, plurale, persona per il verbo, in questo caso.
Quindi per le parole, o MONEMI, soggette a variabilità nella parte finale, si riconoscono più parti. Una - centrale - indica significato.
Le altre- finali, indicano il genere, il numero, in certe lingue il CASO, o, per i verbi, il numero e la persona .
Questi sono ‘morfemi’ , e mutano la ‘FORMA’ (SIGNIFICANTE), non la 'SOSTANZA' ( SIGNIFICATO).
Sono il 'vestito', o la ' maschera' delle parole.
** *
I MORFEMI anteposti, ossia situati all'inizio del monema, prima del LESSEMA, sono dei prefissi. (particelle 'messe prima del tema’ ). Per esempio: con - catenare ; per - correre ... .
IL MORFEMA LESSICALE comune, ossia il LESSEMA, portatore del SIGNICATO BASE, rappresenta la parte - il nucleo - della parola ( monema ) che resta dopo aver tolto prefissi e suffissi ( morfemi grammaticali ), ed è la RADICE della parola (talora coincide con il TEMA, in casi particolari ). I MORFEMI aggiunti alla radice si dicono 'suffissi' con termine generico . Per esempio:
I morfemi- suffissi contribuiscono, come si diceva prima, a DIFFERENZIARE le CATEGORIE grammaticali : NUMERO – TEMPO - PERSONA - MODO e GENERE.
nota: ... se il SUFFISSO si unisce direttamente alla RADICE (lessema) , la parola può dirsi PRIMITIVA .
Se si unisce alla radice dopo un altro suffisso ( moferma grammaticale ), la parola si dice DERIVATA .
Per le osservazioni su "lessemi", "morfemi grammaticali”, ”morfemi lessicali" e "monemi" vedi: A. MARTINET, Elementi di linguistica generale, Universale, Laterza, Bari 1977, 1.9 pag. 23 e 4..20 pag. 137 e: A. MARCHESE - A. SARTORI, Il segno il senso - Grammatica Moderna della lingua italiana, Principato Editore MI 1975, pag. 33 .
12 * I SINTAGMI O GRUPPI - NOMINALI / VERBALI E PREPOSIZIONALI :
In un ENUNCIATO possiamo chiamare "SINTAGMA” (greco syntàksis ... composizione, cfr. syntàsso ... dispongo in ordine syntàksis ... sintassi, disposizione ordinata, in linguistica vale:messa in ordine metodica degli elementi d'un lingua)oppure “GRUPPO” NOMINALE (GN) ogni agglomerato (gruppo) di parole formato dall’ ARTICOLO (o DETERMINANTE) + NOME, dall’ARTICOLO + AGGETTIVO + NOME, oppure ARTICOLO + NOME + AGGETTIVO (DETERMINANTE o MODIFICANTE), o dal solo NOME (GN).
Possiamo chiamare SINTAGMA o GRUPPO VERBALE ogni gruppo di parole formato dal VERBO + ARTICOLO + NOME, dal VERBO + GRUPPO NOMINALE o PREPOSIZIONALE oppure infine dal solo VERBO (GV).
* il modificante in questo caso è ‘lessicale’, poiché modifica proprio in senso lessicale, apportando una direzione precisa al significato del nome.
chiameremo SINTAGMI I GRUPPI DI PAROLE, COLLEGATE DAL SENSO E DISPOSTE SECONDO LE REGOLE DELLO STILE, che trovano nel VERBO il loro “nucleo logico, sintattico e semantico centrale” .
F. s. = GN + GV = A(D) + N + V + A(D ) +N
*** *
I contadini ............... = GN (=A+N) Abbattono un pioppo ........ = GV (=V+GN2) = (V+A(D)+N) Abbattono .................. = VERBO (VERBALE) Un pioppo ................. = GN2 (=A(D)+N)
D N V GN2 D N i contadini abbattono un pioppo DET. NOME VERBO DET NOME
ART. NOMINALE ART. NOM.LE G.N.1 _ _ VERBO GN2____
DET.(ART) + NOME VERBO + DET(ART) + NOME
FRASE SEMPLICE
Chiameremo SINTAGMA o GRUPPO PREPOSIZIONALE quell’insieme di parole, collegate dal senso e concordanti fra loro, che siano rette da una preposizione. In pratica un ‘complemento indiretto’.
Tale sintagma o gruppo ‘preposizionale risulta formato da: PREPOSIZIONE (FUNZIONALE) + GN e rappresenta una ESPANSIONE, poiché amplia e arricchisce la presenza “semantica” di un monema
(parola: nome, verbo, aggettivo-modificante) nella frase).
Guida alla linguistica, Guida alla semantica e Storia della linguistica (2 voll.), tutti della UE Feltrinelli (n. 626 - 713 e 576/635 della collana ), nonché Didattica dell'Italiano e Strutturalismo linguistico, di A. MARCHESE, Principato).
§§ §
Schema 5: Phrase maker ( con GP = ESP ) F
GN1 GV
D N V GP
P GN2
D N
un uomo corre per la strada
qui il GN 1 è il SOGGETTO – il GN 2 è il GRUPPO NOMINALE che, con la PREPOSIZIONE, forma il GRUPPO PREPOSIZIONALE (C0MPLEMENTO DI MOTO PER LUOGO).
Nota: gli AVVERBI. Possono avere la stessa funzione dei GP: ad esempio:
il treno correva a gran velocità GN V GP ______ GP = prep\agg\nome = funzionale\modificante\ nome ____________________ ___________ _______________ GN GV
Nella frase possiamo SOSTITUIRE il GP “a gran velocità” con l’avverbio “velocemente”. Le preposizioni, con le congiunzioni e il pronome relativo, possono chiamarsi funzionali, o indicatori di funzione, perché collegano, mettono in relazione, indicandone appunto la ‘funzione’, GN con un verbo o GN con GP
( preposizione) o GN, GP e frasi tra loro (congiunzione).
Il pronome relativo funge da “raccordo” fra sintagma predicativo principale ed una subordinata.
I nomi rientrano nella categoria dei nominali, i verbi in quella dei verbali.
Gli articoli appartengono alla categoria dei determinanti o determinativi.
Aggettivi e avverbi a quella dei modificanti, perché modificano, precisano il senso di un nominale o di un verbale.
I verbi essere e avere ausiliari, i verbi servili e fraseologici sono modalità perché precisano un rapporto logico fra GN 1 / 2 e modificante nominale (nome del predicato) o fra GN 1 / 2 e verbale.
**** *
Seconda parte
1) La subordinazione: l’aggettivo.
Esaminiamo la frase: un grande albero fu abbattuto GN GV
un frondoso albero fu abbattuto GN GV
‘grande’ e ‘frondoso’ sono espansioni, ovvero subordinati o dipendenti concettualmente di ‘un albero’, che è il centro del GN, infatti possiamo eliminare questi due aggettivi o attributi, che sono determinanti o modificanti lessicali, mentre gli articoli sono determinanti grammaticali poiché accompagnano il nominale collocandolo grammaticalmente, senza modificare il significato, senza turbare la struttura della frase.
2) La subordinazione: sintagmi ‘centro’ e sintagmi ‘subordinati’.
Esaminiamo la frase: Un aereo incredibilmente grande volava a velocità supersonica __ ___ ____________ _____ _____ __________________ DG N D(M) DL V GP ___________________________ _______________________
Gruppo Nominale ___ Gruppo Verbale Frase semplice
‘Incredibilmente’ è subordinato di ‘grande’, determinante lessicale, che a sua volta è subordinato di ‘aereo’.
… … La funzione di questi ‘subordinati’ è quella di arricchire e completare il senso della parola a cui si riferiscono, allargandone, “espandendone” il campo semantico, oppure indirizzandole e precisandolo in determinate direzioni.
Se diciamo: un aereo di linea
il GP ‘di linea’ è subordinato del GN ‘un aereo’: è una sua ‘espansione’, perché ne delimita, ne precisa, ne espande il significato in una direzione determinata.
L’intensità semantica del GP ‘di linea’ si dirige sul GN ‘un aereo’. Avverbi, aggettivi, gruppi preposizionali sono perciò dei subordinati, delle espansioni dei GN, dei verbali, dei determinanti lessicali(aggettivi). Ossia: avverbi, aggettivi e GP sono espansioni, subordinati di GN, oppure di verbi e di aggettivi (verbali e modificanti).
3) Il soggetto: in un enunciato può essere posto un GN il cui nome è legato al verbo nel numero e nella persona. Tale nome, se si tratta di un nome, perché può essere un monema appartenente ad altre categorie, un aggettivo, un verbo,, un avverbio, un articolo e così via, è il soggetto del verbo. Si parla del sintagma che chiamiamo ‘gruppo nominale 1’ (GN1). Di solito mettiamo in italiano questo gruppo prima del verbo, ossia rendiamo una parola protagonista della frase e la leghiamo al verbo.
In taluni casi, come nell’ anacoluto ( dal greco senza collegamento ) , in cui il GN2 (il complemento oggetto comunemente detto) precede il GN1 (soggetto), che però riafferma la sua natura di
‘ protagonista ’
riagganciandosi con un pronome (nominale sostitutivo) al GN2.
Ad esempio: … Coloro che tramontano (GN2), io li (pronome = nominale sostitutivo) amo con tutto il mio amore: perché passano all'altra riva … …
( F. NIETZSCHE, Also sprach Zarathustra, Adelphi a.c. G. Colli, pag. 244 ) .
In questa frase il GN1 (=soggetto) è il pronome personale ‘io’. Un pronome sostituisce un nome, ed è quindi un nominale sostitutivo.
La frase è una trasformazione della frase complessa:
Sono Zarathustra ed amo … coloro che tramontano … con tutto il mio amore … perché passano all'altra riva ( perché passano all’altra riva = frase subordinata – ESPANSIONE FRASE CAUSALE).
Il pronome relativo (indicatore di funzione) " CHE " collega due frasi subordinandone una: quelli tramontano quelli passano all'altra riva Zarathustra ama Io sono Zarathustra
Io amo quelli …. amo quelli che passano …. all'altra riva. …. Amo quelli che tramontano …. Perché passano all’altra riva . “ PERCHE’ ” è ‘CONGIUNZIONE’. Indica una funzione causale.
E' un INDICATORE DI FUNZIONE e come tutte le "congiunzioni" subordinative, INTRODUCE UNA SUBORDINATA ( la ESPANSIONE FRASE corrisponde ad una ESPANSIONE "complemento" , ma CONTIENE - in più - UN VERBO ) .
Le ESPANSIONI COMPEMENTO sono introdotte da funzionali preposizioni e sono Gruppi Preposizionali .
Le ESPANSIONI FRASE sono introdotte da CONGIUNZIONI SUBORDINATIVE.
Le altre congiunzioni - quelle coordinative - servono a collegare tra loro frasi semplici (indipendenti, primarie, principali) o frasi\espansione (subordinate).
Tornando alla frase:
un cane salta un fosso….
GN1 GV D+N
V GN2
D+N
**
§ § §
“ un cane “ è SOGGETTO.
Il significato della parola " cane ” è il "protagonista" della frase, che fa da “ teatro contestuale ”.
Proviamo a dire: un fosso salta un cane ….
Suona strano ed assurdo. Ma non in un contesto diverso. In una fiaba, sarebbe "possibile". Non nella vita quotidiana.
*** In latino, o in greco si può mettere il GN2 (compl.oggetto) prima del verbo.
Perché i casi permettevano di conservare il senso complessivo e lo dirigevano logicamente nella frase. In latino posso dire:
Lupus hominem est / hominem lupus est / est hominem lupus.
Sarà sempre il lupo a nutrirsi, in questo tipo di indicazione. (Fs=Frase semplice=GN+GV).
‘Est’, in latino, vale anche ‘divora, mangia’, non solo ‘è, esiste …’.
Era l’accusativo ‘hominem’ che diceva ai ‘latini’ quale dei due significati dare al verbo, in questo caso.
Il soggetto compie l'azione …. Questa non è una affermazione giusta.
Se dico: …. L'uomo è mangiato dal lupo
- comprendo che "l'uomo" non compie, anzi, è "vittima" dell'altrui azione.
Sia permesso qui osservare che la retorica delle pecore ‘miti’, dei lupi ‘cattivi’ e dell’uomo sempre ‘vittima’, ma molto bene armata, ha portato in realtà all’estinzione del lupo, animale nobile, intelligente e socialmente elevato, nonché capace di linguaggio, ed al proliferare indiscriminato degli ovini e degli umani, frenato con sistemi che non è comunque da ‘homo gramaticus’ spiegare, anche per evitarne l’uòteriore diffusione.
**
§ § § § §
* Se dico: Don Abbondio è vile - Don. A. "compie". Se dico: Don Abbondio fu minacciato - Don. A. non è "attore" del senso dell'azione. Lo è solo "grammaticalmente".
E' il protagonista , la "parola" (Nome proprio, qui), messa in rilievo, proposta dall'attenzione dell'ascoltatore/lettore/RICEVENTE (destinatario del MESSAGGIO).
Questo, ove il soggetto sia espresso. Ossia quando la frase non sia imperniata su un verbo, o un'espressione, IMPERSONALE (piove …. è giusto fare così …. ) oppure quando il soggetto non sia sottinteso.
2) Le frasi: possiamo dividere ogni enunciato (periodo e discorso fra due punti) in parti corrispondenti ciascuna ad un GRUPPO VERBALE accompagnato da sintagmi (GRUPPI) NOMINALI e PREPOSIZIONALI SUBORDINATI (dipendenti) e comunque legati ad esso.
§
3) Chiamiamo FRASE ognuna di queste parti.
LE FRASI sono unite da
CONGIUNZIONI COORDINANTI
( INDICATORI DI FUNZIONE COORDINATA ), se unisco frasi semplici fra loro: di notte dormo e sogno (= due frasi semplici unite, coordinate = FRASE COMPOSTA…. ) o
SUBORDINANTI
se unisco uno o più SUBORDINATE (dipendenti, secondarie) a una FRASE SEMPLICE CHE FA DA REGGENTE / PRINCIPALE / INDIPENDENTE / PRIMARIA …. di notte dormo e sogno …. ‘Perché amo riposarmi pensando’.
“ Perché ” è un "indicatore di funzione", introduce una subordinata che arricchisce il "senso" della PRINCIPALE (di notte dormo) coordinata con l'altra frase semplice (anche "principale", ma aggiunta)….’e sogno’.
Le frasi sono unite da congiunzioni e separate da brevi pause segnate con virgole, in genere.
***
Nota:
** * Sono molto usate nel linguaggio parlato le “FRASI A SCHEMA MINORITARIO" (ossia a schema abbreviato, perché s'intuiscono gli elementi sottintesi già precedentemente pronunciati o facilmente ricostruibili):… "pronto!…." - " al diavolo!…" - "povero me!" - (enunciati derivanti da trasformazioni esclamative di : ‘io sono pronto’….etc). Oppure: "Dove vai?" - "a Scuola !" (enunciati usati nelle risposte, ove si sottintendono gli elementi intuibili).
Anche i titoli, i cartelli pubblicitari, le insegne sono "a schema minoritario": ‘più facile, sarà difficile’… ‘così bianco che più bianco non si può’… ‘chi vespa mangia le mele’. Così anche per enunciati emessi in momenti di fretta o di concitazione… "quella sciagurata!!…" …"un serpente!…"… et cetera.
4) COORDINAZIONE E SUBORDINAZIONE : Le frasi possono essere unite fra loro dunque dalle CONGIUNZIONI, per ‘polisindeto’ o da segni di punteggiatura, per ‘asindeto’. Ad esempio:…’noi studiamo e voi giocate’; ‘noi studiamo. Voi giocate’.
LE CONGIUNZIONI (funzionali) COORDINANTI uniscono anche, oltre a frasi, GRUPPI NOMINALI E PREPOSIZIONALI.
Ad esempio….: ‘ho incontrato Carlo e suo fratello’ … ‘ non ho visto né tuo padre né tua madre’.
Le congiunzioni COORDINANTI o COORDINATIVE principali sono le:
Occorre ricordare che : queste congiunzioni uniscono solo frasi o proposizioni principali , quando uniscono delle frasi.
Osserviamo ora quest'altra frase: ‘non uscimmo di casa per la pioggia’.
Il GRUPPO PREPOSIZIONALE "per la pioggia" è un "subordinato", una ESPANSIONE che "arricchisce" il senso della enunciato-base:
"( noi ) non uscimmo " “di casa " è complemento di moto da luogo, ‘espansione’ del verbo.
Al posto dell'espansione "per la pioggia" possiamo immaginare una frase intera, che sarà anch'essa in un
RAPPORTO DI SUBORDINAZIONE
rispetto all'enunciato - base (o centrale).
In questo caso AVREMO UNA ESPANSIONE FORMATA NON DA UN SEMPLICE AVVERBIO o AGGETTIVO o GP, MA DA UNA FRASE VERA E PROPRIA, che chiameremo
PROPOSIZIONE SUBORDINATA ( ESPANSIONE frase )
*** *
La frase da cui dipende si chiamerà PROPOSIZIONE PRINCIPALE o reggente, o in qualunque altro modo equisemantico
La frase : non uscimmo di casa per la pioggia… (GRUPPO PREPOSIZIONALE \ COMPLEMENTO DI CAUSA)
Diventa : non uscimmo di casa perché pioveva (ESPANSIONE FRASE CAUSALE)
Del GP (complemento) "per la pioggia"
Un altro esempio: …
Mario si alzò nonostante la febbre GN ________________ N V ____GP ____
GV
Il GP "nonostante la febbre" può essere sostituito con una frase SUBORDINATA, previa l'aggiunta d'un VERBO:
Mario si alzò, nonostante la febbre …
Mario si alzò, sebbene avesse la febbre
MARIO SI ALZO' : proposizione principale \ frase semplice. SEBBENE AVESSE LA FEBBRE: proposizione subordinata alla principale / Concessiva.
Il complesso della due frasi è una FRASE COMPLESSA ( = periodo).
** *
Nota :
le FRASI o PROPOSIZIONI SUBORDINATE sono introdotte da parole "invariabili", senza indicare morfematici di genere, numero, tempo, modo e persona, che chiamiamo CONGIUNZIONI SOBORDINATIVE
(indicatori di funzione subordinata), in quanto subordinano una frase, indicano un suo rapporto di
DIPENDENZA DA UN'ALTRA.
Le principali congiunzioni subordinative sono: Finali……………...: affinché, acciocché, che, perché, per.
Consecutive……….: tanto da, talmente da, tanto che, cosicché, sicché.
Casuali…………….: perché, giacché, che, siccome.
Temporali……….…: quando, che, allorquando, finché, mentre, allorché, dacché. *** *
Interrogative e Dubitative: che, se, perché, quando, come.
Modali……………..: come, siccome, quasi, comunque.
Eccettuativa………..: fuorché
Comparativa……….: come, siccome, piuttosto che, più che, tanto che.
** *
TERZA PARTE
A. LA PRODUZIONE LINGUISTICA:
1. LA FRASE E SUOI ELEMENTI: quali sono gli elementi INDISPENSABILI per costruire una FRASE ? Non basta mettere delle parole "insieme" per comporre una frase. Risulta perciò evidente che NON sono frasi le seguenti successioni di parole: dico sette cani che lepri ricorrono le…zampino gatta la va tanto lascia lo ladro ci al che…
PER COMPORRE UNA FRASE CHE ABBIA SENSO COMPIUTO O ALMENO VEROSIMILE, O CHE COMUNQUE "SIGNIFICHI QUALCOSA", ANCHE A LIVELLO FANTASIOSO E IMMAGIANARIO, DEBBO COMBINARE LE PAROLE IN UNA DETERMINATA REALAZIONE, in un determinato ORDINE fra di loro, in modo che ne risulti un SENSO da un lato STILISTICAMENTE ACCETTABILE e dall’altro semanticamente e logicamente COMPRENSIBILE.
Perché si verifichi questa data condizione, è necessario che in una FRASE trovino posto ALMENO DUE ELEMENTI INDISPENSABILI,
il SOGGETTO \ GN(1) \ GRUPPO NOMINALE UNO \ ed il VERBO \ GRUPPO VERBALE (predicato VERBALE).
2 .SOGGETTO E PREDICATO: per definire questi due elementi consideriamo le seguenti frasi:
a. Luigi e Maddalena hanno letto su una rivista una poesia interessante. b. I poeti, che strane creature, ogni volta che parlano è una truffa.
Le parole sottolineate sono, per ordine di successione,
SOGGETTO e PREDICATO VERBALE. GN1 (Gruppo o sintagma nominale Uno e Verbo).
*** *
Del SOGGETTO, si è già detto che è quella parola qualsivoglia che indica il "protagonista" della frase: sia uomo, essere animato, cosa, concetto o altro.
IL PREDICATO è un'espressione VERBALE. Nella frase: ‘a..’ è costituito dall'espressione "hanno letto". Nella : ‘b.’ da "parlano". La frase ‘b.’ (Francesco de Gregori - Le storie di ieri) contiene anche un anacoluto.
E' una trasformazione di :
ogni volta che i poeti parlano è una truffa: quando i poeti parlano \ i pocti sono strane creature.
I pocti parlano - dicono parole / i poeti sono "strane creature" le parole (di proprietà - di invenzione) dei poeti sono una truffa.
Si tratta di una FRASE COMPLESSA.
In questa frase, invece:
L'Italia è una repubblica
Il verbo (VR) ESSERE appare UNITO ad un NOME. Chiamiamo l'espressione " è una repubblica " PREDICATO NOMINALE.
" E' ” (classica 3^ Pers.Sing.pres.Ind. - voce del verbo essere ) in questa frase qu è "copula", ossia "unione, legame” , senza un suo proprio e preciso significato o valore semantico (come i verbi, detti appunto servili, potere, dovere, volere etc.).
"Una repubblica" è il NOME DEL PREDICATO.
Lo stesso sarebbe se dicessimo:
l'Italia è bella.
E' = copula; bella = nome del predicato. E' bella = predicato nominale, che meglio dovremmo chiamare:
modificante nominale.
*** *
Se invece dico: l'Italia è "in crisi", uso il verbo ESSERE con il significato di trovarsi , essere situato/a: l'Italia si trova in una seria crisi economica Quindi il VERBO ESSERE può essere "copula" e reggere un predicato nominale, oppure verbo con il senso di "esistere, trovarsi, esser situato, situata", e di conseguenza unirsi ad un GP (complemento).
Il soggetto, quindi, è l'elemento che esprime la persona, il concetto, la cosa messa in risalto.
Nella frase attiva spesso indica chi "compie" un'azione : Luigi legge. Ma non sempre:
Luigi prese il raffreddore o: Matteo non partì
Luigi e Matteo, più che agire in senso prorpio, subiscono, vivono uno stato o un evento dinamico e non compiono una azione consapevole.
Nella frase passiva il soggetto finisce col subire l'azione.
Ad esempio:
Catullo fu abbandonato da Lesbia.
Ma nella frase: Euridice fu rimpianta da Orfeo ….
Il piano grammaticale dice come "Euridice" subisca, mentre il senso ci fa intendere come Orfeo agisca spinto dalla costrizione e dal dolore.
Quindi per la "grammatica" in sé e per sé sono corrette ambedue le seguenti frasi: a. l’uomo paziente mangia la cicoria b. l'agnello feroce mangia il lupo
… Però per la frase: a. siamo nella "normalità", mentre per la frase: b. b. siamo sul piano dell'irreale, dell'incredibile.
** *
Sono i piani del realismo e dell'assurdo, dell'eccezionale e del quotidiano.
Quindi nelle definizioni, ma anche ordinariamente in qualsiasi sede, non dobbiamo mai confondere involontariamente e senza un motivo valido il "senso" con lo "stile".
** * Il soggetto (la parola in primo piano, " protagonista contestuale ") può essere accompagnato dal predicato nominale, in questo caso gli si attribuisce una qualità, uno stato particolare d'essere e di esistere.
* * Il predicato ha la funzione di dire, di enunciare qualcosa del soggetto.
5) STRUTTURA DELLA FRASE: vediamo ora di individuare la STRUTTURA della FRASE, cioè di verificare la come nella frase SI RISPECCHI IL MODO PROPRIO CON CUI IL PENSIERO SI ORGANIZZA E SI OBIETTIVA NEL FATTO DEL LINGUAGGIO.
6) Esaminiamo la frase:
il gatto di Luigi è bello.
Nella "struttura della frase" si può scoprire qualcosa che va al di là di una semplice successione di parole. Nel contesto del discorso le parole sono prodotte a gruppi di due, tre, quattro, e più. Fra questi gruppi esiste un legame particolare, determinato nel SENSO che VOGLIAMO dare alla frase. Questi gruppi che si formano spontaneamente nella nostra mente e che sono collegati del SENSO sono:
"il gatto " - “di Luigi" - “è bello”.
Infatti l' ARTICOLO (DETERMINANTE GRAMMATICALE) si riferisce come un dito puntato alla parola - "gatto".
La PREPOSIZIONE (INDICATORE DI FUNZIONE) "di" è legata al nome "Luigi".
Il verbo (qui: copula) si lega all'aggettivo (DETERMINANTE LESSICALE o "modificante") "bello", formando un PREDICATO NOMINALE o modificante nominale (=VERBO ESSERE ((copula)) + nome del predicato ((nominale/determinante lessicale)) In definitiva il ‘predicato nominale’ può essere chiamato anche
gruppo verbale modificante … oppure modificante nominale.
Si possono indicare i rapporti di dipendenza con questo sistema:
il gatto di Luigi è bello
GN GP GMN
GN (+GP) + GV
Fs
Questi GRUPPI DI PAROLE collegate dal SENSO si chiamano GRUPPI o SINTAGMI. I sintagmi nominale e preposizionale - "il gatto" - "di Luigi" - sono collegati fra loro formando un sintagma PIU' GRANDE: "il gatto di Luigi" (GN+GP). Inoltre il sintagma o ‘gruppo verbale modificante nominale’ "è bello" si lega al grande sintagma (o GN+GP) "il gatto di Luigi", formando un unico blocco, cioè una frase.
Possiamo a questo punto stabilire di chiamare il sintagma più grande "il gatto di Luigi" GRUPPO NOMINALE (GN), in quanto le parole che lo compongono ruotano intorno al nome " gatto ".
*** *
Il sintagma verbale può indicarsi come gruppo verbale (GV), perché è costituito da una forma verbale , a cui si può aggiungere un elemento nominale. Una FRASE è quindi composta da un GN e da un GV, come si può vedere dalla seguente formula:
Fs = GN + GV = Fs = frase semplice
4) STRUTTURA DEL PERIODO: Esaminiamo ora quell' insieme di frasi che è il periodo.
Scriviamo un periodo:
" Una volta, allorchè da studente cambiai di alloggio, dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza perché le avevo coperte di date " ( Italo Svevo )
Un periodo è composto di proposizioni (tutte contraddistinte da un soggettetto e da un predicato) fra loro collegate e che quindi, per intenderne la STRUTTURA, deve essere selezionato nelle varie proposizioni (o FRASI) che lo costituiscono..
** *
Queste proposizioni non sono tutte dello stesso valore.
Alcune sono autonome, nel loro significato ( le principali ) e le altre sono dipendenti da quella autonoma, perché da sole non hanno un senso compiuto si chiamano anche
secondarie, oppure dipendenti o anche subordinate).
Le dipendenti del periodo preso in esame sono:
"allorché da studente cambiai alloggio" … e "perché le avevo coperte di date".
La principale che esprime il fatto centrale ed è il centro del periodo, ha significato autonomo. Essa è "Una volta dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza".
Rispetto a questa le due proposizioni secondarie sono delle ESPANSIONI, perché esprimono FATTI COLLATERALI E SECONDARI, in qualche modo connessi con il fatto o la sitazione idealmente posti in posizione centrale, espresso dalla principale.
Anche nel periodo quindi, oltre che nella frase, esiste una struttura ordinata, per cui le frasi sono ordinate e collegate fra loro da rapporti di dipendenza "sintattica".
SINTASSI appunto si chiama lo studio delle relazioni che le parole hanno nella frase.
La SINTASSI DEL PERIODO studia i rapporti e le relazioni fra proposizioni principali e secondarie.
*** *
Schema esplicativo:
PRINCIPALE Una volta dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza
perché le avevo coperte di date = proposizione espansione frase secondaria causale
Nota: le SECONDARIE ( o DIPENDENTI, o SUBORDINATE ) sono ESPANSIONI introdotte da CONGIUNZIONI SUBORDINATE.
*** *
6) IL VALORE E LA FUNZIONE DELLE PAROLE:
E’ paradossalmente arduo dare una definizione di quel che chiamiamo ‘parola‘.
** *
Si potrebbe dire che è quell' insieme di suoni legati fra loro dal SENSO complessivo e dalla FUNZIONE che hanno nel contesto del discorso.
Per esempio la parola MELA è costituita dalla sequenza dei fonemi (lettere dell'alfabeto come si pronunziano): ‘ m - e - l – a ’ .
Questi suoni, pronunciati in questo ordine, indicano quel particolare frutto così chiamato: ne sono, insomma, il SIGNIFICANTE.
Il "FONEMA" è l'unità minima fonetica, cioè ogni singolo suono di una lingua, indicato con determinate "lettere" (grafemi, dal greco = scrivo). Ogni lingua alfabetica ha dei fonemi e dei grafemi particolari.
Vi sono parole che hanno un senso compiuto e altre che servono solo per indicare una FUNZIONE, ossia i rapporti fra le varie "parole" (MONEMI), come dei semplici cartellini segnaletici che suggeriscono al lettore un certo ' modo ' per interpretare le parole che seguono.
Prendiamo l'articolo (DETERMINANTE GRAMMATICALE) ‘ il '. Si tratta di una parola senza un senso preciso. Serve solo ad indicare e DETERMINARE la parola che segue. Quando dico 'il giardino', la paroletta 'il' serve per farci intendere che ‘il’ --GIARDINO-- da essa indicato non è ' un qualunque giardino', ma uno certo, determinato, distinto da altri. E' diverso dire 'il giardino del sultano' da … "ho visto un bel giardino". In questa ultima frase si vuole indicare in modo 'indeterminato' e vago 'un' giardino, perciò si usa il determinante " UN " (articolo ‘indeterminativo’). Queste 'parolette', e cioè gli 'articoli' (determinanti grammaticali) servono per indirizzare genericamente il SENSO di un'altra parola, restringendo o allargando il 'campo semantico e logico' di un termine .
Consideriamo ora la seguente frase: ‘l'automobile di Anna Maria è nuova’.
La paroletta 'di' indica un rapporto di appartenenza, in particolare l'appartenenza dell'automobile, che è 'di Anna Maria'. Questa paroletta indica una FUNZIONE : 'Anna Maria' è in funzione di 'automobile. Le PREPOSIZIONI perciò sono dette FUNZIONALI (o INDICATORI DI FUNZIONE). Si è già osservato che ad un Gruppo Preposizionale (ESPANSIONE \ 'complemento') corrisponde, fatta la dovuta trasformazione, a una FRASE SUBORDINATA. Le FRASI SUBORDINATE sono introdotte da CONGIUNZIONI SUBORDINANTI. Le congiunzioni, quindi, sono anch'esse INDICATORI DI FUNZIONE.
Ad esempio: non riuscii a scrivere la poesia ……… per mancanza d'ispirazione proposizione principale espansione causale
non riuscii a scrivere la poesia …… perché mi mancava l'ispirazione proposizione principale frase espansione causale subordinata
Nel primo caso si ha una FRASE SEMPLICE. Nel secondo una FRASE COMPLESSA.
FRASE COMPLESSA= Fs (PRINCIPALE) + X =SUBORDINATA
L'unione tra Fs e X è resa possibile dal FUNZIONALE (CONGIUNZIONE SUBORDINATIVA)
Le CONGIUNZIONI COORDINATIVE uniscono frasi semplici tra loro, formando FARSI COMPOSTE. Ad esempio: Luigi parla + Luigi cammina= Luigi parla e cammina
FRASE COMPOSTA= Fs + Fs ( + Fs…..)
Esistono altre parole, poi, che hanno un SENSO AUTONOMO, come: albero, cielo, strada.
Questi monemi indicano un oggetto reale, una persona o un'idea astratta, un concetto.
Si tratta di NOMI e sostantivi. Possiamo chiamarli NOMINALI .
I 'PRONOMI' possono 'sostituirli'. Sono anch’essi dei NOMINALI.
Ad esempio: Catullo vide Clodia e la salutò.
Gli AGGETTIVI sono monemi che si aggiungono ai NOMINALI (NOMI) per precisarne il SENSO.
Sono DETERMINATI LESSICALI, o LESSEMI MODIFICANTI in quanto apportano una modifica, una precisazione ad un nominale.
Il cielo può essere coperto, nuvoloso, celeste, arancione, 'azzurro', lontano….
Sono anche delle
ESPANSIONI,
come i 'complementi' , perché dirigono, fanno 'espandere' in una direzione il senso d'un nominale.
Un cane può essere ‘bello, feroce, mansueto’.
Può anche essere …: ‘di tipo belga, di Mario, da guardia' ….
Classificando le parole in base al loro valore e alla loro 'funzione' si è giunti a considerare le cosiddette PARTI DEL DISCORSO, che, per accennarle soltanto, sono le seguenti:
ARTICOLO = NOME = PRONOME = AGGETTIVO = VERBO
… parti variabili, in quanto al LESSEMA (TEMA - RADICE) possiamo aggiungere dei MORFEMI (prefissi e suffissi) determinando ' genere, numero, tempo e modo', come ad una 'base' stereofonica possiamo aggiungere diversi accessori per ottenere sofisticati 'effetti'.
… parti invariabili, perché non sono ' modificabili' con aggiunte di prefissi e suffissi. Possono, al massimo, agglutinarsi - o fondersi - con un'altra parola.
Ad esempio: DETERMINANTE.+ FUNZIONE.GRAMMATICALE.= DETERMINANTE FUNZIONALE - DI + IL = DEL …. Le PARTI VARIABILI sono suscettibili, quindi, di 'modificazioni '. In tal caso si parla di FLESSIONE per AGGETTIVI , NOMI , PRONOMI , e ARTICOLI.
Per i VERBI si parla di CONIUGAZIONE . NOME : a. – nome -lup-o (sing. M.)- lup-a (sing. F.) - lup-i (pl. M.) - lup-e (pl. F.): b. – aggettivo - buon-o (sing. M.) - buon-a (sing. F.) - buon-i (pl. M.) - buon-e (pl. F.).
c. – verbo :
pronome singolare pronome Plurale
IO CANT- O NOI CANT- ATE TU CANT- I VOI CANT- IAMO EGLI CANT- A ESSI CANT-ANO
6 ) INVERSIONE DELLA FRASE :
la frase "il treno arriva" può presentarsi anche nella forma arriva il treno
Diciamo allora che la frase ha subito una
TRASFORMAZIONE INVERSIONE (T.inv.)
Questa nuova 'struttura' (disposizione delle parole) si ottiene ponendo il SOGGETTO dopo il predicato.
Es. a) cadono le foglie (GV + GN) / da : le foglie cadono (GN + GV). Es. b) è arrivato mio zio (GV + GN) / da : mio zio è arrivato (GN + GV).
*** *
Questa struttura, che è meglio usare solo se nelle frasi è presente solo il GNI (soggetto), a mano che non si usi un ANACOLUTO (come prima detto), è FREQUENTE NELLE FRASI INTERROGATIVE .
Ad esempio …. : è necessaria questa spesa ? (GV + GN). …. La struttura 'normale' (GN + GV) è detta 'DIRETTA'.
6. LA COORDINAZIONE :
7) LA 'SOMMA' DELLE FRASI: si pensi ad un periodo di questo tipo:
Lucio studia. Lucio è diligente.
Sommando le due frasi ELIMINIAMO LA RIPETIZIONE DEL SOGGETTO ed otteniamo una FRASE COMPOSTA: ….
Lucio studia ed è diligente.
Abbiamo COORDINATO le due FRASI o PROPOSIZIONI PRINCIPALI.
Chiamiamo …. PRINCIPALI le due frasi perché possono essere separate da una forte pausa (' punto' o 'punti e virgola') e quindi sono AUTONOME.
La congiunzione che coordina le due frasi è la ‘ e ‘ , che fa parte delle CONGIUNZIONI COORDINATIVE .
8) SI TENGA PRESENTE IL SEGUENTE SPECCHIETTO:
a) FRASE SEMPLICE …. : GN + GV=(D+N) + V +(GN2) = D + N + V + D + N
*** *
b) FRASE COMPOSTA : SOMMA PER COORDINAZIONE DI DUE O PIÙ' FRASI SEMPLICI.
= Fs+Fs = (GN + GV) + ….
c) FRASE COMPLESSA:
unione di una \ o più \ Fs 'principale\i' con una \ o più \ 'subordinata\e'.
L'unione avviene per mezzo di FUNZIONALI SUBORDINANTI o CONGIUNZIONI SUBORDINATIVE = Fs + X (+ X + …. ) .
X è il simbolo della espansione frase subordinata o dipendente
- Catullo scrive poesie ………………………. FRASE SEMPLICE
- Catullo è un poeta ………………………… FRASE SEMPLICE
- Catullo scrive poesie ed è un poeta ………….. FRASE COMPOSTA
- Catullo è un poeta e scrive poesie ……….….. FRASE COMPOSTA
- Catullo scrive poesie perché è un poeta …… FRASE COMPLESSA
- Catullo è un poeta perché scrive poesie …... FRASE COMPLESSA
Così sono complesse le frasi del tipo …
Catullo è un poeta quando \ se scrive poesie
= una proposizione principale unita ad una subordinata da una congiunzione ( funzionale) subordinativa .
Le FRASI COMPOSTE e COMPLESSE hanno ALMENO DUE PREDICATI.
Es. a) Paul e John cantano.
Es. b) Paul scrive le parole e John compone la musica.
SOLO la SECONDA FRASE è' COMPOSTA, perché HA DUE PREDICATI (VERBALI, in questo caso). La prima frase è SEMPLICE perché LA CONGIUNZIONE unisce non DUE FRASI ma DUE NOMI. Il verbo della frase è uno ("cantano"), quindi la FRASE è UNA SOLA. Sarebbe una frase SEMPLICE ANCHE SE DICESSIMO:
Paul, cantante dei beatles, e John, appartenente allo stesso "gruppo", cantano? "Cantante" è participio presente.
Come "appartenente". Quindi le due ESPANSIONI FRASI in cui si trovano i participi possono considerarsi RELATIVI (cantante = che canta - appartenete = che appartiene).
La frase, invece:
Paul giovane di Liverpool, e John, suo concittadino, cantano
- è SEMPLICE, perché "giovane" e "concittadino" sono due ESPANSIONI che fungono da apposizione/attributo. Non sono verbi. Quindi, le ESPANSIONI rendono complessa la frase solo se sono a loro volta dei VERBALI.
"Cantante" e "appartenente" possono anche essere considerati "participi sostantivati". In questo caso, sarebbe SEMPLICE ANCHE LA PRIMA FRASE ANALIZZATA.
Ma il fatto che almeno uno dei due participi possa essere "trasformato" ci consiglia di considerarla COMPLESSA.
9) GLI " ALBERI " o STEMMI (PHRASE MARKERS = INDICATORI DI FRASE) :
Esaminiamo queste due frasi. a) Paolo e Maria leggono (GN + GN + GV) = Fs (frase semplice) b) Marco studia ed è diligente (GN + GV + GV) (il 2° GV è V Aus. + P. vo (“Predicativo = Nome del Predicato”) = *’predicato nominale’) = Frase composta. Schema n. 6 _________________Frase semplice (a)
GN GV
N F N V Paolo e Maria leggono
_________________ Frase composta (b )
GN GV N G V2
V F V determinante o
modificante nominale
Marco studia ed è diligente Nella frase (b) analizzata nel phraso marker (= indicatore di frase, perché rende visibile la struttura delle frasi e i rapporti logici grammaticali intercorrenti fra le "parole" ) il GV contiene due verbi:
un Predicato Verbale propriamente detto e un Determinante (o Modificante) Nominale, come si propone di denominarlo, chiamato anche ‘predicato nominale’.
Nella frase (a) la congiunzione (F=funzionale) ‘ e ’ lega due NOMI, che formano così un soggetto unico, composto. Nella frase (b) la congiunzione ‘ e ’ lega due VERBI, quindi potenzialmente due FRASI, poiché due verbi indicano la presenza di due frasi, coordinate fra loro: risulta un verbo unico, ma COMPOSTO e DOPPIO.
9) LA SUBORDINAZIONE: la FRASE COMPLESSA:
Osserviamo il seguente enunciato:
mentre osservavo le stelle, non mi accorgevo di un gruppo di amici che passava .
Si tratta di una frase complessa, formata da tre enunciati, fusi o uniti tra loro:
- Mentre osservavo le stelle - Non mi accorgevo di un gruppo di amici - che passava
I concetti espressi dai tre enunciati sono collegati fra loro. Diciamo dunque che in una frase COMPLESSA ogni enunciato è rappresentato e sostenuto dal verbo, così che nel su interno l’insieme degli enunciati si relazioni in un rapporto di subordinazione alla frase principale.
La PREPOSIZIONE PRINCIPALE è detta anche "Reggente" perché è NECESSARIA per la completezza della frase intera. La SUBORDINATA è detta anche "Dipendente", perché si appoggia alla principale o da essa dipende (è una sua ESPANSIONE FRASE).
Se infatti dicessimo: mentre osservavo le stelle (Espansione Frase Temporale),
fermandoci qui, non avremmo una frase di senso compiuto: si tratta di una frase subordinata che si "appoggia" alla principale e la colloca in un determinato spazio temporale.
La Frase Principale (che se fosse sola sarebbe una Frase Semplice) è:
non mi accorgevo di un gruppo di amici …
Questa Frase Semplice (da sola) ha un SENSO COMPIUTO , e potrebbe stare anche da sola , senza l'altra ESPANSIONE FRASE che l'accompagna e l'arricchisce.
IL RAPPORTO DI SUBORDINAZIONE è stabilito da INDICATORI DI FUNZIONE GRAMMATICALE (congiunzioni subordinate).
Le CONGIUNZIONI SUBORDINATIVE, come si è già accennato, hanno quindi una funzione diversa da quelle COORDINATIVE.
Se dico, infatti:
piove - e - sono triste
I due concetti formano una FRASE COMPOSTA. ……Se dico, invece……
sono triste - perché- piove
I due enunciati formano una FRASE COMPLESSA, perché l'enunciato "perché piove" dipende dall'enunciato sono triste : è una ESPANSIONE, una ESPANSIONE FRASE, una proposizione subordinata (x) .
L'Indicatore di funzione che unisce questi due enunciati è, quindi, un SUBORDINATORE.
Prendiamo due enunciati: cammino…. sto bene…. Posso coordinare i due enunciati: …cammino e sto bene…
Formando così una frase composta.
Posso inoltre, introducendo un subordinatore, formare una FRASE COMPLESSA, in cui un enunciato (frase, proposizione) dipenda dall'altro in rapporti diversi (di fine, di causa, di tempo, etc…).
- cammino per stare bene/ mangio affinché stia bene/ mangio perché sto bene/ mangio quando sto bene….
LE FRASI SUBORDINATE, QUINDI, INTRODUCONO UN'IDEA CHE CONDIZIONA ARRICCHISCE, SPIEGA QUELLA DELLA FRASE PRINCIPALE.
§§ §
Schema n. 7 FRASE COMPLESSA
Fs = PRINCIPALE o reggente FRASE X = ESPANSIONE FRASE SUBORDINATA
GN F GV
GN V N V V (io) leggo affinché (io) impari “ “ per “ imparare frase espansione finale_________________________ “ leggo perché “ imparo “ “ giacché “ “ “ “ siccome “ “ frase espansione causale________________________ “ “ quando “ imparo “ “ finché “ “ \ i frase espansione temporale______________________ “ “ tanto \ così da “ imparare “ “ in modo tale che “ impari frase espansione consecutiva____________________ “ “ se “ imparo “ “ a patto che “ impari frase espansione condizionale___________________
Chiamando ‘X’ la frase espansione condizionale possiamo scrivere la seguente formula:
Frase complessa =GN+GV+X(+X+X…)
Nota:
la ‘frase espansione‘ può essere implicita se ha il verbo all’infinito, al participio o al gerundio, esplicita se ha invece il verbo all’indicativo, al congiuntivo o al condizionale.
SINTASSI DEL PERIODO:
LA FRASE SEMPLICE (Fs) può essere rappresentata con la formula :
Fs = GN + G V
Il GN è un insieme di parole che si appoggiano alla ‘parola centro’, a quella che indica il ‘protagonista’ della frase, il ‘soggetto’, mentre il GV è un insieme di parole che dipendono dal verbo.
Per esempio:
il cappotto di Antonino è molto bello
GN ESP V +Modificante Nominale GN GV
La FRASE COMPLESSA è invece costituita da un enunciato principale e da uno dipendente (o subordinato), che rappresenteremo con una ' X '.
Ripetiamo la 'formula' della F. COMPLESSA = Fs + X.
Ricaviamone una frase complessa:
. . . . il portiere si lanciò sull'avversario per fermarlo
F complessa … … = ( Fs ) + ( . . X )
GN = il portiere GV = si lanciò sull'avversario
Fs = GN + GV
Per fermarlo: frase espansione finale implicita
_ per = indicatore di funzione _ fermare = verbale _ lo = (quello) = GN = nominale
. . . . . e ancora:
• oggi non esco perché piove. _ io = GN _ oggi non esco = X (frase principale negativa) _ perché piove = espansione frase causale esplicita (subordinata)
Nota: la SUBORDINATA può anche trovarsi prima della principale: . . . quando piove, mi sento triste . . .
Frase complessa = X + GN + GV
** *
Talora la FRASE ESPANSIONE SUBORDINATA si trova inserita fra GN e GV:
. . . l'attore, per essere più chiaro, ripeté la battuta . . .
F. compl. = GN + X + GV
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RIASSUMENDO :
Abbiamo tre tipi fondamentali di frase:
a) frase semplice: è detta anche 'indipendente', perché ha senso compiuto Fs = GN + GV = . . . Luigi legge . . .
b) frase composta: è formata da più frasi semplici fra loro coordinate. Fc = GN + GV + FUNZ. + GN + GV = . . . Luigi scrive e legge . . .
c) frase complessa: è formata da una proposizione principale (Fs) e da una espansione frase ( proposizione subordinata ).
Fc = GN + GV + X = . . . Mara legge il giornale mentre Luigi dipinge . . . Fc = X + GN + GV = . . . Mentre Luigi dipinge, Mara legge il giornale . . . Fc = GN + X + GV = . . . Mara, mentre Luigi dipinge, legge il giornale . . .
I tipi più frequenti di SUBORDINATE (FRASE ESPANSIONE) sono i seguenti:
In genere la FRASE ESPANSIONE SUBORDINATA prende il nome dalla congiunzione indicatore di funzione (FUNZIONALE ) che la introduce.
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** *
LE TRASFORMAZIONI :
scriviamo una frase semplice:
…. Gli uomini amano la giustizia ….
È' una frase "DICHIARATIVA". Enuncia un fatto che può essere o non essere vero e tuttavia viene presentato come un dato di fatto.
In questa FRASE BASE, frase di partenza, possiamo applicare le seguenti TRASFORMAZIONI:
INTERROGATIVA (NEGATIVA) * DICHIARATIVA ESCLAMATIVA (PASSIVA) o ESPOSITIVA IMPERATIVA (ENFATICA)
Lo specchietto indica che posso rendere la frase base:
* Interrogativa: Gli uomini amano la giustizia? * Esclamativa: Gli uomini amano la giustizia! * Imperativa: Gli uomini amino la giustizia!- Uomini! Amate la giustizia!
Ognuna di queste "trasformazioni" può essere resa:
** negativa: *** Gli uomini non amano la giustizia. (Forse che ) gli uomini non amano la giustizia? gli uomini non amano la giustizia! gli uomini non amino la giustizia! (uomini! Non amate la giustizia!)
… *** passiva:
*** la giustizia non è amata (oppure: è amata) dagli uomini (forse che) la giustizia è amata (o: non è amata) dagli uomini ? La giustizia non (o: è) è amata dagli uomini ! La giustizia non sia (o: sia) amata dagli uomini !
…. *** enfatica:
**** la giustizia, gli uomini la amano ( o: non la amano ) la giustizia, la amano gli uomini? ( o: non la amano gli uomini?) la giustizia, gli uomini non la amano! (o:la amano!) la giustizia, la (o:non la) amino gli uomini!
**** *
Quindi le trasformazioni ‘interrogativa, esclamativa e imperativa’ operano su di una frase\base dichiarativa. A queste poi si aggiungono, con innumerevoli combinazioni possibili, le trasformazioni ‘negativa, passiva e enfatica’.
Fra le caratteristiche comuni agli uomini di tutte le regioni della Terra, troviamo l' uso della lingua e del linguaggio come strumento di comunicazione.
La lingua parlata, il linguaggio o ‘parole’, è presente ovunque, mentre la lingua scritta, la ‘langue’, è codificata e attestata solo in certi tipi e stadi di cultura.
Con la nascita dell’alfabeto, o comunque di qualche sistema di scrittura che inizialmente dobbiamo immaginare quale un sistema di segni che imitassero e raffigurassero oggetti o metafore di concetti e idee, ha inizio quella che si chiama ordinariamente epoca letteraria o storica, e che ricopre una fase sensibilmente breve della permanenza dell’uomo sulla terra. Va osservato anche che ogni animale, ogni oggetto dell’universo ha un suo modo di parlare, un suo linguaggio e forse addirittura un suo limitato alphabeto, ma l’uomo per fretta e superficialità quasi sempre ignora queste silenziose espressioni di linguaggi lontani, che a volte si fanno suoni veri e propri, come quelli degli animali, ben più intelligenti e sapienti di quanto si creda. § §
Occorre rispetto e amore per ogni linguaggio, altrimenti anche il nostro, che forse è il più complesso e artefatto proprio perché esprime un mondo interiore più lacerato e conflittuale, risulterà così vario, astruso e incomprensibile un giorno, come avvenne a Babele, che non riusciremo più non solo a capirci, ma neppure a intuire quale lingua parliamo.
Gli animali, contrariamente a quanto si pensa, hanno un sistema di comunicazione efficace, vario ed unico per tutti gli individui di qualsiasi contrada e paese della Terra.
In pratica hanno realizzato da sempre un vecchio sogno dell’uomo, quello della unificazione dei codici linguistici e del superamento della differenziazione linguistica.
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Quando l’uomo fu creato, immagina Dante, un grande poeta ma soprattutto un grande linguista, espresse la sua prima parola.
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Gridò la sua riconoscenza a Dio, il suo ‘fattore’.
Unire un significato astratto, la riconoscenza, ad un suono foneticamente articolato, il significante, arbitrariamente espresso, volontariamente e intenzionalmente formulato, volle dire creare l’elemento minimo complesso della lingua parlata, la parola.
E questo si ripeterà sempre, ogni volta che un essere emetterà un segno a cui attribuirà un senso e un significato. Accadrebbe anche se fosse cieco e muto. Non per nulla quella che chiamiamo letteratura è stata creata da un cieco che forse neppure conosceva alfabeti.
Tutto questo solo da poche migliaia di anni si è trasformato in codice linguistico normativo e lessicale, in testi scritti in varie forme, in vocabolari, grammatiche e sintassi, in biblioteche e da poco in altri sistemi di scrittura digitale e computerizzata.
Entrambe furono privati della libertà, furono l’uno schiavo e l’altro esule, ma non si privarono mai della loro libertà della mente, della loro capacità intellettuale, della loro intelligenza. Questa era la loro Firenze e la loro Atene. La loro
Gli uomini però possono comunicare anche per mezzo di altri segni linguistici: i gesti, le fumate degli indiani d'America, i tamtam delle tribù primitive, i cartelli della segnaletica stradale, le espressioni del volto etc… In linea di massima si può dire che qualsiai segno a cui si attribuisca un significato comprensibile può entrare a far parte di un sistema di segni suscettibile di un ordinanento convenzionale formando quindi un codice, con un lessico ed una sintassi, delimitato ad un gruppo di individui.
Quel gruppo che deliberatamente, ‘arbitrariamente’, ossia con un preciso atto basato sulla conoscenza e sulla convenienza, lo elegge, lo crea. lo forma e trasforma.
Un inguaribile economista potrebbe parlare di una sorta di ‘contratto informatico’, o comunicativo, di tipo linguistico.
E’ un contratto senza testo scritto né compromesso, paradossalmente da rispettare a cose fatte, con la creazione di ‘codici’ lessicale e grammaticali che nascono quando il linguaggio è già divenuto lingua scritta, magari letteratura, e necessita di una sistematicità normativa.
Questa, una volta affermate le sue regole e la natura dell’errore, sorgente in qualche caso dell’evoluzione linguistica ma anche limite, confine e fine delle competenze linguistiche, una volta stabilito il modo corretto dell’uso della lingua immancabilmente ne rappresenta anche in qualche modo un argine e freno alla ulteriore sempre imprevedibile trasformazione.
3. LA DOPPIA ARTICOLAZIONE DEL LINGUAGGIO:
Il linguaggio è una associazione di segni fonici o grafici significanti univocamente combinati con i relativi significati (idee - oggetti): un “insieme", insomma, del tutto "arbitrario" di simboli convenzionali ad ognuno dei quali viene associato un preciso campo di significati.
Simboli e significati mutano, nascono e muoiono, come tutte le altre cose.
** Come ogni oggetto, come ogni essere vivente, le parole hanno un loro corso vitale, nel quale è difficile anche riconoscere e distinguere la nascita dalla morte, tanto che spesso lessemi e fonemi ritenuti ‘estinti’ e abbandonati, gettati quasi nel dimenticatoio come un umile rifiuto, rinascono, rivivono e si riaffermano nel dominio linguistico, come risorti.
Questo ricorrente anche se misconosciuto fenomeno ci indica e ci insegna che in effetti non esistono in assoluto persone, cose e lingue morte, ossia nullificate e in eterno assenti e spente, perché esse, come gli uomini, rivivono nei figli, dormono apparentemente nel loro oblio e si risvegliano nell’uso e nella memoria affettiva.
Tutto quello che è veramente importante, è come un seme sotto la neve e la terra, quasi ignorato e dimenticato ma pronto a farsi pianta e fruttificare.
Quello che invece è già scoria e spazzatura, può rivivere e rinascere, essere rigenerato, come fa la Natura sempre con tutti, ed è sempre davanti a noi, in piena visibilità.
Prendiamo il messaggio " DIVIETO DI SOSTA ".
Possiamo dividerlo in tre " parti ", ognuna delle quali può essere usata in altre occasioni:
- divieto-…di sorpasso / il libro…-di- Luigi / ho fatto una lunga …- sosta -.
Inoltre uno qualsiasi di questi "segni" linguistici può essere a sua volta diviso: diviet-o; questa forma di divisione del linguaggio in unità successive fornite di significato è detta PRIMA ARTICOLAZIONE DEL LINGUAGGIO.
Ma ognuna delle unità individuate nella PRIMA ARTICOLAZIONE può essere divisa in unità più piccole PRIVE DI SIGNIFICATO.
Per esempio: "sosta" è formata da 5 unità: s-o-s-t-a, ossia da 5 FONEMI, ognuno dei quali fa distinguere questo segno da altri come p-osta, s-e--sta, so–r-ta, sos-i-a,. Questa è la SECONDA ARTICOLAZIONE DEL LINGUAGGIO, con cui dividiamo le unità significative nei singoli suoni che la compongono.
L'ATTO DELLA COMUNICAZIONE:
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Molteplici sono, come si è accennato, i tipi di comunicazione, ma noi ora ci interesseremo in prevalenza della comunicazione di tipo linguistico.
Perché avvenga una comunicazione linguistica è indispensabile la presenza di una persona che parli o che scriva, innanzitutto, che sarà l' EMITTENTE, o mittente, o trasmittente, ossia la fonte stessa dell’atto linguistico, il creatore del messaggio con un grado più o meno alto di intenzionalità e di volontarietà, in quanto nei diversi tipi di letteratura possiamo rilevare in chi si fa autore la presenza più o meno vistosa di una personalità ispiratrice condizionante o di una qualche committenza umana o divina.
Quello che questa persona ‘autore’ dice o scrive sarà il MESSAGGIO o DISCORSO.
La persona a cui il messaggio è destinato sarà il DESTINATARIO, o RICEVENTE.
Perché vi sia "comprensione", bisogna che la lingua usata di chi parla (o scrive, o telefona, o comunque trasmette) sia conosciuta da chi ascolta o legge. Si deve perciò usare un CODICE (il complesso di "segnali" le"parole" di un linguaggio o d'una lingua) comune.
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La COMUNICAZIONE, una volta per così dire attivata dalla emissine di un messaggio da parte del mittente, può essere ostacolata da vari fattori (rumori; scarsa attenzione del DESTINATARIO o RICEVENTE; una precisa volontà di non entrare in comunicazione da parte del destinatario).
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Naturalmente la filosofia del linguaggio, più che la grammatica, studia ed esamina queste modalità che chiamerei glottosofiche, poiché riguardano la conoscenza, la sapienza della e sulla lingua.
Schema 1 : RUMORI (esempio: la lontananza; il chiasso nell'ambiente.) MITTENTE ... SEGNALE ... CANALE ... RICETTORE … MESSAGGIO
(la persona che (emissione (vibrazioni (apparato uditivo (articolazione parla - scrive) di suoni ) acustiche) di chi ascolta) di significati)
CODICE (la lingua parlata, come si- stema di simboli, nei quali ad ogni SIGNIFICANTE -suono/segno- corrisponde un SIGNIFICATO – concetto / idea _________________)
*** *** DESTINATARIO ( la persona che riceve il MESSAGGIO e trasforma i SIGNIFICANTI in SIGNIFICATI - concetti / idea ___ )
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Lo Schema 1 è riportato in G. BARBIERI, Le strutture della nostra lingua, La Nuova Italia, FI 1972, pag. 9. A. MARCHESE in Didattica dell'Italiano e strutturalismo linguistico, Principato, Mi 1973, pagg. 23 segg., riporta il seguente schema, proposto da R. JACOBSON (Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, 1966, p. 185):
A questi FATTORI della comunicazione, corrispondono le seguenti FUNZIONI del linguaggio, ossia diverse finalità d'uso del linguaggio:
INFORMATIVA POETICA EMOTIVA O ESPRESSIVA CONATIVA FàTICA METALINGUISTICA
5) LA FUNZIONE DELLA LINGUA: quando una persona rivolge il discorso ad un'altra, utilizza il linguaggio per diversi fini.
Per esempio:
"Mio fratello ha terminato il servizio militare e torna a casa questa sera"….. "Mi fa piacere questo, sono d'accordo"…… "Vieni questa sera a casa nostra”.
Chiamiamo "a", "b" e "c" rispettivamente le tre frasi.:
"a" informa d’un fatto avvenuto e d'un altro prossimo ad avverarsi; "b" reagisce esprimendo un parere personale; "c" esprime un invito, una esortazione.
Possiamo dire che ogni frase svolge una FUNZIONE tipica del linguaggio.
*** *
Le ‘ FUNZIONI ’ della lingua sono:
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1) INFORMATIVA, o ‘referenziale’, tipica del discorso storico e scientifico: "informa";
2) ESPRESSIVA, esprime contenuti ‘soggettivi’ e personali, non fatti e dati informativi. Tipica del linguaggio dei "poeti" e di chiunque voglia comunicare emozioni, sensazioni, sentimenti, stati d’animo;
3) CONATIVA o imperativa, sollecita gli altri a compiere determinate azioni. Tipica del linguaggio giuridico, "profetico", moraleggiante. Ve ne sono altre due, più specifiche e adatte a particolarissime situazioni:
4) FàTICA, per sollecitare l'attenzione di chi ascolta: “mi sono spiegato?” – “Va bene?” – “Pronto!?" (al telefono…);
5) METALINGUISTICA, quando il discorso riguarda (come ora) la lingua stessa, la definizione delle parole: è il linguaggio delle "grammatiche" e dei vocabolari. Infine, v'è una specialissima funzione, propria di chi tende a concentrare la comunicazione e l'espressione sulla "forma" dell'enunciato, sul fattore STILE. E' la funzione:
6) POETICA, tipica della poesia, , ossia arte e ispirazione. CLASSIFICAZIONE DEI FONEMI USATI IN ITALIANO:
SCHEMA 2
POSIZIONE DELLE LABBRA
Distese a arrotondate è ò e o i u anteriori posteriori
LE VOCALI:
Quando pronunciamo le vocali, vibrano le corde vocali. La diversità dei suoni dipende dalla posizione della lingua nella bocca o dalla forma delle labbra. Per le vocali i , è ( e chiusa) ed è ( e aperta ) viene tenuta più alta la parte anteriore della lingua. Per a, la lingua resta distesa. Per ò ( o aperta ), o (o chiusa ) ed u, viene tenuta più alta la parte posteriore della lingua .
Quanto alle labbra, esse sono arrotondate per la pronuncia della ò , e della u - sono in posizione intermedia per la a e sono distese per la è ,la e e la i .
LE CONSONANTI:
Si dividono in SORDE e SONORE.
Sono " SONORE " quelle che si pronunciano con vibrazione delle corde vocali : B; D; G; V; S (sonora); Z (sonora ); G ( palatale ); M; N; GN; L; GL (palatale ): R.
Sono " SORDE " quelle che non comportano vibrazione delle corde vocali: P; T; C ( velare ); S; (sorda ); Z; ( sorda ); C; ( palatale ); SC; ( palatale ).
Oppure, in relazione al LUOGO di articolazione, si dividono in: LABIALI : P; B; M (bilabiali ) - F; V ( labiodentali). DENTALI : T; D; N; L; R; S; Z;.
PALATALI : C; palatale ( c + e/i); G; palatale (g + e/i); SC; palatale (sc + e/i) GL; palatale (gl + i; gli + a , e, o, u) ; GN; palatale (gn + a, e, i, o ,u). VELARI : C; velare (c +a, o, u - c+ consonante; ch + e ,i; Q; (u) +a, e, i, o). Infine, secondo il MODO di articolazione, si dividono in: OCCLUSIVE: p; b; m; (bilabiali) - f; v (labiodentali) - t; d (dentali) - c; g (velari). AFFRICATE: z (dentale) - c, g (palatali). SIBILANTI: s, z (dentali) – gl (palatale). FRICATIVE: F,V (LABIODENTALI). LIQUIDE: r, l (dentale) – g l (palatale). NASALI: m (bilabiale) – n (dentale) – gn (palatale).
Nota:
la " h " è solo un "grafema", cioè un segno grafico, e non un fonema, ossia un suono vero e proprio. Distingue i suoni velari ‘ c ’ e ‘ g ’ davanti ad ‘ e ’ ed ‘ i ’ .
Ogni sillaba contiene almeno una vocale. Una parola può essere, in base al numero delle sillabe:
- monosillaba…………………….una sillaba (re, bar, per, di, a, da) - bisillaba………………………...due sillabe (mon - te; ar –t e) - trisillaba……………………...tre sillabe (pe – co - ra; r e – gi - na) - quadrisillaba……quattro sillabe (vo - g a - to -re; a – ma – to - re;) - polisillaba……………... più di 4 sillabe (in – ve – sti- - ga – to - re )
NORME PER LA DIVISIONE IN SILLABE:
Ogni consonante FA SILLABA CON LA VOCALE CHE SEGUE. Per esempio: ma - re; Le consonanti doppie si dividono: gat –t o; car - ro.
Quando si hanno gruppi di consonanti, la prima fa parte della sillaba che precede, le altre della sillaba che segue: con – so – nan - te. Fanno eccezione i gruppi di consonanti con cui può cominciare una parola: ..…. ma –e – stro; stro –fa ; ri -splen - de - re; splen - den – te.
DITTONGHI:
I gruppi di vocali fanno DITTONGO quando si pronunciano con una sola emissione di voce:
UO - mo; VIE - ni; AU - to.
Quando si pronunciano separatamente, si ha uno IATO: spi - a - re; le – o - ne.
DITTONGO = i \ u + VOCALE:
Uno IATO si forma anche fra a, e, o + u \ i quando ‘u’ oppure ‘i’ sono accentate: pa-ù-ra; vì-a; e nei DERIVATI DI TALI PAROLE: pa-u-ro-so.
7) L'ACCENTO: quando si pronuncia una parola, si mette in rilievo una sillaba. Questa intonazione più energica è detta ACCENTO.
PIANE : accento sulla penultima sillaba ... vedére
SDRUCCIOLE : accento sulla terzultima sillaba .... àlbero
BISDRUCCIOLE : accento sulla quartultima sillaba ... òrdinano
In genere l' ACCENTO si segna solo SULLE TRONCHE e sui seguenti MONOSILIABI:
è, né, sé, sì, di', dà, là, lì',
per distinguerli dagli o m o g r a f i ( omografo: che si scrive nello stesso m o d o ) : e, ne, se, si, da, di, li, la..
8) L'ENUNCIATO O PERIODO:
1. Tuo padre dice che partirà alle tre. Vado con lui. 2. Tuo padre dice che partirà alle tre. 3. Vado con lui.
n.. 1.= DISCORSO; N. 2. e 3.= ENUNCIATI o periodi.
4. Che caldo fa qui dentro! Non si potrebbe aprire un poco la finestra? 5. Che caldo fa qui dentro! 6. Non si potrebbe aprire un poco la finestra?
La frase n. 4 è un DISCORSO; le n.5. e 6. sono ENUNCIATI o periodi. I segmenti in cui si può suddividere un discorso ( 1. e 3. ), secondo i criteri dell' INTONAZIONE e della possibilità di inserire una pausa tra un segmento e un altro, si possono chiamare ENUNCIATI o PERIODI ( 2..- 3.- 5. e 6.).
9) L'INTONAZIONE: i tipi dell' INTONAZIONE sono tre: affermazione, esclamazione e domanda. Nelle frasi 2.. e 3. ‘cade’ alla fine dell'enunciato ed esprime affermazione. Nella 5. indica esclamazione. Nella 4. interrogazione o domanda. Nelle frasi 2.. e 3. troveremo un punto fermo : ‘ . ’ - a fine enunciato; nella 5. un punto esclamativo; ‘ ! ’ -; nella 6..un punto interrogativo; ‘ ? ’ - . I segni d'interpunzione ( . /punto; , /virgola; ; /punto e virgola; : /due punti; ….) sono simbolo grafici che servono ad indicare pause e diverse intonazioni a proposizioni e periodi.
Il PUNTO segna una pausa marcata e separa due periodi o due proposizioni:
… ‘Ei fu. Siccome immobile …’
La VIRGOLA indica una breve pausa e può essere usata:
a.per isolare un vocativo: "Stai tranquillo, Luigi, verrò appena è possibile"; b. per isolare un'apposizione con aggettivi e complementi: ‘Dante, il grande poeta fiorentino, fu esiliato’; c. per dividere due enunciati: ‘E' vero, non partì’; d. per separare le parole in un elenco (enumerazione): ‘l'aria era limpida, chiara, fresca’. Il PUNTO E VIRGOLA indica una pausa più lunga, rispetto a quella indicata dalla virgola, fra due frasi che si vogliono unire tra loro. Segna perciò una pausa APERTA nel contesto dello stesso periodo e della stessa proposizione: ‘la situazione era difficile; per questo decisi di rimanere’. I DUE PUNTI indicano che il periodo che segue spiega quello precedente. Possono precedere una enumerazione, un elenco. Sono d'obbligo per introdurre un DISCORSO DIRETTO ( riportato fra "virgolette"). Per es.: ‘ Giuseppe si alzò e disse: "Tranquillizzati, sistemerò tutto!" ’.
DEFINIZIONE DELL'ENUNCIATO: l' enunciato è un segmento di un discorso, contrassegnato da una particolare INTONAZIONE e seguito ( nonché preceduto ) da una PAUSA prolungabile.
10) IL DISCORSO, quindi, si divide in ENUNCIATI . Questi in PAROLE o ‘MONEMI ' . Queste si dividono in morfemi come: LUP - o; GATT – o che sono le UNITA' GRAMMATICALI MINIME . (Giovanna BARBIERI, op. cit.)
1). Con ……………………… un morfema = parola monomorfemica 2). Caten-a …………………… due morfemi = " polimorfemica 3). Con-caten-are …………… tre " = " " " 4). Con-caten-at-o…………….. quattro " = " " "
Più precisamente una parola si divide in queste parti :
prendiamo = parola o monema di nove grafemi (lettere) o fonemi (suoni) - prend = monema radice, LESSEMA (parte significante) o morfema lessicale.
- iamo = monema grammaticale ('desinenza’ o ‘terminazione’, in certi casi) oppure MORFEMA GRAMMATICALE, ossia INDICATORE della 'forma' della PAROLA: maschile, femminile, singolare, plurale, persona per il verbo, in questo caso.
Quindi per le parole, o MONEMI, soggette a variabilità nella parte finale, si riconoscono più parti. Una - centrale - indica significato.
Le altre- finali, indicano il genere, il numero, in certe lingue il CASO, o, per i verbi, il numero e la persona .
Questi sono ‘morfemi’ , e mutano la ‘FORMA’ (SIGNIFICANTE), non la 'SOSTANZA' ( SIGNIFICATO).
Sono il 'vestito', o la ' maschera' delle parole.
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I MORFEMI anteposti, ossia situati all'inizio del monema, prima del LESSEMA, sono dei prefissi. (particelle 'messe prima del tema’ ). Per esempio: con - catenare ; per - correre ... .
IL MORFEMA LESSICALE comune, ossia il LESSEMA, portatore del SIGNICATO BASE, rappresenta la parte - il nucleo - della parola ( monema ) che resta dopo aver tolto prefissi e suffissi ( morfemi grammaticali ), ed è la RADICE della parola (talora coincide con il TEMA, in casi particolari ). I MORFEMI aggiunti alla radice si dicono 'suffissi' con termine generico . Per esempio:
I morfemi- suffissi contribuiscono, come si diceva prima, a DIFFERENZIARE le CATEGORIE grammaticali : NUMERO – TEMPO - PERSONA - MODO e GENERE.
nota: ... se il SUFFISSO si unisce direttamente alla RADICE (lessema) , la parola può dirsi PRIMITIVA .
Se si unisce alla radice dopo un altro suffisso ( moferma grammaticale ), la parola si dice DERIVATA .
Per le osservazioni su "lessemi", "morfemi grammaticali”, ”morfemi lessicali" e "monemi" vedi: A. MARTINET, Elementi di linguistica generale, Universale, Laterza, Bari 1977, 1.9 pag. 23 e 4..20 pag. 137 e: A. MARCHESE - A. SARTORI, Il segno il senso - Grammatica Moderna della lingua italiana, Principato Editore MI 1975, pag. 33 .
12 * I SINTAGMI O GRUPPI - NOMINALI / VERBALI E PREPOSIZIONALI :
In un ENUNCIATO possiamo chiamare "SINTAGMA” (greco syntàksis ... composizione, cfr. syntàsso ... dispongo in ordine syntàksis ... sintassi, disposizione ordinata, in linguistica vale:messa in ordine metodica degli elementi d'un lingua)oppure “GRUPPO” NOMINALE (GN) ogni agglomerato (gruppo) di parole formato dall’ ARTICOLO (o DETERMINANTE) + NOME, dall’ARTICOLO + AGGETTIVO + NOME, oppure ARTICOLO + NOME + AGGETTIVO (DETERMINANTE o MODIFICANTE), o dal solo NOME (GN).
Possiamo chiamare SINTAGMA o GRUPPO VERBALE ogni gruppo di parole formato dal VERBO + ARTICOLO + NOME, dal VERBO + GRUPPO NOMINALE o PREPOSIZIONALE oppure infine dal solo VERBO (GV).
* il modificante in questo caso è ‘lessicale’, poiché modifica proprio in senso lessicale, apportando una direzione precisa al significato del nome.
chiameremo SINTAGMI I GRUPPI DI PAROLE, COLLEGATE DAL SENSO E DISPOSTE SECONDO LE REGOLE DELLO STILE, che trovano nel VERBO il loro “nucleo logico, sintattico e semantico centrale” .
F. s. = GN + GV = A(D) + N + V + A(D ) +N
*** *
I contadini ............... = GN (=A+N) Abbattono un pioppo ........ = GV (=V+GN2) = (V+A(D)+N) Abbattono .................. = VERBO (VERBALE) Un pioppo ................. = GN2 (=A(D)+N)
D N V GN2 D N i contadini abbattono un pioppo DET. NOME VERBO DET NOME
ART. NOMINALE ART. NOM.LE G.N.1 _ _ VERBO GN2____
DET.(ART) + NOME VERBO + DET(ART) + NOME
FRASE SEMPLICE
Chiameremo SINTAGMA o GRUPPO PREPOSIZIONALE quell’insieme di parole, collegate dal senso e concordanti fra loro, che siano rette da una preposizione. In pratica un ‘complemento indiretto’.
Tale sintagma o gruppo ‘preposizionale risulta formato da: PREPOSIZIONE (FUNZIONALE) + GN e rappresenta una ESPANSIONE, poiché amplia e arricchisce la presenza “semantica” di un monema
(parola: nome, verbo, aggettivo-modificante) nella frase).
Guida alla linguistica, Guida alla semantica e Storia della linguistica (2 voll.), tutti della UE Feltrinelli (n. 626 - 713 e 576/635 della collana ), nonché Didattica dell'Italiano e Strutturalismo linguistico, di A. MARCHESE, Principato).
§§ §
Schema 5: Phrase maker ( con GP = ESP ) F
GN1 GV
D N V GP
P GN2
D N
un uomo corre per la strada
qui il GN 1 è il SOGGETTO – il GN 2 è il GRUPPO NOMINALE che, con la PREPOSIZIONE, forma il GRUPPO PREPOSIZIONALE (C0MPLEMENTO DI MOTO PER LUOGO).
Nota: gli AVVERBI. Possono avere la stessa funzione dei GP: ad esempio:
il treno correva a gran velocità GN V GP ______ GP = prep\agg\nome = funzionale\modificante\ nome ____________________ ___________ _______________ GN GV
Nella frase possiamo SOSTITUIRE il GP “a gran velocità” con l’avverbio “velocemente”. Le preposizioni, con le congiunzioni e il pronome relativo, possono chiamarsi funzionali, o indicatori di funzione, perché collegano, mettono in relazione, indicandone appunto la ‘funzione’, GN con un verbo o GN con GP
( preposizione) o GN, GP e frasi tra loro (congiunzione).
Il pronome relativo funge da “raccordo” fra sintagma predicativo principale ed una subordinata.
I nomi rientrano nella categoria dei nominali, i verbi in quella dei verbali.
Gli articoli appartengono alla categoria dei determinanti o determinativi.
Aggettivi e avverbi a quella dei modificanti, perché modificano, precisano il senso di un nominale o di un verbale.
I verbi essere e avere ausiliari, i verbi servili e fraseologici sono modalità perché precisano un rapporto logico fra GN 1 / 2 e modificante nominale (nome del predicato) o fra GN 1 / 2 e verbale.
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Seconda parte
1) La subordinazione: l’aggettivo.
Esaminiamo la frase: un grande albero fu abbattuto GN GV
un frondoso albero fu abbattuto GN GV
‘grande’ e ‘frondoso’ sono espansioni, ovvero subordinati o dipendenti concettualmente di ‘un albero’, che è il centro del GN, infatti possiamo eliminare questi due aggettivi o attributi, che sono determinanti o modificanti lessicali, mentre gli articoli sono determinanti grammaticali poiché accompagnano il nominale collocandolo grammaticalmente, senza modificare il significato, senza turbare la struttura della frase.
2) La subordinazione: sintagmi ‘centro’ e sintagmi ‘subordinati’.
Esaminiamo la frase: Un aereo incredibilmente grande volava a velocità supersonica __ ___ ____________ _____ _____ __________________ DG N D(M) DL V GP ___________________________ _______________________
Gruppo Nominale ___ Gruppo Verbale Frase semplice
‘Incredibilmente’ è subordinato di ‘grande’, determinante lessicale, che a sua volta è subordinato di ‘aereo’.
… … La funzione di questi ‘subordinati’ è quella di arricchire e completare il senso della parola a cui si riferiscono, allargandone, “espandendone” il campo semantico, oppure indirizzandole e precisandolo in determinate direzioni.
Se diciamo: un aereo di linea
il GP ‘di linea’ è subordinato del GN ‘un aereo’: è una sua ‘espansione’, perché ne delimita, ne precisa, ne espande il significato in una direzione determinata.
L’intensità semantica del GP ‘di linea’ si dirige sul GN ‘un aereo’. Avverbi, aggettivi, gruppi preposizionali sono perciò dei subordinati, delle espansioni dei GN, dei verbali, dei determinanti lessicali(aggettivi). Ossia: avverbi, aggettivi e GP sono espansioni, subordinati di GN, oppure di verbi e di aggettivi (verbali e modificanti).
3) Il soggetto: in un enunciato può essere posto un GN il cui nome è legato al verbo nel numero e nella persona. Tale nome, se si tratta di un nome, perché può essere un monema appartenente ad altre categorie, un aggettivo, un verbo,, un avverbio, un articolo e così via, è il soggetto del verbo. Si parla del sintagma che chiamiamo ‘gruppo nominale 1’ (GN1). Di solito mettiamo in italiano questo gruppo prima del verbo, ossia rendiamo una parola protagonista della frase e la leghiamo al verbo.
In taluni casi, come nell’ anacoluto ( dal greco senza collegamento ) , in cui il GN2 (il complemento oggetto comunemente detto) precede il GN1 (soggetto), che però riafferma la sua natura di
‘ protagonista ’
riagganciandosi con un pronome (nominale sostitutivo) al GN2.
Ad esempio: … Coloro che tramontano (GN2), io li (pronome = nominale sostitutivo) amo con tutto il mio amore: perché passano all'altra riva … …
( F. NIETZSCHE, Also sprach Zarathustra, Adelphi a.c. G. Colli, pag. 244 ) .
In questa frase il GN1 (=soggetto) è il pronome personale ‘io’. Un pronome sostituisce un nome, ed è quindi un nominale sostitutivo.
La frase è una trasformazione della frase complessa:
Sono Zarathustra ed amo … coloro che tramontano … con tutto il mio amore … perché passano all'altra riva ( perché passano all’altra riva = frase subordinata – ESPANSIONE FRASE CAUSALE).
Il pronome relativo (indicatore di funzione) " CHE " collega due frasi subordinandone una: quelli tramontano quelli passano all'altra riva Zarathustra ama Io sono Zarathustra
Io amo quelli …. amo quelli che passano …. all'altra riva. …. Amo quelli che tramontano …. Perché passano all’altra riva . “ PERCHE’ ” è ‘CONGIUNZIONE’. Indica una funzione causale.
E' un INDICATORE DI FUNZIONE e come tutte le "congiunzioni" subordinative, INTRODUCE UNA SUBORDINATA ( la ESPANSIONE FRASE corrisponde ad una ESPANSIONE "complemento" , ma CONTIENE - in più - UN VERBO ) .
Le ESPANSIONI COMPEMENTO sono introdotte da funzionali preposizioni e sono Gruppi Preposizionali .
Le ESPANSIONI FRASE sono introdotte da CONGIUNZIONI SUBORDINATIVE.
Le altre congiunzioni - quelle coordinative - servono a collegare tra loro frasi semplici (indipendenti, primarie, principali) o frasi\espansione (subordinate).
Tornando alla frase:
un cane salta un fosso….
GN1 GV D+N
V GN2
D+N
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§ § §
“ un cane “ è SOGGETTO.
Il significato della parola " cane ” è il "protagonista" della frase, che fa da “ teatro contestuale ”.
Proviamo a dire: un fosso salta un cane ….
Suona strano ed assurdo. Ma non in un contesto diverso. In una fiaba, sarebbe "possibile". Non nella vita quotidiana.
*** In latino, o in greco si può mettere il GN2 (compl.oggetto) prima del verbo.
Perché i casi permettevano di conservare il senso complessivo e lo dirigevano logicamente nella frase. In latino posso dire:
Lupus hominem est / hominem lupus est / est hominem lupus.
Sarà sempre il lupo a nutrirsi, in questo tipo di indicazione. (Fs=Frase semplice=GN+GV).
‘Est’, in latino, vale anche ‘divora, mangia’, non solo ‘è, esiste …’.
Era l’accusativo ‘hominem’ che diceva ai ‘latini’ quale dei due significati dare al verbo, in questo caso.
Il soggetto compie l'azione …. Questa non è una affermazione giusta.
Se dico: …. L'uomo è mangiato dal lupo
- comprendo che "l'uomo" non compie, anzi, è "vittima" dell'altrui azione.
Sia permesso qui osservare che la retorica delle pecore ‘miti’, dei lupi ‘cattivi’ e dell’uomo sempre ‘vittima’, ma molto bene armata, ha portato in realtà all’estinzione del lupo, animale nobile, intelligente e socialmente elevato, nonché capace di linguaggio, ed al proliferare indiscriminato degli ovini e degli umani, frenato con sistemi che non è comunque da ‘homo gramaticus’ spiegare, anche per evitarne l’uòteriore diffusione.
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§ § § § §
* Se dico: Don Abbondio è vile - Don. A. "compie". Se dico: Don Abbondio fu minacciato - Don. A. non è "attore" del senso dell'azione. Lo è solo "grammaticalmente".
E' il protagonista , la "parola" (Nome proprio, qui), messa in rilievo, proposta dall'attenzione dell'ascoltatore/lettore/RICEVENTE (destinatario del MESSAGGIO).
Questo, ove il soggetto sia espresso. Ossia quando la frase non sia imperniata su un verbo, o un'espressione, IMPERSONALE (piove …. è giusto fare così …. ) oppure quando il soggetto non sia sottinteso.
2) Le frasi: possiamo dividere ogni enunciato (periodo e discorso fra due punti) in parti corrispondenti ciascuna ad un GRUPPO VERBALE accompagnato da sintagmi (GRUPPI) NOMINALI e PREPOSIZIONALI SUBORDINATI (dipendenti) e comunque legati ad esso.
§
3) Chiamiamo FRASE ognuna di queste parti.
LE FRASI sono unite da
CONGIUNZIONI COORDINANTI
( INDICATORI DI FUNZIONE COORDINATA ), se unisco frasi semplici fra loro: di notte dormo e sogno (= due frasi semplici unite, coordinate = FRASE COMPOSTA…. ) o
SUBORDINANTI
se unisco uno o più SUBORDINATE (dipendenti, secondarie) a una FRASE SEMPLICE CHE FA DA REGGENTE / PRINCIPALE / INDIPENDENTE / PRIMARIA …. di notte dormo e sogno …. ‘Perché amo riposarmi pensando’.
“ Perché ” è un "indicatore di funzione", introduce una subordinata che arricchisce il "senso" della PRINCIPALE (di notte dormo) coordinata con l'altra frase semplice (anche "principale", ma aggiunta)….’e sogno’.
Le frasi sono unite da congiunzioni e separate da brevi pause segnate con virgole, in genere.
***
Nota:
** * Sono molto usate nel linguaggio parlato le “FRASI A SCHEMA MINORITARIO" (ossia a schema abbreviato, perché s'intuiscono gli elementi sottintesi già precedentemente pronunciati o facilmente ricostruibili):… "pronto!…." - " al diavolo!…" - "povero me!" - (enunciati derivanti da trasformazioni esclamative di : ‘io sono pronto’….etc). Oppure: "Dove vai?" - "a Scuola !" (enunciati usati nelle risposte, ove si sottintendono gli elementi intuibili).
Anche i titoli, i cartelli pubblicitari, le insegne sono "a schema minoritario": ‘più facile, sarà difficile’… ‘così bianco che più bianco non si può’… ‘chi vespa mangia le mele’. Così anche per enunciati emessi in momenti di fretta o di concitazione… "quella sciagurata!!…" …"un serpente!…"… et cetera.
4) COORDINAZIONE E SUBORDINAZIONE : Le frasi possono essere unite fra loro dunque dalle CONGIUNZIONI, per ‘polisindeto’ o da segni di punteggiatura, per ‘asindeto’. Ad esempio:…’noi studiamo e voi giocate’; ‘noi studiamo. Voi giocate’.
LE CONGIUNZIONI (funzionali) COORDINANTI uniscono anche, oltre a frasi, GRUPPI NOMINALI E PREPOSIZIONALI.
Ad esempio….: ‘ho incontrato Carlo e suo fratello’ … ‘ non ho visto né tuo padre né tua madre’.
Le congiunzioni COORDINANTI o COORDINATIVE principali sono le:
Occorre ricordare che : queste congiunzioni uniscono solo frasi o proposizioni principali , quando uniscono delle frasi.
Osserviamo ora quest'altra frase: ‘non uscimmo di casa per la pioggia’.
Il GRUPPO PREPOSIZIONALE "per la pioggia" è un "subordinato", una ESPANSIONE che "arricchisce" il senso della enunciato-base:
"( noi ) non uscimmo " “di casa " è complemento di moto da luogo, ‘espansione’ del verbo.
Al posto dell'espansione "per la pioggia" possiamo immaginare una frase intera, che sarà anch'essa in un
RAPPORTO DI SUBORDINAZIONE
rispetto all'enunciato - base (o centrale).
In questo caso AVREMO UNA ESPANSIONE FORMATA NON DA UN SEMPLICE AVVERBIO o AGGETTIVO o GP, MA DA UNA FRASE VERA E PROPRIA, che chiameremo
PROPOSIZIONE SUBORDINATA ( ESPANSIONE frase )
*** *
La frase da cui dipende si chiamerà PROPOSIZIONE PRINCIPALE o reggente, o in qualunque altro modo equisemantico
La frase : non uscimmo di casa per la pioggia… (GRUPPO PREPOSIZIONALE \ COMPLEMENTO DI CAUSA)
Diventa : non uscimmo di casa perché pioveva (ESPANSIONE FRASE CAUSALE)
Del GP (complemento) "per la pioggia"
Un altro esempio: …
Mario si alzò nonostante la febbre GN ________________ N V ____GP ____
GV
Il GP "nonostante la febbre" può essere sostituito con una frase SUBORDINATA, previa l'aggiunta d'un VERBO:
Mario si alzò, nonostante la febbre …
Mario si alzò, sebbene avesse la febbre
MARIO SI ALZO' : proposizione principale \ frase semplice. SEBBENE AVESSE LA FEBBRE: proposizione subordinata alla principale / Concessiva.
Il complesso della due frasi è una FRASE COMPLESSA ( = periodo).
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Nota :
le FRASI o PROPOSIZIONI SUBORDINATE sono introdotte da parole "invariabili", senza indicare morfematici di genere, numero, tempo, modo e persona, che chiamiamo CONGIUNZIONI SOBORDINATIVE
(indicatori di funzione subordinata), in quanto subordinano una frase, indicano un suo rapporto di
DIPENDENZA DA UN'ALTRA.
Le principali congiunzioni subordinative sono: Finali……………...: affinché, acciocché, che, perché, per.
Consecutive……….: tanto da, talmente da, tanto che, cosicché, sicché.
Casuali…………….: perché, giacché, che, siccome.
Temporali……….…: quando, che, allorquando, finché, mentre, allorché, dacché. *** *
Interrogative e Dubitative: che, se, perché, quando, come.
Modali……………..: come, siccome, quasi, comunque.
Eccettuativa………..: fuorché
Comparativa……….: come, siccome, piuttosto che, più che, tanto che.
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TERZA PARTE
A. LA PRODUZIONE LINGUISTICA:
1. LA FRASE E SUOI ELEMENTI: quali sono gli elementi INDISPENSABILI per costruire una FRASE ? Non basta mettere delle parole "insieme" per comporre una frase. Risulta perciò evidente che NON sono frasi le seguenti successioni di parole: dico sette cani che lepri ricorrono le…zampino gatta la va tanto lascia lo ladro ci al che…
PER COMPORRE UNA FRASE CHE ABBIA SENSO COMPIUTO O ALMENO VEROSIMILE, O CHE COMUNQUE "SIGNIFICHI QUALCOSA", ANCHE A LIVELLO FANTASIOSO E IMMAGIANARIO, DEBBO COMBINARE LE PAROLE IN UNA DETERMINATA REALAZIONE, in un determinato ORDINE fra di loro, in modo che ne risulti un SENSO da un lato STILISTICAMENTE ACCETTABILE e dall’altro semanticamente e logicamente COMPRENSIBILE.
Perché si verifichi questa data condizione, è necessario che in una FRASE trovino posto ALMENO DUE ELEMENTI INDISPENSABILI,
il SOGGETTO \ GN(1) \ GRUPPO NOMINALE UNO \ ed il VERBO \ GRUPPO VERBALE (predicato VERBALE).
2 .SOGGETTO E PREDICATO: per definire questi due elementi consideriamo le seguenti frasi:
a. Luigi e Maddalena hanno letto su una rivista una poesia interessante. b. I poeti, che strane creature, ogni volta che parlano è una truffa.
Le parole sottolineate sono, per ordine di successione,
SOGGETTO e PREDICATO VERBALE. GN1 (Gruppo o sintagma nominale Uno e Verbo).
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Del SOGGETTO, si è già detto che è quella parola qualsivoglia che indica il "protagonista" della frase: sia uomo, essere animato, cosa, concetto o altro.
IL PREDICATO è un'espressione VERBALE. Nella frase: ‘a..’ è costituito dall'espressione "hanno letto". Nella : ‘b.’ da "parlano". La frase ‘b.’ (Francesco de Gregori - Le storie di ieri) contiene anche un anacoluto.
E' una trasformazione di :
ogni volta che i poeti parlano è una truffa: quando i poeti parlano \ i pocti sono strane creature.
I pocti parlano - dicono parole / i poeti sono "strane creature" le parole (di proprietà - di invenzione) dei poeti sono una truffa.
Si tratta di una FRASE COMPLESSA.
In questa frase, invece:
L'Italia è una repubblica
Il verbo (VR) ESSERE appare UNITO ad un NOME. Chiamiamo l'espressione " è una repubblica " PREDICATO NOMINALE.
" E' ” (classica 3^ Pers.Sing.pres.Ind. - voce del verbo essere ) in questa frase qu è "copula", ossia "unione, legame” , senza un suo proprio e preciso significato o valore semantico (come i verbi, detti appunto servili, potere, dovere, volere etc.).
"Una repubblica" è il NOME DEL PREDICATO.
Lo stesso sarebbe se dicessimo:
l'Italia è bella.
E' = copula; bella = nome del predicato. E' bella = predicato nominale, che meglio dovremmo chiamare:
modificante nominale.
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Se invece dico: l'Italia è "in crisi", uso il verbo ESSERE con il significato di trovarsi , essere situato/a: l'Italia si trova in una seria crisi economica Quindi il VERBO ESSERE può essere "copula" e reggere un predicato nominale, oppure verbo con il senso di "esistere, trovarsi, esser situato, situata", e di conseguenza unirsi ad un GP (complemento).
Il soggetto, quindi, è l'elemento che esprime la persona, il concetto, la cosa messa in risalto.
Nella frase attiva spesso indica chi "compie" un'azione : Luigi legge. Ma non sempre:
Luigi prese il raffreddore o: Matteo non partì
Luigi e Matteo, più che agire in senso prorpio, subiscono, vivono uno stato o un evento dinamico e non compiono una azione consapevole.
Nella frase passiva il soggetto finisce col subire l'azione.
Ad esempio:
Catullo fu abbandonato da Lesbia.
Ma nella frase: Euridice fu rimpianta da Orfeo ….
Il piano grammaticale dice come "Euridice" subisca, mentre il senso ci fa intendere come Orfeo agisca spinto dalla costrizione e dal dolore.
Quindi per la "grammatica" in sé e per sé sono corrette ambedue le seguenti frasi: a. l’uomo paziente mangia la cicoria b. l'agnello feroce mangia il lupo
… Però per la frase: a. siamo nella "normalità", mentre per la frase: b. b. siamo sul piano dell'irreale, dell'incredibile.
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Sono i piani del realismo e dell'assurdo, dell'eccezionale e del quotidiano.
Quindi nelle definizioni, ma anche ordinariamente in qualsiasi sede, non dobbiamo mai confondere involontariamente e senza un motivo valido il "senso" con lo "stile".
** * Il soggetto (la parola in primo piano, " protagonista contestuale ") può essere accompagnato dal predicato nominale, in questo caso gli si attribuisce una qualità, uno stato particolare d'essere e di esistere.
* * Il predicato ha la funzione di dire, di enunciare qualcosa del soggetto.
5) STRUTTURA DELLA FRASE: vediamo ora di individuare la STRUTTURA della FRASE, cioè di verificare la come nella frase SI RISPECCHI IL MODO PROPRIO CON CUI IL PENSIERO SI ORGANIZZA E SI OBIETTIVA NEL FATTO DEL LINGUAGGIO.
6) Esaminiamo la frase:
il gatto di Luigi è bello.
Nella "struttura della frase" si può scoprire qualcosa che va al di là di una semplice successione di parole. Nel contesto del discorso le parole sono prodotte a gruppi di due, tre, quattro, e più. Fra questi gruppi esiste un legame particolare, determinato nel SENSO che VOGLIAMO dare alla frase. Questi gruppi che si formano spontaneamente nella nostra mente e che sono collegati del SENSO sono:
"il gatto " - “di Luigi" - “è bello”.
Infatti l' ARTICOLO (DETERMINANTE GRAMMATICALE) si riferisce come un dito puntato alla parola - "gatto".
La PREPOSIZIONE (INDICATORE DI FUNZIONE) "di" è legata al nome "Luigi".
Il verbo (qui: copula) si lega all'aggettivo (DETERMINANTE LESSICALE o "modificante") "bello", formando un PREDICATO NOMINALE o modificante nominale (=VERBO ESSERE ((copula)) + nome del predicato ((nominale/determinante lessicale)) In definitiva il ‘predicato nominale’ può essere chiamato anche
gruppo verbale modificante … oppure modificante nominale.
Si possono indicare i rapporti di dipendenza con questo sistema:
il gatto di Luigi è bello
GN GP GMN
GN (+GP) + GV
Fs
Questi GRUPPI DI PAROLE collegate dal SENSO si chiamano GRUPPI o SINTAGMI. I sintagmi nominale e preposizionale - "il gatto" - "di Luigi" - sono collegati fra loro formando un sintagma PIU' GRANDE: "il gatto di Luigi" (GN+GP). Inoltre il sintagma o ‘gruppo verbale modificante nominale’ "è bello" si lega al grande sintagma (o GN+GP) "il gatto di Luigi", formando un unico blocco, cioè una frase.
Possiamo a questo punto stabilire di chiamare il sintagma più grande "il gatto di Luigi" GRUPPO NOMINALE (GN), in quanto le parole che lo compongono ruotano intorno al nome " gatto ".
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Il sintagma verbale può indicarsi come gruppo verbale (GV), perché è costituito da una forma verbale , a cui si può aggiungere un elemento nominale. Una FRASE è quindi composta da un GN e da un GV, come si può vedere dalla seguente formula:
Fs = GN + GV = Fs = frase semplice
4) STRUTTURA DEL PERIODO: Esaminiamo ora quell' insieme di frasi che è il periodo.
Scriviamo un periodo:
" Una volta, allorchè da studente cambiai di alloggio, dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza perché le avevo coperte di date " ( Italo Svevo )
Un periodo è composto di proposizioni (tutte contraddistinte da un soggettetto e da un predicato) fra loro collegate e che quindi, per intenderne la STRUTTURA, deve essere selezionato nelle varie proposizioni (o FRASI) che lo costituiscono..
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Queste proposizioni non sono tutte dello stesso valore.
Alcune sono autonome, nel loro significato ( le principali ) e le altre sono dipendenti da quella autonoma, perché da sole non hanno un senso compiuto si chiamano anche
secondarie, oppure dipendenti o anche subordinate).
Le dipendenti del periodo preso in esame sono:
"allorché da studente cambiai alloggio" … e "perché le avevo coperte di date".
La principale che esprime il fatto centrale ed è il centro del periodo, ha significato autonomo. Essa è "Una volta dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza".
Rispetto a questa le due proposizioni secondarie sono delle ESPANSIONI, perché esprimono FATTI COLLATERALI E SECONDARI, in qualche modo connessi con il fatto o la sitazione idealmente posti in posizione centrale, espresso dalla principale.
Anche nel periodo quindi, oltre che nella frase, esiste una struttura ordinata, per cui le frasi sono ordinate e collegate fra loro da rapporti di dipendenza "sintattica".
SINTASSI appunto si chiama lo studio delle relazioni che le parole hanno nella frase.
La SINTASSI DEL PERIODO studia i rapporti e le relazioni fra proposizioni principali e secondarie.
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Schema esplicativo:
PRINCIPALE Una volta dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza
perché le avevo coperte di date = proposizione espansione frase secondaria causale
Nota: le SECONDARIE ( o DIPENDENTI, o SUBORDINATE ) sono ESPANSIONI introdotte da CONGIUNZIONI SUBORDINATE.
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6) IL VALORE E LA FUNZIONE DELLE PAROLE:
E’ paradossalmente arduo dare una definizione di quel che chiamiamo ‘parola‘.
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Si potrebbe dire che è quell' insieme di suoni legati fra loro dal SENSO complessivo e dalla FUNZIONE che hanno nel contesto del discorso.
Per esempio la parola MELA è costituita dalla sequenza dei fonemi (lettere dell'alfabeto come si pronunziano): ‘ m - e - l – a ’ .
Questi suoni, pronunciati in questo ordine, indicano quel particolare frutto così chiamato: ne sono, insomma, il SIGNIFICANTE.
Il "FONEMA" è l'unità minima fonetica, cioè ogni singolo suono di una lingua, indicato con determinate "lettere" (grafemi, dal greco = scrivo). Ogni lingua alfabetica ha dei fonemi e dei grafemi particolari.
Vi sono parole che hanno un senso compiuto e altre che servono solo per indicare una FUNZIONE, ossia i rapporti fra le varie "parole" (MONEMI), come dei semplici cartellini segnaletici che suggeriscono al lettore un certo ' modo ' per interpretare le parole che seguono.
Prendiamo l'articolo (DETERMINANTE GRAMMATICALE) ‘ il '. Si tratta di una parola senza un senso preciso. Serve solo ad indicare e DETERMINARE la parola che segue. Quando dico 'il giardino', la paroletta 'il' serve per farci intendere che ‘il’ --GIARDINO-- da essa indicato non è ' un qualunque giardino', ma uno certo, determinato, distinto da altri. E' diverso dire 'il giardino del sultano' da … "ho visto un bel giardino". In questa ultima frase si vuole indicare in modo 'indeterminato' e vago 'un' giardino, perciò si usa il determinante " UN " (articolo ‘indeterminativo’). Queste 'parolette', e cioè gli 'articoli' (determinanti grammaticali) servono per indirizzare genericamente il SENSO di un'altra parola, restringendo o allargando il 'campo semantico e logico' di un termine .
Consideriamo ora la seguente frase: ‘l'automobile di Anna Maria è nuova’.
La paroletta 'di' indica un rapporto di appartenenza, in particolare l'appartenenza dell'automobile, che è 'di Anna Maria'. Questa paroletta indica una FUNZIONE : 'Anna Maria' è in funzione di 'automobile. Le PREPOSIZIONI perciò sono dette FUNZIONALI (o INDICATORI DI FUNZIONE). Si è già osservato che ad un Gruppo Preposizionale (ESPANSIONE \ 'complemento') corrisponde, fatta la dovuta trasformazione, a una FRASE SUBORDINATA. Le FRASI SUBORDINATE sono introdotte da CONGIUNZIONI SUBORDINANTI. Le congiunzioni, quindi, sono anch'esse INDICATORI DI FUNZIONE.
Ad esempio: non riuscii a scrivere la poesia ……… per mancanza d'ispirazione proposizione principale espansione causale
non riuscii a scrivere la poesia …… perché mi mancava l'ispirazione proposizione principale frase espansione causale subordinata
Nel primo caso si ha una FRASE SEMPLICE. Nel secondo una FRASE COMPLESSA.
FRASE COMPLESSA= Fs (PRINCIPALE) + X =SUBORDINATA
L'unione tra Fs e X è resa possibile dal FUNZIONALE (CONGIUNZIONE SUBORDINATIVA)
Le CONGIUNZIONI COORDINATIVE uniscono frasi semplici tra loro, formando FARSI COMPOSTE. Ad esempio: Luigi parla + Luigi cammina= Luigi parla e cammina
FRASE COMPOSTA= Fs + Fs ( + Fs…..)
Esistono altre parole, poi, che hanno un SENSO AUTONOMO, come: albero, cielo, strada.
Questi monemi indicano un oggetto reale, una persona o un'idea astratta, un concetto.
Si tratta di NOMI e sostantivi. Possiamo chiamarli NOMINALI .
I 'PRONOMI' possono 'sostituirli'. Sono anch’essi dei NOMINALI.
Ad esempio: Catullo vide Clodia e la salutò.
Gli AGGETTIVI sono monemi che si aggiungono ai NOMINALI (NOMI) per precisarne il SENSO.
Sono DETERMINATI LESSICALI, o LESSEMI MODIFICANTI in quanto apportano una modifica, una precisazione ad un nominale.
Il cielo può essere coperto, nuvoloso, celeste, arancione, 'azzurro', lontano….
Sono anche delle
ESPANSIONI,
come i 'complementi' , perché dirigono, fanno 'espandere' in una direzione il senso d'un nominale.
Un cane può essere ‘bello, feroce, mansueto’.
Può anche essere …: ‘di tipo belga, di Mario, da guardia' ….
Classificando le parole in base al loro valore e alla loro 'funzione' si è giunti a considerare le cosiddette PARTI DEL DISCORSO, che, per accennarle soltanto, sono le seguenti:
ARTICOLO = NOME = PRONOME = AGGETTIVO = VERBO
… parti variabili, in quanto al LESSEMA (TEMA - RADICE) possiamo aggiungere dei MORFEMI (prefissi e suffissi) determinando ' genere, numero, tempo e modo', come ad una 'base' stereofonica possiamo aggiungere diversi accessori per ottenere sofisticati 'effetti'.
… parti invariabili, perché non sono ' modificabili' con aggiunte di prefissi e suffissi. Possono, al massimo, agglutinarsi - o fondersi - con un'altra parola.
Ad esempio: DETERMINANTE.+ FUNZIONE.GRAMMATICALE.= DETERMINANTE FUNZIONALE - DI + IL = DEL …. Le PARTI VARIABILI sono suscettibili, quindi, di 'modificazioni '. In tal caso si parla di FLESSIONE per AGGETTIVI , NOMI , PRONOMI , e ARTICOLI.
Per i VERBI si parla di CONIUGAZIONE . NOME : a. – nome -lup-o (sing. M.)- lup-a (sing. F.) - lup-i (pl. M.) - lup-e (pl. F.): b. – aggettivo - buon-o (sing. M.) - buon-a (sing. F.) - buon-i (pl. M.) - buon-e (pl. F.).
c. – verbo :
pronome singolare pronome Plurale
IO CANT- O NOI CANT- ATE TU CANT- I VOI CANT- IAMO EGLI CANT- A ESSI CANT-ANO
6 ) INVERSIONE DELLA FRASE :
la frase "il treno arriva" può presentarsi anche nella forma arriva il treno
Diciamo allora che la frase ha subito una
TRASFORMAZIONE INVERSIONE (T.inv.)
Questa nuova 'struttura' (disposizione delle parole) si ottiene ponendo il SOGGETTO dopo il predicato.
Es. a) cadono le foglie (GV + GN) / da : le foglie cadono (GN + GV). Es. b) è arrivato mio zio (GV + GN) / da : mio zio è arrivato (GN + GV).
*** *
Questa struttura, che è meglio usare solo se nelle frasi è presente solo il GNI (soggetto), a mano che non si usi un ANACOLUTO (come prima detto), è FREQUENTE NELLE FRASI INTERROGATIVE .
Ad esempio …. : è necessaria questa spesa ? (GV + GN). …. La struttura 'normale' (GN + GV) è detta 'DIRETTA'.
6. LA COORDINAZIONE :
7) LA 'SOMMA' DELLE FRASI: si pensi ad un periodo di questo tipo:
Lucio studia. Lucio è diligente.
Sommando le due frasi ELIMINIAMO LA RIPETIZIONE DEL SOGGETTO ed otteniamo una FRASE COMPOSTA: ….
Lucio studia ed è diligente.
Abbiamo COORDINATO le due FRASI o PROPOSIZIONI PRINCIPALI.
Chiamiamo …. PRINCIPALI le due frasi perché possono essere separate da una forte pausa (' punto' o 'punti e virgola') e quindi sono AUTONOME.
La congiunzione che coordina le due frasi è la ‘ e ‘ , che fa parte delle CONGIUNZIONI COORDINATIVE .
8) SI TENGA PRESENTE IL SEGUENTE SPECCHIETTO:
a) FRASE SEMPLICE …. : GN + GV=(D+N) + V +(GN2) = D + N + V + D + N
*** *
b) FRASE COMPOSTA : SOMMA PER COORDINAZIONE DI DUE O PIÙ' FRASI SEMPLICI.
= Fs+Fs = (GN + GV) + ….
c) FRASE COMPLESSA:
unione di una \ o più \ Fs 'principale\i' con una \ o più \ 'subordinata\e'.
L'unione avviene per mezzo di FUNZIONALI SUBORDINANTI o CONGIUNZIONI SUBORDINATIVE = Fs + X (+ X + …. ) .
X è il simbolo della espansione frase subordinata o dipendente
- Catullo scrive poesie ………………………. FRASE SEMPLICE
- Catullo è un poeta ………………………… FRASE SEMPLICE
- Catullo scrive poesie ed è un poeta ………….. FRASE COMPOSTA
- Catullo è un poeta e scrive poesie ……….….. FRASE COMPOSTA
- Catullo scrive poesie perché è un poeta …… FRASE COMPLESSA
- Catullo è un poeta perché scrive poesie …... FRASE COMPLESSA
Così sono complesse le frasi del tipo …
Catullo è un poeta quando \ se scrive poesie
= una proposizione principale unita ad una subordinata da una congiunzione ( funzionale) subordinativa .
Le FRASI COMPOSTE e COMPLESSE hanno ALMENO DUE PREDICATI.
Es. a) Paul e John cantano.
Es. b) Paul scrive le parole e John compone la musica.
SOLO la SECONDA FRASE è' COMPOSTA, perché HA DUE PREDICATI (VERBALI, in questo caso). La prima frase è SEMPLICE perché LA CONGIUNZIONE unisce non DUE FRASI ma DUE NOMI. Il verbo della frase è uno ("cantano"), quindi la FRASE è UNA SOLA. Sarebbe una frase SEMPLICE ANCHE SE DICESSIMO:
Paul, cantante dei beatles, e John, appartenente allo stesso "gruppo", cantano? "Cantante" è participio presente.
Come "appartenente". Quindi le due ESPANSIONI FRASI in cui si trovano i participi possono considerarsi RELATIVI (cantante = che canta - appartenete = che appartiene).
La frase, invece:
Paul giovane di Liverpool, e John, suo concittadino, cantano
- è SEMPLICE, perché "giovane" e "concittadino" sono due ESPANSIONI che fungono da apposizione/attributo. Non sono verbi. Quindi, le ESPANSIONI rendono complessa la frase solo se sono a loro volta dei VERBALI.
"Cantante" e "appartenente" possono anche essere considerati "participi sostantivati". In questo caso, sarebbe SEMPLICE ANCHE LA PRIMA FRASE ANALIZZATA.
Ma il fatto che almeno uno dei due participi possa essere "trasformato" ci consiglia di considerarla COMPLESSA.
9) GLI " ALBERI " o STEMMI (PHRASE MARKERS = INDICATORI DI FRASE) :
Esaminiamo queste due frasi. a) Paolo e Maria leggono (GN + GN + GV) = Fs (frase semplice) b) Marco studia ed è diligente (GN + GV + GV) (il 2° GV è V Aus. + P. vo (“Predicativo = Nome del Predicato”) = *’predicato nominale’) = Frase composta. Schema n. 6 _________________Frase semplice (a)
GN GV
N F N V Paolo e Maria leggono
_________________ Frase composta (b )
GN GV N G V2
V F V determinante o
modificante nominale
Marco studia ed è diligente Nella frase (b) analizzata nel phraso marker (= indicatore di frase, perché rende visibile la struttura delle frasi e i rapporti logici grammaticali intercorrenti fra le "parole" ) il GV contiene due verbi:
un Predicato Verbale propriamente detto e un Determinante (o Modificante) Nominale, come si propone di denominarlo, chiamato anche ‘predicato nominale’.
Nella frase (a) la congiunzione (F=funzionale) ‘ e ’ lega due NOMI, che formano così un soggetto unico, composto. Nella frase (b) la congiunzione ‘ e ’ lega due VERBI, quindi potenzialmente due FRASI, poiché due verbi indicano la presenza di due frasi, coordinate fra loro: risulta un verbo unico, ma COMPOSTO e DOPPIO.
9) LA SUBORDINAZIONE: la FRASE COMPLESSA:
Osserviamo il seguente enunciato:
mentre osservavo le stelle, non mi accorgevo di un gruppo di amici che passava .
Si tratta di una frase complessa, formata da tre enunciati, fusi o uniti tra loro:
- Mentre osservavo le stelle - Non mi accorgevo di un gruppo di amici - che passava
I concetti espressi dai tre enunciati sono collegati fra loro. Diciamo dunque che in una frase COMPLESSA ogni enunciato è rappresentato e sostenuto dal verbo, così che nel su interno l’insieme degli enunciati si relazioni in un rapporto di subordinazione alla frase principale.
La PREPOSIZIONE PRINCIPALE è detta anche "Reggente" perché è NECESSARIA per la completezza della frase intera. La SUBORDINATA è detta anche "Dipendente", perché si appoggia alla principale o da essa dipende (è una sua ESPANSIONE FRASE).
Se infatti dicessimo: mentre osservavo le stelle (Espansione Frase Temporale),
fermandoci qui, non avremmo una frase di senso compiuto: si tratta di una frase subordinata che si "appoggia" alla principale e la colloca in un determinato spazio temporale.
La Frase Principale (che se fosse sola sarebbe una Frase Semplice) è:
non mi accorgevo di un gruppo di amici …
Questa Frase Semplice (da sola) ha un SENSO COMPIUTO , e potrebbe stare anche da sola , senza l'altra ESPANSIONE FRASE che l'accompagna e l'arricchisce.
IL RAPPORTO DI SUBORDINAZIONE è stabilito da INDICATORI DI FUNZIONE GRAMMATICALE (congiunzioni subordinate).
Le CONGIUNZIONI SUBORDINATIVE, come si è già accennato, hanno quindi una funzione diversa da quelle COORDINATIVE.
Se dico, infatti:
piove - e - sono triste
I due concetti formano una FRASE COMPOSTA. ……Se dico, invece……
sono triste - perché- piove
I due enunciati formano una FRASE COMPLESSA, perché l'enunciato "perché piove" dipende dall'enunciato sono triste : è una ESPANSIONE, una ESPANSIONE FRASE, una proposizione subordinata (x) .
L'Indicatore di funzione che unisce questi due enunciati è, quindi, un SUBORDINATORE.
Prendiamo due enunciati: cammino…. sto bene…. Posso coordinare i due enunciati: …cammino e sto bene…
Formando così una frase composta.
Posso inoltre, introducendo un subordinatore, formare una FRASE COMPLESSA, in cui un enunciato (frase, proposizione) dipenda dall'altro in rapporti diversi (di fine, di causa, di tempo, etc…).
- cammino per stare bene/ mangio affinché stia bene/ mangio perché sto bene/ mangio quando sto bene….
LE FRASI SUBORDINATE, QUINDI, INTRODUCONO UN'IDEA CHE CONDIZIONA ARRICCHISCE, SPIEGA QUELLA DELLA FRASE PRINCIPALE.
§§ §
Schema n. 7 FRASE COMPLESSA
Fs = PRINCIPALE o reggente FRASE X = ESPANSIONE FRASE SUBORDINATA
GN F GV
GN V N V V (io) leggo affinché (io) impari “ “ per “ imparare frase espansione finale_________________________ “ leggo perché “ imparo “ “ giacché “ “ “ “ siccome “ “ frase espansione causale________________________ “ “ quando “ imparo “ “ finché “ “ \ i frase espansione temporale______________________ “ “ tanto \ così da “ imparare “ “ in modo tale che “ impari frase espansione consecutiva____________________ “ “ se “ imparo “ “ a patto che “ impari frase espansione condizionale___________________
Chiamando ‘X’ la frase espansione condizionale possiamo scrivere la seguente formula:
Frase complessa =GN+GV+X(+X+X…)
Nota:
la ‘frase espansione‘ può essere implicita se ha il verbo all’infinito, al participio o al gerundio, esplicita se ha invece il verbo all’indicativo, al congiuntivo o al condizionale.
SINTASSI DEL PERIODO:
LA FRASE SEMPLICE (Fs) può essere rappresentata con la formula :
Fs = GN + G V
Il GN è un insieme di parole che si appoggiano alla ‘parola centro’, a quella che indica il ‘protagonista’ della frase, il ‘soggetto’, mentre il GV è un insieme di parole che dipendono dal verbo.
Per esempio:
il cappotto di Antonino è molto bello
GN ESP V +Modificante Nominale GN GV
La FRASE COMPLESSA è invece costituita da un enunciato principale e da uno dipendente (o subordinato), che rappresenteremo con una ' X '.
Ripetiamo la 'formula' della F. COMPLESSA = Fs + X.
Ricaviamone una frase complessa:
. . . . il portiere si lanciò sull'avversario per fermarlo
F complessa … … = ( Fs ) + ( . . X )
GN = il portiere GV = si lanciò sull'avversario
Fs = GN + GV
Per fermarlo: frase espansione finale implicita
_ per = indicatore di funzione _ fermare = verbale _ lo = (quello) = GN = nominale
. . . . . e ancora:
• oggi non esco perché piove. _ io = GN _ oggi non esco = X (frase principale negativa) _ perché piove = espansione frase causale esplicita (subordinata)
Nota: la SUBORDINATA può anche trovarsi prima della principale: . . . quando piove, mi sento triste . . .
Frase complessa = X + GN + GV
** *
Talora la FRASE ESPANSIONE SUBORDINATA si trova inserita fra GN e GV:
. . . l'attore, per essere più chiaro, ripeté la battuta . . .
F. compl. = GN + X + GV
§§ §
RIASSUMENDO :
Abbiamo tre tipi fondamentali di frase:
a) frase semplice: è detta anche 'indipendente', perché ha senso compiuto Fs = GN + GV = . . . Luigi legge . . .
b) frase composta: è formata da più frasi semplici fra loro coordinate. Fc = GN + GV + FUNZ. + GN + GV = . . . Luigi scrive e legge . . .
c) frase complessa: è formata da una proposizione principale (Fs) e da una espansione frase ( proposizione subordinata ).
Fc = GN + GV + X = . . . Mara legge il giornale mentre Luigi dipinge . . . Fc = X + GN + GV = . . . Mentre Luigi dipinge, Mara legge il giornale . . . Fc = GN + X + GV = . . . Mara, mentre Luigi dipinge, legge il giornale . . .
I tipi più frequenti di SUBORDINATE (FRASE ESPANSIONE) sono i seguenti:
In genere la FRASE ESPANSIONE SUBORDINATA prende il nome dalla congiunzione indicatore di funzione (FUNZIONALE ) che la introduce.
§ § § § §
** *
LE TRASFORMAZIONI :
scriviamo una frase semplice:
…. Gli uomini amano la giustizia ….
È' una frase "DICHIARATIVA". Enuncia un fatto che può essere o non essere vero e tuttavia viene presentato come un dato di fatto.
In questa FRASE BASE, frase di partenza, possiamo applicare le seguenti TRASFORMAZIONI:
INTERROGATIVA (NEGATIVA) * DICHIARATIVA ESCLAMATIVA (PASSIVA) o ESPOSITIVA IMPERATIVA (ENFATICA)
Lo specchietto indica che posso rendere la frase base:
* Interrogativa: Gli uomini amano la giustizia? * Esclamativa: Gli uomini amano la giustizia! * Imperativa: Gli uomini amino la giustizia!- Uomini! Amate la giustizia!
Ognuna di queste "trasformazioni" può essere resa:
** negativa: *** Gli uomini non amano la giustizia. (Forse che ) gli uomini non amano la giustizia? gli uomini non amano la giustizia! gli uomini non amino la giustizia! (uomini! Non amate la giustizia!)
… *** passiva:
*** la giustizia non è amata (oppure: è amata) dagli uomini (forse che) la giustizia è amata (o: non è amata) dagli uomini ? La giustizia non (o: è) è amata dagli uomini ! La giustizia non sia (o: sia) amata dagli uomini !
…. *** enfatica:
**** la giustizia, gli uomini la amano ( o: non la amano ) la giustizia, la amano gli uomini? ( o: non la amano gli uomini?) la giustizia, gli uomini non la amano! (o:la amano!) la giustizia, la (o:non la) amino gli uomini!
**** *
Quindi le trasformazioni ‘interrogativa, esclamativa e imperativa’ operano su di una frase\base dichiarativa. A queste poi si aggiungono, con innumerevoli combinazioni possibili, le trasformazioni ‘negativa, passiva e enfatica’.
Piero, infuriato, ha rincorso l’amico brandendo una lunga asta di bronzo: l’ombra della sera, comprata a Volterra. Riproduzione d’una famosa statuetta etrusca.
Si sono poi calmati. Il più spaventato sarà stato il gattino. Adesso i tre camminano, parlando fra loro. Che faccia paura un ricatto, si sa. Ma un ri ... gatto ... §§ § L’aria è profumata. Sono i fiori del pitosforo. Piero è silenzioso, si direbbe seccato. Paolo è come al solito pronto alla provocazione, ad accendere la conversazione, a costo di attirarsi inimicizia per la natura pungente delle sue affermazioni. ‘Cosa ti hanno detto a scuola, quando hai offerto le tue arance?’ Piero è perplesso. ‘Cos’hai fatto? Le hai gettate a terra, le hai calpestate!’
‘Cosa dovevo fare? Mi ha trattato in quel modo …’ L’argomento è troppo riservato. Meglio non approfondire. ‘Gennaro ... in sezione i compagni sostengono che sei un trotzkista ... addirittura c’è uno che afferma che sei un arrivista ...’ ‘E’ il mio destino... Quando ero nella sinistra del partito democratico, dicevano che ero un comunista. Adesso i comunisti scontenti dicono che sono un trotzkista... Secondo te cosa sono io?’
‘Tu sei uno che paga. Ricordati. Mai fuggire. E mai scegliere le strade più difficili. I pazzi scelgono le vie più difficili.
Tu lo sai perché?’ § ‘Paolo, Dio stesso ha scelto la via più difficile per salvarci. Si è fatto uomo, con i dolori e le angosce dell’uomo, ha sofferto per i propri cari, per gli estranei, per gli amici e per i nemici. E’ morto, cosa assurda per lui. E tu dici dunque che Dio è pazzo?’ ‘Tu sei sempre troppo problematico, Gennaro ...’
Fa Piero, che prende le distanze dal mio ragionamento estremo. Si fa tardi, e i tre amici si lasciano. § Chissà quando si sarebbero lasciati per sempre? E quale dei tre avrebbe abbandonato gli altri per primo? Non c’è amore più grande di chi dà la propria vita per i suoi amici. Forse abbandonare gli amici vuol dire sacrificarsi per essi? Ora Gennaro è solo e la sua mente è tutta un brulicare di pensieri. § Rientra a casa. Nel suo piccolo studio lo aspettano molti compiti da correggere. Saluta la mamma e si mette al lavoro. Preferisce le ore della notte per questo lavoro. Il silenzio gli permette di concentrarsi meglio. Non ama affatto correggere gli errori degli altri. Il sistema di svolgere compiti su fogli di carta da riempire poi di segni colorati gli sembra ottuso e ridicolo. Rilevare gli errori, poi, gli sembra in sé una violenza inutile e arbitraria. A volte pensa che l’errore stesso non esista, non sia una entità da elevare al piano nobile dell’esistere. E’ errato un qualcosa che esce fuori dalla normalità. Ma ciò che non è normale semplicemente non è. Oltretutto segnare gli errori, e trascurare le parti corrette, gli sembrava aberrante, abnorme. Tutta la scuola era basata sul culto dell’errore. *** ** * Non si parlava d’altro che degli ‘sbagli’, mai delle cose correttamente dette, svolte. Cattedrali, templi votati non al culto della cultura e della ricerca, ma talvolta dell’abnorme, dell’errore, queste erano i palazzi e le case dell’istruzione. §§§ §§ § Eppure i professori stessi, che erano diventati i sacerdoti di questi santuari dell’errore non erano certo immuni dal vizio di commetterli, anzi, si sarebbe detto che a furia di frequentare alunni errabondi ed erranti, per loro stessa ammissione, gli stessi insegnanti ne avevano assorbito tutta l’ignoranza, anziché combatterla e vincerla, come accade a quei terapeuti che inesorabilmente finiscono con l'assumere le patologie degli stessi malati, ove vogliano ad essi dedicarsi con la intensità adeguata o con maldestra familiarità ...
§§§ §§ §
§ Si erano prestati, costoro maestri o terapeuti del sapere e della conoscenza, ad un compromesso. Avevano stretto un patto nella scuola con quello che era il dèmone stesso dell’istruzione: l’errore. Come se dei sacerdoti avessero patteggiato con il dèmone del labirinto che si nasconde nella mente e può trascinare l'anima, il concorrente per antonomasia dello spirito religioso, ma anche il suo necessario contrappeso.
Del resto il ''demònio'' non è sempre quello che comunemente si crede. Non è brutto, viscido, repellente, immondo. Ha un’apparenza, all’occorrenza, quasi elegante, gradevole ma non affettata, si presenta come un’alunna o un alunno che chiedano di essere aiutati in cambio di un po’ di soldi, con qualche opportuna ‘ripetizione’. Reperita juvant. Disposti quindi a prendere privatamente lezioni, magari. E a pagare ‘’a ore’’. Un insegnante con quattro abilitazioni all’insegnamento non è nulla, se non prende una certa cifra ‘’a ore’’.
§
La legge della più severa moralità non consentirebbe certi esercizi acrobaticamente e didatticamente articolati, ma la familiarità, l’amicizia, una certa economia e la pratica della ‘lectio sine discipulis’, ma con un pubblico sceltissimo e ‘’privato’’, quella sì.
** *
Si presenta, Mefistofele, come un preside compiacente, tollerante, che magari non sia un freddo burocrate, che giunga con comodo la mattina, per non opprimere i docenti e non affannare gli alunni, che se ne vada un’ora prima per mettere a proprio agio impiegati e tutto il personale, o che resti a scuola vuota nel suo confortevole ufficio, o che venga un po’ il pomeriggio con un manipolo scelto di specialisti della didattica, così che l’apparato scuola famiglia in questo modo possa continuale a ritmi blandi, umani la grande caccia, il grande safari alla belva che infesta gli istituti scolastici: l’idolo nefasto dell’errore.
§§§ §§ §
Il demònio è subdolo, astuto, non spaventa, blandisce, attrae, affascina, trasforma la legge in una gabbia dalle sbarre di gomma, i garanti della legalità in sorridenti colleghi statali, oppressi dalle difficoltà della vita, pronti a vedere tutto con le lenti dell’indulgenza dei cittadini oberati dai mutui rapporti della competizione sociale. §§§ Insegnare. §§ § Ma esiste veramente l’attitudine, la ‘’vocazione’’, la possibilità, la capacità di insegnare? Chi è stato il primo insegnante? E il primo alunno? E’ riuscito Dio ad ‘’insegnare’’ ad Adamo ed Eva quale frutto non si dovesse cogliere? E’ stato un buon insegnante? Sono stati buoni alunni Adamo ed Eva?
Oppure, viceversa, è stata buona docente per Adamo, Eva, che avrebbe dovuto essere solo una ‘’collega’’, Alunna di Dio?
E Adamo, con Caino, ha insegnato bene? E Romolo?
§§ §
E Gesù, il Maestro per antonomasia, il Rabbi per eccellenza, è stato un buon Maestro?
Si lamentava esplicitamente e giustamente a volte della scarsa capacità dei suoi discepoli di comprendere appieno il suo linguaggio fatto di metafore estese, di parabole, di allusioni allegoriche. Il linguaggio della poesia, del linguaggio pienamente creativo, che non è differenziazione linguistica, ma dominio delle cose sopra i suoi stessi simboli, metafore e allegorie: le parole, il Verbo. Il Parlante che diviene, sopra le lingue, Lingua ed è Parola stesso lui in persona, è Verbo.
Parola e parlante, Verbo e allegoria, linguaggio e comunicazione si identificano nell’atto della comunione linguistica e nel dominio della parola, che non è solo segno astratto, ma significante della realtà contenuta nella Mente e nella Memoria.
§
Dicendo pane al pane e vino al vino, così raccomandava di parlare. Ma il Rabbi doveva essere poeta, conoscere i miti, ossia gli archetipi contestuali della sua gente trasformati in racconto, reinventarli, rigenerarli e non parlare banalmente e semplicemente, ma per enigmi, per metafore e parafrasi. Per ‘parabole’. Come Apollo, Gesù raccomandava la chiarezza.
La semplicità. Ma praticava l’oscurità ed il mistero del labirinto linguistico. Dio parla, ma parla per segni tanto evidenti quanto incomprensibili. Ma non per questo incompresi.
La pioggia sugli oceani. I lampi in pieno giorno.
La luce di stelle che esistono anni prima che noi le vediamo mentre le scorgiamo. Il pianto degli innocenti e dei deboli, il trionfo dei malvagi. La fortuna dei persecutori, la rovina dei perseguitati. Gli evangelisti avevano scritto il pensiero, le parole del Rabbi. Erano stati fedeli all’originale? Gli stessi fatti erano stati riferiti in base a quattro diversi punti di prospettiva. Una verità e quattro versioni. Così era avvenuto per Socrate.
Era stato un buon maestro? Non aveva scritto nulla, come Gesù. Platone ne aveva trascritto il pensiero nei suoi dialoghi. Ma quanto di platonico c’è effettivamente in Platone? C’è poi qualcosa di veramente suo nei suoi dialoghi, o non è che una sorta di quinto evangelista d’una specie di Gesù ellenico? Ha forse anticipato, operando da solo sul piano filosofico, umano e letterario, l’atteggiamento degli evangelisti, che trascrissero le parole del Rabbi secondo quattro diversi punti di vista? Gran parte del pensiero socratico pare di stampo messianico e sembra scritto da Platone come se l’avesse ispirato un dio: il discepolo di Platone parla di qhia mania, di ‘’thèia manìa’’, ‘’follia’’ o ‘mania’ divina, di ispirazione o possessione divina, ‘’entusiasmo’’, quando parla della capacità o competenza poetica, e la pone a stretto contatto con la capacità mantica divinatoria dei sacerdoti. Platone è un a suo modo un esempio e un modello, un archetipo, sia pure assai complesso e costellato, che precede gli evangelisti.
Egli per amore totale del suo maestro ha rinunciato alle prerogativa precipua, e quasi sempre del resto immeritata, dell’autore: l’originalità.
Questo è un antico punctum dolens della letteratura e dell’arte.
Si potrebbe affermare che sia il fondamento stesso e la ragione di essere dell’estetica.
Cosa appartiene ad Omero dei poemi omerici? Certo il grande padre Omero non può avere inventato tutto il patrimonio mitopoietico usato nell’Iliade e nell’Odissea. Quindi almeno questo non è omerico, in Omero.
La scansione ritmica, il formulario epico, le storie stesse che racconta, potrebbero appartenere ad una tradizione legata all’epos (epoV = racconto) che lo ha preceduto e accompagnato nel tempo.
Allora cosa ci sarebbe in Omero di Omero?
La sua straordinaria capacità di amalgamare con uno stile unitario, non senza eleganti apparenti contraddizioni, la enorme materia disordinata e vasta della pratica epica dei suoi tempi.
Tempi in cui la scrittura in Grecia iniziava appena ad affermarsi.
Un autore grandissimo, Omero, vissuto in un’epoca in cui non c’era scrittura nel mondo greco, e quindi nemmeno letteratura, sulla fine del medio evo ellenico, seguito per secoli alla venuta dei Dori dopo la fine delle civiltà minoico cretese e micenea, che usavano sistemi grafotecnici solo per registrazioni economiche.
Eppure quest’uomo paradossalmente ‘illetterato’ è il padre stesso della letterature greca, della tecnica teatrale stessa, del gioco del racconto, del protagonismo e dell'’antagonismo. Del deuteragonismo. Della narrativa.
Ha preceduto la lirica, la stessa satira, sebbene lo stesso Platone lo usi come esempio di conoscenza irrazionale e lontana dalla geometrica sincerità della filosofia e della ricerca razionale della verità iperurania, appartenente al solo mondo delle idee.
Quindi il problema dell’originalità nasce con la letteratura, come quello della veridicità nasce con la storia.
Storia e letteratura nascono con la scrittura, ma si nutrono di un materiale immenso che preesiste alla scrittura.
Questo materiale è l’èpos, èpos, il mythos, racconto, mito, nel suo aspetto umano ed in quello sacrale e metafisico.
La scrittura è nata con le civiltà mesopotamiche, molto prima di Omero.
I sistemi di scrittura ideografici assiro babilonesi ed egiziani solo dopo migliaia di anni sono stati sostituiti da sistemi ‘alfabetici’ di natura acrostica.
Si dava un valore fonico ad un segno che ricordava nel disegno un oggetto diffuso e noto che iniziava con un suono simile.
Il sistema alfabetico fenicio consentiva di scrivere con poche decine di segni tutte le parole concrete ed astratte.
Queste erano il punto dolente dei sistemi ideografici, che non erano affatto pratici, perché richiedevano un disegno specifico per ogni parola.
Questa enorme difficoltà ne faceva un sistema grafico esclusivo d’una casta di scribi, escludendo dalla sua pratica la stragrande maggioranza della gente.
In Grecia c’erano stati sistemi di scrittura, con la civiltà cretese e con quella minoica, finite drammaticamente ben prima di Omero.
Dai quattro ai sei secoli prima dell'’800 circa a.C.
Queste scritture, lineare a e b, erano però complessi sistemi fra l’ ideografico ed il sillabico, e venivano usate per ragioni economiche: liste di beni e di mercanzie per magazzini e per fini commerciali.
Intorno all’età omerica si diffonde, per influsso dei fenici, la scrittura alfabetica sillabica nella zona ellenica e nasce il legame non solo fra alfabeto e commercio, ma anche fra scrittura e ‘poesia’, racconto, epos, mito che diventano letteratura e ‘mitologia’.
Centinaia di migliaia di anni erano stati occupati dal racconto, dalla parola, da epos e mito, adesso alla parola si aggiungeva la possibilità di scrivere ogni storia e racconto, e si scopriva che il papiro e poi la ‘carta’ erano più resistenti delle opere in pietra e in metallo.
Exegi monumentum aere perennius, scriverà Orazio, poeta lirico e satirico contemporaneo di Ovidio, Virgilio, collaboratore letterario di Mecenate, uomo di fiducia di Cesare Augusto Ottaviano.
Il tesoro inesauribile del mito, legato alla parole, è dunque alla base della produzione poetica omerica.
Il suo epos, che è un racconto più generico e profano che sacrale e universale come il mito, è legato alle tecniche di conoscenza mnemonica, che sono il primo passo verso la scoperta della scrittura, che è un fatto storico, ma non rigidamente datato.
E’ come se l’uomo scoprisse in fasi diverse della sua esistenza il mistero della fusione fra significato e significante, ossia la scrittura.
Per questo Omero non è il padre dell’epos, del mito, della poesia antica nel nostro mediterraneo, ma è paradossalmente il padre della composizione mnemonica di poemi che subito dopo lui sono stati affidati alla scrittura.
Quindi è il padre della sorgente stessa della letteratura greca, occidentale, antica e moderna.
Questa nascerà compiutamente con la scrittura. Siamo al cospetto di un cieco, mirabilmente padrone delle tecniche linguistiche e melodiche, inconsapevole di alfabeti come li intendiamo noi, eppure, sebbene illetterato, creatore della letteratura, che si sarebbe sviluppata dalle sue intuizioni.
§
Può quindi esistere la scrittura, e con essa la letterature, anche senza scrittura, se intendiamo la mente degli uomini e degli animali capaci di creare archetipi, di elaborarli, di farne racconto e di memorizzarlo.
Memorizzare, individualmente o socialmente, collettivamente, è già letteratura.
Al patrimonio mnemonico manca solo la veste formale e materiale fornita dalle tecniche di scrittura, dai papiri, dalle pergamene e dalla carta.
Trattando l’universo mitico Omero lo trasforma in forma armonicamente narrata.
Prima di lui è la purezza selvaggia dell’irrazionale, il mito, il caos, dopo di lui e con lui è l’equilibrio stilistico e linguistico, il logos che attinge al mito.
Un ordine scritto che galleggia sul magma del tumulto caotico della selva dei sentimenti e delle passioni primigenie e archetipiche dell’animo umano.
Omero è per questo ingenuo, violento, passionale, sprovveduto, propagatore di favole e legato ad una religione complice, non redentrice.
Si potrebbe dire che Omero è ogni uomo, quando manipola il caos personale e ne fa racconto, ‘letteratura’.
Una singolare contraddizione della scuola italiana era portata da Gennaro ad esempio dello stato di malessere che la opprimeva.
Omero, infatti, il più abile poeta greco, non avrebbe mai potuto insegnare nella scuola italiana.
In Italia chi è cieco non può insegnare greco.
Una ben curiosa scuola, quella che escluderebbe dal liceo classico il padre della letteratura greca.
§§
§
Gennaro dopo questa divagazione riprende a correggere attentamente i compiti.
Non usa che di rado la matita rossa e blu, ma un pennarello rosso, o addirittura verde, a volte.
Alla fine mette gli elaborati nella borsa di cuoio e plastica avana e va in giardino.
Qui saluta il suo cane Argos.
Lo aveva chiamato così in onore di Odisseo e di Omero, di Penelope e Telemaco.
Di Itaca petrosa.
Di Eumeo.
Di Ulisse, l’errabondo, sofferente Odisseo.
Argos, o kuwn talasifrwnos Oduseos.
Argos, il cane di Ulisse dalle molte vie ...
***
**
*
beta
Roma è veramente bella.
Ma qualcosa ancora di più, bella è dire davvero poco.
C’è qualcosa di particolare e di accattivante nell’aria, nella sua atmosfera, in quella patina di arcaico e di vetusto che ti fa respirare.
I vicoli di Trastevere sono magici, i colli verdi e fronzuti, le chiese, l’Aventino con Santa Sabina, fatta di frammenti strappati alla classicità.
Il cattolicesimo costruito con i templi pagani saccheggiati, diruti, abbandonati.
Le rovine sparse per la città.
§
Una città vinta, distrutta, finita e ricostruita con le sue stesse macerie.
Gennaro ricordava quando proposi qualche anno fa di accompagnare la mia classe di ginnasiali al Quirinale, il giorno in cui il Presidente Sandro Pertini riceveva i giovani delle scuole.
La reazione dei colleghi era stata variegata.
Fra i tiepidi e i favorevoli spiccava la posizione dell’ insegnante di filosofia, un tipo energico, espansivo, chiacchierone ed anche spiritoso ed umoristicamente pluripolare.
Costui non era d’accordo perché riteneva superfluo visitare il Capo dello Stato, o farsi ricevere da lui.
Gli si obiettò che per i giovani poteva essere utile vedere il palazzo del Quirinale, una delle sedi in cui si decidevano le sorti della nazione, sia pure, naturalmente, sentite le altre sue parti e componenti.
Conoscere poi da vicino un Presidente così congeniale ed amato, con un carattere energico e vigoroso, con un modo di parlare accattivante non poteva che risultare … pertinente.
L’iniziativa era stata poi approvata. Alla fine il pullman era partito, con Gennaro, due colleghe e tre classi ginnasiali ed erano giunti a Roma in poco più di due ore.
Ad una doveva stare attento … perché grattava le penne, ed alle penne era affezionato.
Avevano portato una grossa cesta di spigole e delle pregiate pipe di Massa Marittima.
Consegnò il tutto ai poliziotti che controllavano i pacchi e i doni e raggiunse i ragazzi.
Passarono attraverso grandi saloni e corridoi. Si trovarono nel luogo preparato per l’incontro.
§
Arrivò poco dopo Sandro Pertini.
C’èra un gran cerchio di ragazzi intorno a lui.
Era elegante, vestito d’un abito dai toni bruni, con l’immancabile pipa.
Chissà se avrà fumato mai nelle pipe di Massa Marittima.
A turno gli facevano delle domande.
Toccò a uno dei ginnasiali della loro comitiva.
Pertini si accalorò rispondendo.
Gli era stata rivolta una domanda un po’ … impertinente.
Sicuramente sarà stata suggerita da uno dei genitori.
Probabilmente dalla mamma, conoscendo la famiglia.
L’incontro ebbe termine.
**
*
Con il pullman, dopo una passeggiata per Roma, verso il Tritone, Via Veneto, Via Nazionale, andarono a Villa Giulia, al museo etrusco.
Infine tornarono a casa.
Eppure Roma non sempre gli era piaciuta.
Certo era bello andare dai parenti, ogni tanto.
A Natale oppure d’estate.
Ma fin da piccolo aveva bene in mente che dopotutto Roma era stata una nemica spietata per i Sanniti che in Pietrabbondante, nel Molise, avevano uno dei maggiori centri sacrali.
Era davvero singolare che due suoi zii avessero stabilito proprio a Roma la loro residenza, lasciando definitivamente il paese molisano.
§
Era come se il Sannio, quello molisano, dell’Alto Molise, pur vinto dai Romani, ora prendesse la sua rivincita, occupando Roma, abbandonata dai romani, ormai quasi introvabili nella massa degli immigrati d’ogni parte d’Italia, specie meridionale.
§
Roma probabilmente è la prima città del Molise, come lo è del resto anche di altre province.
Altri parenti di Pietrabbondante si erano stabiliti a Roma.
§§§
§§
§
E come poter dimenticare che un governatore romano, per di più d’origine molisana, aveva avuto tanta parte, e per di più passiva, nella morte del Cristo?
Quest’avversione per la città eterna era però a poco a poco svanita, di fronte al suo fascino inspiegabile.
La casa ai Parioli dello zio fratello maggiore di sua madre, avvolta nel verde discreto ed elegante della sua via a forma di ferro di cavallo, dal nome elegante ed evocatore del mondo del teatro, affascinava.
Le stanze eleganti, primo novecento, il profumo speciale dello zio, un profumo dal nome etrusco, l’odore particolare di tutta la casa, l’ingresso in legno, l’ovale sul portone, il giardino con i viali di ghiaia, la grande palma e le siepi ordinate.
I gatti romani soffici e ben pasciuti.
Quella villa era la sintesi del fascino della città intera.
Ritornato a casa, eccolo di nuovo immerso nelle cose abituali. Dall’anno in cui avevo accompagnato gli Alunni da Pertini, si può dire che le cose erano peggiorate a scuola.
Si sforzava di non avere polemiche con nessuno, ma alcuni insegnanti non facevano che provocarlo.
Qualsiasi sua proposta era bocciata.
§
Avrei voluto adottare un libro bellissimo di geografia, ma la proposta non fu accettata perché a dire d’una docente era troppo difficile ed avrebbe impedito agli Alunni di studiare adeguatamente latino e greco.
Insomma si doveva tradurre dal greco e non decodificare l’italiano.
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Così per la formazione delle classi.
Era un’operazione monopolizzata dalle docenti esperte nella conoscenza di affinità e parentele, così da creare blocchi di alunni economicamente congeniali e compatibili, formando poi classi di allievi ‘difficili’ da affidare invece ai docenti di buona volontà.
In questo modo si creava un collante, un legame stretto e solido nei rapporti ordinari, elastico e mobile nei momenti di difficoltà, tale da stringere il docente agli alunni più di una parentela, più di un legame politico o sociale.
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L’alunno, seguito dal docente che lo aveva ‘scelto’ e fatto proprio con l’approvazione tacita della scuola poteva in questo modo ‘benevolmente e serenamente pretendere’ un certo trattamento, rigido o tollerante a seconda dei casi, insomma si veniva a creare un sistema didattico basato su un ricatto.
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Io ti assicuro il successo scolastico – diceva tacito o pensava in silenzio il docente integrato nel sistema – e ti proteggo, tutelo il regolare tuo procedere, purché tu non crei nessun problema, accetti di studiare senza criticare, senza pensare, senza chiedere né pretendere.
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Io ti sopporto – diceva tacito o pensava in silenzio l’alunno – so cosa vuoi.
Se io sono di buona famiglia, di famiglia integrata, sono un prescelto.
Se la mia famiglia è povera, avrò scarse probabilità di sopravvivenza.
I genitori approvavano questo contratto aberrante, nato dai pregiudizi, dalla ingiustizia sociale, dal fatalismo.
Esercitavano di fatto una pressione sociale ed economica fortissima sui docenti, crendo un ‘’blocco didattico’’ basato su una specie di ‘’silent blackmail’’.
Era quello che Gennaro definì, quando fu quasi minacciato di stritolamento sociale e scolastico da questa macina, ‘ricatto silente’.
Silent blackmail...
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Aveva visto al liceo, al ginnasio, insegnanti trattare con estrema durezza, ma apparente e giusta severità, alunni e alunne il cui padre non poteva esercitare un’azione efficace di protezione e tutela sui figli.
Per ragioni economiche, per ragioni di salute. O perché semplicemente ... non c’erano.
Forse non potevano nemmeno esserci, se non in una forma di praesentia absens.
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Altri buoni rampolli procedevano a gonfie vele fra versioni tacitiane e senechiane che non avrebbero mai compreso se non fossero stati ispirati da benevole Muse.
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Gli eupatridi, o bennati, che fossero stati somari anzichenò, non venivano maltrattati come i nati da padre debole o povero e disarmato, ma venivano vezzeggiati e seguiti amorevolmente, fino alla sospirata ma immancabile promozione.
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I poveri, i nati da babbo debole erano ‘bestie’, ‘scaldavano il banco e nient’altro’, i figli di buon papà erano ‘incerti nell’apprendimento’, ‘sapevano le regole ma erano incerti nella loro applicazione’, vale a dire che sapevano la ricetta dell’uovo sodo ma non trovavano il verso di lessarne uno, se non amorevolmente assecondati dalla fatata Mano di chi sappiamo.
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Docenti vittime non di una forza illegale più forte di loro, ma della ignoranza, della violenza, della prepotenza contenuta nel branco che l’uomo forma, più selvaggio e rigido di quello delle belve, ma più subdolo, legalizzato, irretito in mille leggi create solo per realizzare una forma comica e tragica di ricatto.
Un ricatto che nessuno sa.
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Un ricatto silente.
A ... silent blackmail ...
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Certo, questa teoria può sembrare degna d’un superficiale critico d'uomini.
Ma tutti hanno sempre riconosciuto una natura in parte almeno malvagia all’uomo.
Il bene è un traguardo duro e difficile da conseguire.
Il male è la pratica, la prassi.
La scorciatoia.
Se così non fosse, non ci sarebbero tante leggi e legislatori, tante religioni e norme etiche.
Tanti limiti e confini, reticolati e cancelli.
Il mito stesso è disseminato di cattive azioni, di errori madornali, di empietà commesse dagli uomini.
Tanto che si potrebbe affermare che le bestie, tutto sommato, siamo noi e che gli animali siano in certo qual modo a noi superiori.
Non parlano, eppure si capiscono.
Non fanno scempio dei propri simili, se non in occasioni particolarissime, non accumulano tesori impoverendo i deboli, gli onesti.
Non fingono di amare, di lavorare.
E così via.
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Soltanto l’uomo ha inventato quel sistema stravagante e patetico che chiamiamo ‘scuola’.
E lo ha inventato da poco.
Per gli animali l’insegnante, se così si può dire, è il padre, la madre.
E le classi non sono numerose come per l’uomo.
Anche Dio ha avuto un solo insegnante in suo Padre.
E nella Madre.
Egli stesso ha poi insegnato loro qualcosa.
Aristotele fu un docente fortunato.
Ebbe in un certo periodo un solo alunno.
E che alunno.
Indomabile.
Alessandro.
Quanto a Nerone, ebbe una miriade di docenti. I migliori intellettuali del suo tempo.
Ma il risultato, a detta dell’ispettore, per dir così, Tacito, non fu certo dei migliori.
§
Adesso noi invece, per ragioni squisitamente economiche, abbiamo ideato scuole con classi numerose ove gli insegnanti parlano e vengono ascoltati da un folto gruppo di allievi.
§
Eppure, anche a proposito di leggi, e in particolare di legislazione scolastica, il suo amico Paolo aveva da dire la sua.
§
‘Sai, Gennaro, se si osservassero tutte le leggi, il mondo si fermerebbe’.
Profonda, singolare osservazione.
Ognuno non deve far altro che scegliere le leggi a cui obbedire.
Alzarsi al mattino e decidere.
§
Socrate e Cristo avrebbero perso la partita con la religione, la filosofia. l’ignoranza e il peccato, ma avrebbero salvato almeno la vita, se avessero seguito il pensiero del mio ineffabile amico.
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C’era qualcosa di vero, in quella frase assurda.
Ma presupponeva, questa verità nascosta, che vi fossero leggi inique, e che queste venissero disattese o abrogate.
‘Vedi, Paolo – gli disse un giorno Gennaro – la letteratura occidentale ha, in un certo senso, un padre: Omero.
Un profondo conoscitore del mito, della lingua greca, il migliore degli aedi e dei rapsodi.
Eppure, non avrebbe mai potuto insegnare in un qualsiasi ginnasio italiano.
Nemmeno in quello della cittadina lagunare a noi vicina, di cui siamo stati entrambi presidi’ …
‘E come mai?’.
‘Perché, stando almeno alla iconografia ufficiale, era cieco’.
‘Ma i ciechi possono insegnare tutto!’.
‘Non il greco.
Infatti non vedono accenti e spiriti’.
‘Ma chi vede gli spiriti, è un ... visionario ...’.
‘’ … E va a gestire e amministrare le biblioteche scolastiche, che sono la sorgente della Memoria e della Poesia …’’
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Un tempo ... le biblioteche, madri delle arti e delle letterature, intese quali patrimoni da registrare, scrivere e conservare, erano dette ... guaritruci dell' Anima ...
Tès psykhès jatrèja ... era detta la stanza in cui si leggeva, anche nella prorpia casa ...
E Seneca consiglia la lettura dei grandi scrittori alla Madre Helvia ... ad litteras redi, Mater ... illae sanabun vulnus tuum ...
‘’Insomma … gli insegnanti di greco se vedono gli spiriti e sono pazzi, e in alternativa amministrano e gestiscono le biblioteche scolastiche!’’
‘Stiamo scherzando troppo su questo’.
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In greco gli spiriti sono quei segni che determinano o meno una aspirazione sulla vocale iniziale.
Sembra che sia indispensabile leggerli o percepirli. Il bello è che i greci non li segnavano.
Probabilmente conoscevano a memoria le aspirazioni iniziali delle parole.
Sono stati i grammatici alessandrini, vissuti nell’epoca ellenistica dopo la morte di Alessandro di Macedonia a segnare accenti acuti, gravi e circonflessi su tutte le parole conosciute della lingua greca.
Insomma, esistono leggi, nella scuola italiana, che, di trovare lavoro come insegnante. impedirebbero ad Omero, se presentasse domanda di incarico ad un Provveditore scolastico attuale.
Forse non potrebbe fare nemmeno il funzionario di Segreteria, organizzare viaggi istruzione, visite didattiche e guidate, gite.
Non vedrebbe gli alunni da custodire. I pavimenti da pulire.
Le chiavi degli armadi sarebbero tutte uguali o quasi…
Non distinguerebbe i detersivi.
Eppure le opere di Omero, senza che lui o i suoi eredi ci guadagnino nulla, da secoli vengono usate per istruire i giovani’.
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‘E Dante?’
‘Dante ha ancora una condanna in contumacia.
Non sarebbe accettata una sua richiesta di insegnamento, neppure per l’Italiano.
E dire che ne è il Padre.
Insomma, chi ha un procedimento penale in corso non può nemmeno chiedere di insegnare.
Quanto a Leopardi, non aveva neppure un titolo di studio.
Manzoni non ha mai lavorato.
Non avrebbe nemmeno chiesto di insegnare, probabilmente.
Alfieri si costrinse a studiare facendosi legare dal cameriere alla sedia. Immaginiamo un insegnante che, oltre a legare se stesso, leghi tutta la classe.
Impensabile immaginarlo con il registro in mano passeggiare nei corridoi disadorni d’una scuola con corde e catene invece dei libri.
Quasi tutti gli scrittori non avrebbero potuto essere impiegati quali docenti nella scuola italiana, mentre in altri paesi possiamo immaginare di si.
Questo vale anche per i moderni.
Moravia non aveva titoli di studio adeguati alla scuola italiana.
Pavese ha fatto poche supplenze.
Cassola era in regola … coi diplomi … insegnava a Grosseto, poi si è trasferito a Roma.
Insomma, summum jus, summa injuria.
Il massimo della giustizia corrisponde ad una palese nefandezza.
Io non credo però che obbedire alle leggi blocchi la vita
§
Credo, con Socrate, che sia meglio obbedire alle leggi della Polis, e che commettere un’ingiustizia sia peggio che patirla.
Omero non ha mai fatto l’insegnante in senso moderno.
Eppure è stato, come tutti i geni, un insegnante per antonomasia.
Come Dante, del resto. Oggi non farebbero mai i ‘professori’.
Sarebbero quello che sono, creatori di poesia, artefici di storie immortali, facitori di parole, e le parole sono dono di Dio.
Dio stesso è stato definito ‘Verbo’.
Da Giovanni Evangelista, il prediletto di Gesù, che gli affidò, mentre moriva inchiodato alla croce, la Madonna, Maria, sua Madre.
§
‘In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo’.
In fondo, se il cosmo fosse una lingua, Gesù sarebbe il verbo, la parte vitale, più significativa, la fondamentale, quella senza la cui esistenza tutto il linguaggio sarebbe arduo, limitatissimo, ma pur esisterebbe.
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Dio e Gesù, Dio e il Figlio dell’Uomo, il Padre e il Figlio.
La stessa cosa.
Il figlio è il padre.
Nasce da lui, gli rassomiglia.
Talis pater, talis filius.
Eppure sono anche ‘altro’ l’una dall’altra.
Sarebbe impensabile immaginare Dio neonato nella misera culla d’una stalla, in una mangiatoia.
Invece vediamo in quella situazione adattarsi molto meglio Gesù, Dio Padre nella parte del Figlio.
Figlio di se stesso.
Padre - Figlio.
La conversazione con Paolo si chiudeva spesso con queste dissertazioni piene di legami che cercavo di tessere con varie argomentazioni per sostenere tesi complementari o antitetiche alla sue.
Ma il tema fondamentale fra i due amici restava: esiste una possibilità di comunicazione fra gli uomini?
E di conseguenza: esiste l’insegnamento? Un esempio di come sia difficile il mestiere di insegnante, di Maestro, viene proprio da Dio.
Dio è stato, ed è, insegnante. Non solo carpentiere o falegname.
Ha plasmato l’universo ed ha forgiato le immense stelle delle galassie, ha fatto le comete e gli asteroidi, ma ha anche lavorato in una bottega col padre, con Giuseppe.
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Lo sposo di Maria.
E Maria gli ha portato la brocca dell’acqua fresca e una benda per detergere il sudore nelle torride estati.
Ha piallato, tagliato.
E proprio un carpentiere gli ha costruito quella croce su cui è stato inchiodato come un malfattore
E Maria non ha potuto porgergli acqua ristoratrice.
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I soldati gli hanno offerto una spugna con aceto.
Ebbene, Gesù è spesso chiamato ‘rabbi’, insegnante, Maestro.
I suoi alunni erano i discepoli.
Se dovessimo adottare i criteri valutativi di ora, per quanto dozzinali e assimilabili alle valutazioni di un bottegaio, absit injuria verbis, e parlare di crediti e debiti formativi, di promozione o non promozione: a scuola si boccia, ma non si può usare questa parola da società bocciofila: è il frutto delle logoriforme, delle riforme delle oppure a parole, in voga nei tempi nostri, ci accorgeremmo che quasi tutti gli alunni di Gesù erano dei pessimi alunni.
§
Debiti formativi a josa per Giuda, che lo vendette a Caifa, a Pietro, che lo rinnegò, e scusate se è poco.
Erano l’amministratore e il leader del gruppo.
E Giuda era l'esperto linguista, in un certo senso il 'professore' del gruppo, esperto di linguestraniere e di rudimenti di economia ...
§
Gli altri, fra sbandamenti, come all’ orto degli ulivi, quando si addormentarono e abbandonarono i rabbi lasciandolo nella solitudine e nell’angoscia, caratterizzata dal terrore e dalla paura per l’imminente fine, del resto prevista e accettata, e assenze ingiustificatissime, causa di impossibilità addirittura d’una valutazione qualsiasi, sarebbero oggi o non ammessi o non valutabili.
Ad eccezione di Giovanni, che prese con sé una Madre che non era sua, una Madre che Gesù dovette abbandonare sebbene fosse la dulcissima Mater di tutti gli uomini, del Figlio dell’Uomo, di Dio.
Insomma, se un ispettore mandato da uno zelante provveditore avesse fatto le penne al Maestro dei Maestri, ne avrebbe sancita la totale ‘insipienza didattica’.
E che dire di Seneca e Petronio? Nerone fu loro alunno, Tacito ce ne ha tramandato pagelle e giudizi … scolastici.
Persino il suo rapporto con i genitori, i propri, specialmente la madre, era negativo.
§
E di Socrate?
Il suo alunno per antonomasia, Platone, finì schiavo.
Di tutti questi intellettuali e carpentieri, resta memoria nelle biblioteche.
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§
Le biblioteche!
Curatrici dell' Anima ...
La perla d’ Italia e delle sue scuole.
Bisognerebbe vedere come funzionano.
Proprio dove lavorano operatori ‘culturali’ qualificati e solerti, diligenti e attenti, i libri sono abbandonati ai pesciolini d’argento, che almeno, per amore di lettura o per sana fame, li divorano.
Per tornare a Platone, dopo aver conosciuto l’umiliazione massima, la schiavitù, si riscattò.
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Ma essere stati schiavi marchia per sempre.
Anche Gesù, la cui ‘’insipienza didattica’’, per la giustizia terrena, sarebbe appurata da qualsiasi ispettore, ha ancora sulle sue spalle una pesante condanna a morte, convalidata da Roma e dal suo imperatore, per aver offeso suo Padre.
Non si poteva essere più spietati con lui, condannarlo per aver bestemmiato, lui che è venuto per compiere la volontà del Padre.
Ma Lui ci ha insegnato che l’insuccesso apparente precede la vittoria.
Alessandro il Grande di Macedonia fu un alunno di Aristotele.
§
Anzi, l’ Alunno per antonomasia…
Uccise un amico, mentre era in preda al vino. Rase al suolo una intera città, eccetto la casa di Pindaro, poeta a lui caro.
Alunno di Chirone fu Achille.
Che vita fu la sua?
Breve e gloriosa.
Il contrario di quel che praticano in genere i docenti di professione.
E quali furono le sue glorie?
Le glorie del più grande guerriero di sempre?
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Lo troviamo mentre, vestito addirittura da donna, e non certo da combattente acheo, viene ingannato da Ulisse, che lo smaschera proponendogli l’acquisto di armi, invece che di monili e belletti.
Molte professoresse che conosco io non sarebbero cadute nel tranello.
Vestite da rozzi guerriglieri, continuano a comprare coltelli e forche, altro che monili.
Lo troviamo poi impavido massacratore di guerrieri di Ilio, distratto mentre Patroclo gli ruba le armi per combattere con gli Achei, da cui Achille si era separato per un storia di donne, per una schiava che non gli era stata concessa da Agamennone, che evidentemente non pensava solo alla gloria militare ed alla vendetta dell’onore ramificato di Menelao.
E lo vediamo infine mentre, ucciso Ettore, lo trascina con il suo carro, fuori oltre limite di pietà e di decenza, per poi restituirne il corpo dilaniato e sporco di polvere al padre, Priamo.
Si potrebbe continuare per molto.
L’insuccesso, quindi, nell’insegnamento sembra la regola.
Ma non la regola palese, splendente.
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La regola silente …
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... The ... silent rule
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Il bello è che nelle nostre scuole si continuano a portare per modelli di popolarità la brutalità di Achille, la pazzia di Nerone, il famoso gesto di Ponzio Pilato, divenuto, o restato, proverbiale e immortale, la scelta fra Gesù e Barabba, la cicuta data a Socrate, che una professoressa tanto ignorante quanto rozza, antonomasia stessa della scuola imperante e dominante, insieme ad altre docenti sue fotocopie definiva in classe un rompiscatole che era stato adeguatamente trattato dagli Ateniesi.
E si continua a parlare di arte, poesia, e cultura greca equilibrata e razionale, quando poi si vede, leggendo qualsiasi libriccino sul mito o sulla storia ellenica, che quella civiltà ‘classica’ era basata appunto sulla divisione, la violenza, la follia e la brutalità.
§
Dedalo creò il labirinto.
Fu ispirato da Apollo.
Il labirinto è il risultato della genialità, della intelligenza, della tecnica dell’uomo.
Ma può imprigionare chi non sia adeguatamente istruito sulla sua natura.
Il labirinto doveva essere la prigione della violenza, dell’ignoranza.
Doveva imprigionare il Minotauro, figlio di Pasifae, moglie di Minosse re di Creta, e di un toro.
Invece la costruzione diviene prigione di Dedalo e del figlio e alunno Icaro.
§
Dedalo riuscirà ad evadere, ma il suo alunno morirà cadendo nel mare Icario, così chiamato da lui.
Dedalo è il più grande artefice dell’antichità.
Ed è un altro caso di '''insipienza didattica'''.
Il suo alunno non apprende.
La cera con cui il padre aveva plasmato, con penne di volatile, le sue ali, si scioglie a sole, a cui il ragazzo non avrebbe dovuto avvicinarsi, e Icaro muore fra le onde.
Si direbbe, considerando l’insuccesso almeno apparente dei più grandi alunni e dei loro maestri, che soltanto nella moderna scuola si pretenda di concludere il corso degli studi con aggettivi adeguati e numeri precisi.
§
Certamente non possiamo immaginarci Filippo di Macedonia, al ricevimento mattutino individuale o collettivo pomeridiano dei genitori, essere soddisfatto perché la classe era composta dal solo Alessandro, e quindi non c’era da aspettare come di solito si fa nelle nostre scuole intasate da babbi i mamme in occasioni simili.
§§§
Ma è ancor più certo che il forte Filippo, con le mani sudate, non si sarà sentito dire:
‘suo figlio conosce le regole, ma non le sa applicare’.
Oppure: ’potrebbe fare di più’.
O ancora: ‘bisogna cavargli le parole di bocca con le tenaglie’.
Alessandro sarebbe stato Alessandro, e non si poteva dire di lui quel che ogni docente moderno dice dei figli della gente ordinaria, della gente che non è Filippo o Alessandro di Macedonia.
§
Molto più cauto, simile a quelli che avrà dato Aristotele, che era pur sempre Aristotele, è il giudizio dato ai figli dei potenti.
Questi hanno di solito biblioteche simili a quelle di Alessandria, a casa, dispongono eventualmente di luminari pagati a ore, come altre categorie di onesti lavoratori, o lavoratrici, di potenti computer e sono assai bravi, a scuola.
§§§
Nel caso che sdirazzino e siano dei somari, i giudizi non sono mai drastici.
Per loro l’insuccesso non è mai un Golgota, né un incendio di Roma, né lo strazio del corpo di Ettore.
No, per loro c’è sempre e comunque una possibilità di rimedio, udite udite, anche contro il loro stesso volere.
Insomma, salvi per volontà cosmica.
Nati salvi.
E soltanto un loro supremo atto di ribellione può impedire il compiersi di questo fato.
Insomma i ‘nati salvi’, quelli che attraverseranno tutte le difficoltà del liceo o altra scuola e dell’università, quelli che non avranno bisogno mai di nessun bagno catartico d’aristotelico e teatrale memoria, saranno valutati, in caso di risultati non brillanti, con un tratto di delicatezza che invece meriterebbero i deboli, i poveri.
Gli afflitti.
Questi ultimi vengono subito scartati dalla scuola. Nei primi due anni, e anche, se la Provvidenza non si esaurisce al biennio, oltre.
I docenti parlano di potatura, assimilando gli uomini a piante.
Restano nelle classi quegli alunni che ‘seguono’ con migliore profitto.
Questo dimostra che la scuola non insegna, se è vero che elimina tutti i casi in cui e per cui confessa di non potere intervenire.
§
La verità è che esiste l’apprendimento.
Non esiste l’insegnamento.
§
Questo ero noto a Socrate e Cristo.
A Platone.
A Francesco De Sanctis e Antonio Gramsci.
§
Invece è tranquillamente ignorato dai docenti contemporanei e da quasi tutti i loro dirigenti che intitolano le scuole al priore Lorenzo Milani e perseguitano i pochi che lo sanno seguire, o per lo meno danno la vita per farlo ....
§
Infatti gli operatori scolastici dell’apprendimento si definiscono o si lasciano chiamare ... ''docenti'' o insegnanti.
Addirittura gli abilitati all’insegnamento si nominano ''professori'', perché professano pubblicamente la loro facoltà di trasmettitori di cultura e di ... ''saperi'' ....
§
Ma dovrebbero chiamarsi diversamente.
L’italiano, però, è traditore
… E nessuno fa come ha mostrato Dante.
Anche lui, quindi, in pieno insuccesso.
Nessuno cioè ‘inventa’, trova parole più adatte di altre.
Ma pretendere che si cambi un nome da tutti accettato, è voler troppo.
Per questo anche Gennaro continuava a usare quel termine.
Un tempo gli insegnanti non esistevano.
Il Padre e la Madre, con approccio e tempi diversi, insegnavano al figlio le arti, le tecniche per vivere o sopravvivere.
La ‘mimesi’ era fondamentale.
L’uomo non è un animale politico.
E’ un animale.
E come tale imita. Imita gli avversari, soprattutto, copia le loro tecniche se sono più funzionali delle sue.
E non conosce la gratitudine, per questo ama copiare massimamente i nemici. In questo caso l’ingratitudine è d’obbligo.
L’ingrato paga sempre un qualche scotto.
Ma come si può essere grati al nemico?
Lo si può amare.
E questo non costa nulla.
Amare un nemico non ci impegna in nulla.
Ma essergli grato è davvero inconcepibile.
Non se ne accorgerebbe nemmeno.
Per questo, senza nessun disturbo psicosomatico, essere ingrati verso un nemico è cosa naturale e spontanea, quasi doverosa.
Non appena si afferma la civiltà storica, la scrittura, si affermano le naturalissime tecniche della mimhsiV, dell’imitazione, mìmesis.
In sé la mìmesis è pura, limpida.
Si fa quel che si vede fare, con naturalezza. Come in un gregge, in un branco.
Si imitano le tecniche migliori.
A volte si sbaglia, e si imita il peggio, per fretta o necessità.
Poi si parla di errori di massa, di abbagli collettivi. Rimediare può risultare difficile.
Le tecniche di scrittura si sono diffuse per mimesis.
Dai fenici ai greci, poi agli etruschi ed agli oschi, ai latini ed agli altri popoli.
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Nessuno ha mai rivendicato la paternità dell’alfabeto, come si trattasse del telefono o della spilla da balia, che pure era nota anticamente ma è stata ufficialmente ‘inventata’ solo recentemente, naturalmente dagli ‘americani’, e per questi non s’intende i ‘pellerossa’, espropriati dagli europei emigranti per necessità, per evitare la vergogna della miseria o addirittura il carcere.
Anche Roma nacque così, come ci raccontano i suoi massimi storici, in primis Tito Livio.
Il Mediterraneo era a quei tempi un vulcano di idee senza padre, ma sempre con una madre certa.
Omero è mai esistito?
Si son chiesti i moderni.
E se no, come sono state composte l’Iliade e l’Odissea?
Sono state composte da più aedi?
O le hanno sistemate una miriade di rapsodi.
E chi ha scritto cosa in questo caso?
Insomma, i poveri insegnanti, sempre presi dalla monomaniaca ossessione di correggere gli altrui errori, mai i propri, però, sembrano in ogni caso presi anche dalla dannata voglia di impedire a tutti di copiare.
Però sono poi costretti ad ammettere che la letteratura, l’arte stessa, non è altro che un gran kopja kopja, una raffinatissima, ma non tanto, macromimesis.
L’oriente influenzò la Grecia.
Graecia capta foerum victorem cepit et artes intulit agresti Latio.
Roma, a detta di tutti gli storici, fu la civiltà più dedita d’ogni altra al saccheggio artistico e culturale.
Dall’alfabeto ai materiali usati per la scrittura, nulla vi è di originale, a detta degli stessi autori latini, tranne la satura, che, a detta di Quintiliano,
…’quidem tota nostra est’.
§§§
Pochino, a dire il vero, ed anche la satira aveva i suoi bravi modelli nella letteratura greca.
In Omero stesso, l’inesistente, a detta di alcuni critici ‘moderni’, Tersite fece a modo suo della satira criticando Agamennone ed i potenti fra gli Achei.
E da bravo autore satirico, meritò le bastonate di Odisseo.
Si, perché la satira è molto diversa dagli altri generi letterari.
Vuole ‘cambiare’ il contesto, non solo spiegarlo narrando, divertendo e commuovendo.
E non vuole cambiare i lettori come fa la tragedia con gli spettatori, purificandoli con la narrazione delle sventure dell’eroe, delle sue sofferenze, con la ‘catarsi’, come la chiama Aristotele, ma vuol farlo mettendo in ridicolo elegantemente i loro difetti, come fa Orazio, oppure aggredendoli con energica violenza verbale, come fa Giovenale o Lucilio, prima di lui.
Per questo la satira non vuole solo muovere al riso, come la commedia, ma addirittura si prefigge di ‘castigare ridendo mores’, come appunto dice elegantemente Orazio.
§
Nel caso di Giovenale, il riso è certamente triste, amaro.
Quintiliano ritiene un genere originale dei latini la satira, ma la commedia greca e la diatriba stoico cinica, di carattere moraleggiante, certamente ne costituiscono un antenato, un antecedente innegabile.
In tutto il resto, comunque, i latini ripresero, imitandoli, forse migliorandoli, come fanno i migliori alunni, gli elementi letterari e artistici dei contemporanei e dei predecessori.
Come è stata inventata una ‘questione omerica’ circa l’esistenza di Omero, così hanno escogitato una ‘questione dell’originalità della letteratura latina’.
Ebbene, la mimesis era alla base dell’apprendimento, quando non era codificata la figura del docente.
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E lo resta anche dopo, in larga parte, visto che i migliori docenti sanno che l’insegnamento in reltà non esiste, esiste l’apprendimento più o meno opportunamente facilitato.
Essi sollecitano, facendosi imitare, dopo aver indicato la soluzione dei problemi, gli allievi ad apprendere, ad auto addestrarsi, ad essere attivi, ad apprendere, facilitando questo processo.
L’insegnante così non è in insegnante, ma un facilitatore, un adiutore, un ‘coadiutore’.
La figura dell’insegnante è nata con l’affermarsi della scrittura, con la nascita della letteratura, o comunque della pratica della scrittura.
La prima reazione al nascere della scrittura fu quella dovuta al sorgere d’una una criptoscienza, del sapere nascosto e silente, sia pure inizialmente inconsapevole.
Pochissimi sapevano scrivere.
Si scriveva per ragioni essenzialmente pratiche e commerciali.
Si scrivevano elenchi di beni posseduti nei magazzini dei palazzi del re, dei sacerdoti nei templi, dei commercianti per terra e per mare.
La conoscenza della scrittura, all’inizio ideografica e perciò assai complessa, non era diffusa.
Non ce n’era assolutamente bisogno.
Scrivere era funzionale all’economia, al commercio, era una attività per addetti a quel settore.
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Più tardi la scrittura assunse un carattere sacrale, e divenne strumento della fantasia, della poesia.
Cominciò a nascere una certa ‘letteratura’, sempre limitata ed esclusiva.
§§§
§
Presso i faraoni egizi gli scribi divennero una casta privilegiata.
Il carattere criptoscientifico della scrittura qui diviene voluto.
Scrivere diviene attività da praticare in tutta riservatezza.
Una pratica per pochi da tenere lontana dalla massa, che non la conosce, non la pratica.
Se insegnamento vi fu, e ve ne fu, in Mesopotamia e in Egitto, fu insegnamento di eletti ad eletti, in un segreto naturalissimo, in quanto nessuno degli estranei si sarebbe mai sognato di ‘scoprire’ i segreti delle attività grafologiche.
Il lavoro, durissimo, impegnava operai e contadini.
Il faraone, la casta sacerdotale, i funzionari statali, gli scribi si dedicavano alla attività esclusiva e naturalmente sconosciuta alle ‘masse’ della scrittura.
Scriba insegnava allo scriba.
Faraone al faraone.
Funzionario al funzionario, sacerdote al sacerdote.
Scriba, faraone, funzionario, apprendevano da se stessi.
Dai propri simili.
L’insegnamento non esisteva, in quanto attività specifica ed isolata dal contesto, faceva parte dell’attività stessa dell’uomo, della sua vita. Era il modo per vincere il tempo, per essere in un certo senso presenti anche dopo la fine della vita, negli allievi.
Esisteva l’apprendimento, il divenire uguale o superiore rispetto al maestro.
Essere come lui. Essere lui. Quello che si chiama adesso insegnamento, dunque, come e dove è nato?
Deve essere nato quando qualcuno ha ‘pagato’ un altro perché insegnasse a un ragazzo qualcosa che il padre stesso non sapeva, non poteva, non aveva il tempo per insegnargli.
Deve essere nato da un patto e da un contratto. Ed i patti, i contratti per l’uomo sono sempre credibili se economicamente validi e vantaggiosi.
C’è dunque un gesto economico alla base del mestiere di insegnare?
E’ un’attività che si rivela solo in presenza di remunerazione?
§§
Nell’antica Roma l’insegnamento, dapprima affidato agli schiavi, era economicamente testato.
Lo schiavo era acquistato con un certo investimento.
§
Campagne militari, acquisto vero e proprio.
Veniva mantenuto molto decorosamente, specialmente se specialista in attività utili.
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Più tardi, in epoca imperiale, l’attività didattica divenne una ordinaria attività privata, con scuole non a carico dello stato ma legate al contributo delle famiglie che ne usufruivano.
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A quel punto si configura come insegnamento quella attività remunerata che comporta la custodia di alunni affidata ad un individuo, il maestro, l’insegnante, incaricato di curarne l’apprendimento con sistemi approvati dalla comunità e programmi concordati e mediati dal senso culturale comune.
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Nel Medio Evo torna l’apprendimento.
Il rapporto fra docente e discente è molto più che un ‘pecuniam do ut me doces, un ‘quanti doces?’.
Il cavaliere apprende, ma è legato a chi lo addestra da un legame sacro, profondo, che non esiste nell’attività didattica odierna. Se non in casi rari, eccezionali.
In epoca rinascimentale ricompare la remunerazione per l’insegnante.
... Nasce la bottega.
§
L’artista affermato lavora, e spesso usa il lavoro degli allievi che contemporaneamente producono e apprendono, in un ambiente ingombro di arnesi ed opere in esecuzione, attorniato da apprendisti, spesso più geniali di lui, le cui famiglie pagano.
§§
Il sistema funziona per tutte le attività dell’arte e dell’artigianato.
Si formano dei collegi, dei convitti ove giovani anche forestieri soggiornano in città come Firenze.
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E’ un soggiorno a carico delle famiglie ed ha carattere attivo, operoso.
‘Tristo è quello discepolo che non supera lo maestro’, dirà Leonardo da Vinci a proposito dell’attività didattica in generale, certo pensando alle botteghe fiorentine e a quanti ‘alunni’ avevano superato i loro didàskaloi.
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Quanti pensieri affollavano la mente di Gennaro.
Ma uno soprattutto lo riguardava.
La scuola.
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gamma
L’estate imminente si fa sentire.
Il clima è più caldo.
La gente in paese si prepara alla lunga stagione di sole e di mare.
Si prepara ad accogliere i turisti come ospiti. Saranno trattati con tutti i riguardi.
Riempiranno le strade, le piazze, la chiesa, i negozi. Passeranno qui un periodo di vacanze.
Verranno per riposarsi, ma correranno il rischio di stancarsi, fra sport, sole e musica.
Sarà una stanchezza sana, però, quella che li investirà.
La stanchezza ristoratrice che dona gusto alla vita.
Le scuole stesse si preparavano ad autosospendersi. Le lezioni sarebbero riprese a settembre.
A fine giugno e luglio si sarebbe celebrato il rito inutile, cappello dei corsi scolastici lunghi e ripetitivi, la farsa degli esami.
Non è sufficiente alla istituzione scolastica sottoporre ad un esame continuo e asfissiante alunni incerti e docenti onesti.
I docenti disonesti non vengono esaminati, e nemmeno gli alunni ‘bravi’.
I primi vengono quasi presi a modello: non usano libri, imitano gli alunni più furbi e ricchi, sono amici dei facoltosi.
I secondi servono da base ai docenti nella correzione dei compiti, nelle interrogazioni.
Dopo cento scrutini di fine anno, ecco che si sarebbero ripetuti gli scrutini precedenti gli esami, e dopo gli esami gli scrutini sulle prove di esame.
Esami.
Una manciata di giorni in cui la fortuna avrebbe deciso al posto del lavoro e dell’impegno di anni di studio.
Professori giovani, al posto dei rinunciatari, avrebbero chiesto ancora quelle ‘informazioni’ che da secoli chiedono agli alunni, in modo sconcertante, come se la risposta non fosse mai stata data.
Sembra incredibile, ma nelle nostre scuole i docenti chiedono ancora chi sia l’uccisore di Giulio Cesare.
E lo fanno con test(s) e\o questionari^....
Scrivere, o anche il solo leggere ... ormai è attività desueta, anticamente praticata da solitari e impulsivi grafomani che hanno riempito biblioteche e archivi di racconti noiosi.
Per non dire del resto.
Testi d’ogni genere d’inutile cosa.
Gli esami sono sempre stati la cosa più scintillante ed inutile della scuola, addirittura anche la più dannosa, perché capaci di dare una possibilità agli opportunisti, docenti e alunni impegnati nel mimetismo testuale organizzato, didatticamente testato, e di rappresentare un rischio per gli onesti, per gli ‘’originali’’ poco inclini all’arte del copiare, o all’esibizionismo conoscitivo, e per questo costretti, a richiesta contestuale, ad esibirsi nella aleatoria opportunità di una prova capitale, a mettere in discussione tutto il proprio studio e lavoro passato, il proprio valore, per una manciata di voti, per un pugno di punti.
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E che dire delle riforme della scuola tentate ultimamente?
La scuola trasformata in una bottega di infimo ordine.
Non una bottega rinascimentale, ma una rivenditoria di misticanza di dubbio gusto.
Crediti e debiti formativi.
Libretto personale.
La superficialità comune, la passione per il denaro, per il ‘successo’ scolastico e no, per l’eleganza della forma e la povertà della sostanza si era impadronita della scuola, della fabbrica dei futuri cives.
I luoghi comuni, i pregiudizi, l’appoggio al male, al poco onesto, l’esaltazione della moneta forte e il disprezzo per la fatica dura e povera avevano invaso quella invenzione tutta moderna che è la istruzione pubblica, facendone un immenso parcheggio di uomini giovani affidati ad addestratori poco preparati, avvezzi solo alle vacanze, incapaci di frequentare le biblioteche, di scrivere, di leggere, di rispettare quei pochi che amavano il lavoro.
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E questo sistema stravagante, extra vacans, produttore di approssimativismo, propagatore di debolezza onestà culturale, fratello solo del semplicistico mercimonio del do ut des, pecuniam aut pecus, si reggeva insieme con una legge non scritta e non detta, una legge forte più del bronzo, del basalto, della carta stessa, degli hard discks e dei floppies, d’ogni computer.
Questa summa lex, questo summum jus, era la summa injuria del ricatto silente.
E’ bene insegnare ed essere pagati dallo stato.
Ma è meglio arrotondare con lezioni private a casa propria.
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E’ meglio anche approfittare della opportunità che offre la scuola di insegnare ai propri alunni, naturalmente a pagamento, nella scuola stessa, firmando un semplice foglio, per dare un sostegno ai deboli, per sollevare le insufficienze e consentire il successo scolastico, abbattendo la mortalità e gli abbandoni, flagello delle scuole, e se la cosa non funziona, allora si invitano gli 'utenti dell'istruzione' a fare il bis, 'repetita semper juvant, così almeno ci si fa una fama di gente seria e inflessibile.
Mostrando i muscoli ai Giovani allievi, magari ai più deboli e inermi...così rafforzano le loro risorse, irribustiscono le capacità di lottare ...
Le ore sarebbero poi state registrate, controllate e pagate, arrotondando i minuti.
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''...Marcet sine adversario Virtus ...''
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‘Si natura negat, faciat indignatio versus’.
Diceva Giovenale.
Ma a lui l’indignazione nuoceva, se ne accorgeva.
Gli provocava solo guai.
Era come se si prendesse gioco d’un ciclope.
Rischiava dure rappresaglie anche quando si fosse ritenuto ormai al sicuro dai terribili monocoli.
Erano dei formidabili lanciasassi, in servizio effettivo anche una volta accecati.
Per loro non si trattava di insegnare greco.
Catapulte immani, colossali, ciclopiche.
*** ** *
E intanto rientrano in porto i pescherecci.
Come grosse anatre, colme di cassette di pesce.
Spigole, mazzancolle, acciughe e sgombri.
'Acertoli' e calamari.
Polpi e mitili.
Fa scuro, l’aria, il mare e il cielo si confondono.
Cessano le distinzioni, la guerra.
Tutto è azzurro, sereno e celeste.
L’acqua scintilla come fosse di ferro sotto i rostri.
I motori l’arruffano, le grandi barche dai nomi variegati si girano di poppa e rallentano avvicinandosi al molo.
Da terra aiutano l’ormeggio.
Poi dondolando le navette si fermano e viene calata a terra la passerella.
Inizia lo sbarco del pescato.
Era uno spettacolo sensazionale, unico, eppure si ripeteva tutte le sere uguale e tutte le sere differente.
Idem et aliud.
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Sarà il caso di affrettarsi.
Argo lo aspetta e deve uscire per la sua passeggiata lungo le vie del paese.
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Porto Santo Stefano.
Il papà e la mamma si erano trasferiti lì, con un atto di coraggio.
Pietrabbondante era rimasto loro nel cuore.
Un giorno sarebbero tornati.
Ma il tempo era passato ed era giunta l’eternità.
Ora il tempo era fermo.
Tutto era fermo.
Anche il cuore e la mente di Genni.
Come lo chiamava da piccolo papà.
Papà, con la sua divisa da ufficiale, nel deserto.
Con la sahariana.
Papà che sciava e andava in bicicletta, con Genni seduto e aggrappato al manubrio.
Papà che studiava le lingue in India.
L’inglese, la lingua dei nemici, il russo, la lingua dei comunisti, l’indiano, la lingua di Buddha, il tedesco, la lingua del comando.
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E’ nato un fiorellino nel prato mio laggiù sereno come il cielo e di colore blu.
E vuole anche parlare piccolo com’è ma dice solamente: ‘non ti scordar di me’…
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Era una traduzione di papà.
A volte, quando Gennaro preparava gli esami all’università, il padre andava da lui e parlavano di poesia e letteratura per ore.
Il padre era contro lo studio della metrica.
La riteneva un metodo per storpiare la lettura dei classici, un insieme di regole astruse e strampalate.
Insieme avevano studiato l’etrusco, imparato a leggerlo.
Gennaro pensava spesso al Padre.
Ogni giorno.
Ogni ora.
Ricordava tutto di lui.
Le parole.
Gli insegnamenti.
La forza.
Argo si agitava quando vedeva afferrare il guinzaglio di pelle ed i moschettoni luccicanti.
Era arduo sistemargli il collare, quando saltava e si contorceva per la gioia.
Gennaro scende per la lunga scalinata fino al mare, di qui prende per una strada fiancheggiata da grandi pini, lungo un piazzale emisferico terminante con una struttura di cemento armato in disarmo detta siluripedio.
Una base adibita a deposito di siluri durante l’ultima guerra.
Era stata quella, probabilmente, la ragione del terribile bombardamento effettuato dagli americani.
La strada saliva poi lasciandosi alle spalle le ultime case ed una villetta elegante, ma dall’aria un po’ trascurata, circondata da arbusti che divenivano sempre più fitti, fin quasi ad impedire il passaggio.
Il panorama a quel punto si faceva magnifico.
Argo veniva sciolto e passeggiava da solo.
Ad un richiamo, generalmente il suo nome pronunciato con intonazione fatica, correva come un cinghiale, e diveniva pericoloso in quel sentiero stretto, perché si avventava alle gambe senza tanti riguardi, come uno sciatore che sfiorasse i paletti durante la sua discesa in pista.
Salendo sempre più in alto si arrivava a breve distanza dal faro, poi si saliva sulla panoramica e si tornava a casa.
Rientrato, prepara una relazione sul funzionamento della biblioteca del suo liceo.
Diverse volte era stato bibliotecario.
La prima volta, a quattordici anni circa.
§
Uno zio, morendo, aveva lasciato a lui l’onere di provvedere ai libri vecchi e polverosi d’una casa sul corso principale del suo paese di nascita.
Naturalmente poteva provvedere solo virtualmente ad un impegno del genere, visto che studiava in collegio, fuori dal paese.
I libri vanno custoditi, toccati, se non proprio letti uno per uno, come gli amici, altrimenti deperiscono, s’impolverano, vengono attaccati dai parassiti e muoiono, come le piante.
Aveva poi frequentato le biblioteche da studente universitario, a Roma.
Biblioteche grandi, nelle cui sale di lettura troppo riscaldate d’inverno, e anche questo può nuocere ai libri, come l’umidità eccessiva unita a una temperatura troppo bassa, aveva letto volumi su volumi sul Rinascimento fiorentino, in particolare su Girolamo Savonarola e la sua opera moralizzatrice e politica in Firenze fino al 1498, anno in cui fu giustiziato.
A scuola aveva fatto conoscenza con le biblioteche quanto insegnava in una classe dell’Istituto Tecnico Industriale di Manciano, sezione della stessa scuola di Grosseto.
Aveva pensato di preparare un elenco di volumi, che erano stati acquistati, e ne aveva fatto una specie di biblioteca per la sua classe.
Dopo aver fatto leggere i volumi ai suoi alunni, li aveva riportati a fine anno nella sede centrale.
Al liceo raramente aveva visto lavorare in biblioteca un preside.
Gli insegnanti, in genere, fuggivano a gran forza dagli scaffali dei libri, si dedicavano alla conversazione nei corridoi e negli uffici, alla tessitura della ‘’rete sociale’’.
Lui solo aveva trovato catastematico entrare in biblioteca, pulire e riparare i libri, aveva provveduto alla parziale catalogazione dei libri, alla schedatura, facendosi aiutare qualche volta da gruppi di alunni.
Idea geniale, il coinvolgimento degli alunni nelle biblioteche, sia per le ricerche e le letture, anche parziali, dei testi, sia anche per le semplici ma salutari operazioni di manutenzione libraria.
I libri in un certo sento vanno trattati bene, con amore e con pazienza.
Non vanno solo letti e sfogliati. Vanno custoditi e curati.
Gennaro trovava l’idea dell’impegno in biblioteca degli Alunni davvero ottima, a lui congeniale e qualche anno dopo avrebbe realizzato quel tipo di sinergia alunni docente, ma solo in parte, per colpa dell’opposizione d’una impiegata del liceo, che evidentemente poco gradiva una forma moderna di gestione della biblioteca e la considerava una intrusione nelle sue sacre e ingiallite carte.
§§§
Nelle scuole, anche se non in tutte, la gestione delle biblioteche era organizzata in modo fiacco e deludente.
Locali inadeguati, scaffalature sbilenche, cataste di riviste e libri da catalogare, andirivieni di docenti spesso di fatto autorizzati a prelevare libri da scaffali aperti, prelievo di decine di volumi da parte di pochi docenti che poi si incaricavano di smistali agli alunni, alunni incapaci di frequentare ed usare la biblioteca stessa.
Quando non erano luoghi di pettegolezzo o magazzini di comodo per la spesa.
Pane, pasta e salumi, con tutto il rispetto per queste buone cose, facevano concorrenza a Foscolo, a Chomsky, a Gramsci e, naturalmente, occupavano il tavolo che sarebbe spettato a qualche funzionario.
Non di solo pane, vive l’Uomo…
§
Erano passati pochi anni, poi era stato nominato bibliotecario al tempo d’un altro preside di Grosseto.
Quasi suo coetaneo.
Questo gli aveva chiesto di monitorare il patrimonio librario per annotare quali libri mancassero.
Uno scherzo.
I libri erano circa settemila.
Da solo avrebbe impiegato settimane o mesi, con i ritmi suggeriti dalla scuola.
Ebbe un’idea.
Invitò i suoi Alunni in biblioteca, li dispose a gruppi di fronte agli scaffali ed in pochi minuti la mappa dei volumi della biblioteca era pronta.
Con grande disappunto della segretaria, che avrebbe preferito tempi più lunghi, docenti in bilico sulle scale e lavori che si sarebbero protratti per tutto l’anno scolastico.
Soltanto professori e preside, secondo qualcuno, possono mettere la sacra mano su certe carte.
§
E invece secondo un suo precedente preside di Grosseto, e secondo le persone intelligenti, gruppi di alunni possono essere coinvolti nella sistemazione e nella cura del patrimonio bibliografico.
§
L’amministrazione e la contabilità, restino pure agli esperti di ragioneria, ai tecnici addetti.
Scrisse poi al preside chiedendo che il locale della biblioteca non fosse usato come sala insegnanti, ma solo come sala per la consultazione ed il prestito dei libri.
Ottenne questo, ma poco tempo dopo dovemmo lasciare la sede del Liceo per trasferirci nei locali che ci mise a disposizione il Comune presso la Scuola Media.
Una volta arrivati nella ‘nuova’ sede, tutti si accorsero della concessione fattaci.
Le aule avevano finestre alte due metri da terra, il corridoio era senza luce, comunicante con l’aula magna della Scuola Media, la stanza della presidenza comunicava con quella della biblioteca per il tramite d’una scala e ne era separata da una balaustra, essendo su un piano più alto.
§
Lo stesso Liceo comunicava con la Scuola Media con un’ampia scalinata.
Sarebbero occorsi anni per separare aule e scuole con tramezzi prefabbricati.
Per molto tempo la scuola sarebbe stata un cantiere.
Durante le lezioni di lirica greca e epica latina le stanze sarebbero state inondate dal suono del trapano e del martello.
Quell’anno Gennaro passò dal ginnasio al liceo.
Lasciò italiano, storia e geografia e conservò latino e greco.
§
Sarebbe stato titolare di quella cattedra fino al 1998, anno in cui, privato della Madre da cinque anni, si sarebbe trasferito per ragioni di lavoro a Grosseto con Argo e sposato con Anna Maria.
Si era deciso a passare al liceo per una serie di ragioni.
L’anno precedente una sua alunna non si era inserita bene nella classe ed aveva instaurato un pessimo rapporto con i compagni.
Non c’era stato verso di migliorare la situazione.
Ad un certo punto anche il babbo si era impuntato per un cinque e mezzo in una versione di greco.
La preside, una romana che arrivava tardi col treno e ripartiva al più presto, quando pure arrivava, aveva prudenzialmente chiamato un ispettore.
Dopo essere stato minacciato infantilmente da quel ‘genitore’, che affermò di poterlo danneggiare e colpire perché lavorava al ministero dell’interno, come se questo fosse un persuasivo deterrente per il prossimo, il povero Gennaro si trovò ad essere inquisito .
Sembrò quasi che quella preside volesse deliberatamente dirigere le cose a danno del professore, che invece doveva essere tutelato e difeso, visto che aveva rivelato tutto al Capo d’Istituto.
Così proprio il giorno di Santa Scolastica, il 10 febbraio, arrivò l’ispettore, una donna.
Fumava accanitamente ed aveva sul tavolo della piccola presidenza un mare di relazioni e di compiti dei suoi Alunni.
§
Lesse, soppesò, pescò, confuse i compiti in classe con quelli svolti a casa.
§
Gennaro aveva l’abitudine di far leggere molti libri agli Alunni.
Dopo aver letto un testo di narrativa, si doveva svolgere delle relazioni secondo un preciso organigramma.
Occorreva preparare una sintesi o parafrasi, poi ragionare sul tema centrale, su tutti i temi collaterali, infine occorreva scrivere le osservazioni di stile, ossia analizzare la struttura della frase, la funzione del linguaggio, le figure retoriche: i traslati.
Tutto questo rispecchiava gli studi sulla linguistica e sulla stilistica compiuti da Gennaro negli anni dell’università e della scuola.
Strutturalismo, trasformazionalismo, De Sausurre, Jakobson e via dicendo.
Naturalmente, alla base di tutto, il precussore della moderna linguistica, Dante Alighieri ed il suo archetipico precursore: Platone.
§
L’ispettore aveva certamente notato che nelle relazioni non ci si accaniva nel registrare tutti, ma proprio tutti gli errori.
Infatti era una idea di Gennaro che non si dovesse infierire, per non mortificarli, per non scoraggiarli, segnando a forti tinte gli errori.
Gli sembrava un’utile misura precauzionale per la psicologia stessa dell’Alunno.
Aveva letto qualcosa di questo genere su un testo della Le Monnier.
Didattica della materie letterarie nella scuola superiore, di Viti, Pieraccioni, Santoro, Berardi e Camerini.
Eppure l’ispettore annotò il suo pregio come se fosse un difetto.
Era un’ispettrice che veniva direttamente dalla preistoria.
Ma da quale punto della preistoria?
Il periodo che noi chiamiamo ‘storia’ è in realtà brevissimo.
Lunghissima invece è la fase precedente la storia.
E’ un’epoca in cui regna l’istinto, l’irrazionale, il mito.
Eppure c’era anche allora qualcosa di razionale.
Di logico.
Cosa mai marcava il confine fra preistoria e storia?
E la preistoria è davvero finita?
E’ forse la scrittura il confine fra queste due fasi?
Nel momento in cui il primo uomo ha segnato la prima parola, un insieme di significato e significante, si è passati alla storia?
E gli altri uomini, quelli che non conoscevano il fatto straordinario accaduto allo scopritore delle ‘lettere’, erano restati nella preistoria?
Ed oggi, quelli che non scrivono, ma telefonano, usano sistemi più facili, apparentemente, sono uomini storici con un piede nella preistoria?
La scrittura.
Un sistema geniale e razionale per addomesticare il caos dei concetti, dei pensieri.
Per incanalarlo in saldo pensiero, per dirla con Dylan Thomas.
Le regole della sintassi.
Regole create per e con la scrittura, o preesistenti?
Innate?
La capacità di contenere il latte per un bollitore, è forse innata o nasce con la prima bollitura?
Problematiche ardue.
Nemmeno i computers del Pentagono e della Nasa potrebbero rispondere facilmente a questa domanda.
Una domanda che risale alla filosofia platonica, e che qualcuno goffamente ripropone oggi.
In realtà non c’è stata frattura fra l’epoca del mito e quella della logica.
I due momenti coesistono.
Nella stessa unica vita d’un individuo.
L’infanzia è la fase dell’irrazionale, dell’istinto, che non esclude qualche aspetto logico, razionale.
La maturità è la fase logica, ma non esclude momenti di illogicità, di irrazionalità, istinto, mito.
Il mito.
Un termine molto vago, dal significato complesso, vasto.
Un tempo la realtà, multiforme, aggrovigliata, immensa, veniva trasformata in racconto, in personaggi, eroi e divinità.
In mythos, mito, racconto.
Il mito era la realtà trasportabile nella memoria, dentro l’uomo, con il suo cuore e la sua anima.
Per ogni circostanza della vita c’era un mito che la spiegava, la chiariva, ad essa si avvicinava per metafora ed allegoria.
Il mito accompagnava l’uomo, contribuiva a spiegare il mondo quando era bambino, adolescente, ad accettarlo da adulto, a rassegnarsi saggiamente a perderlo una volta alla fine della vita.
La realtà è tutto.
Quel che si dichiara e mostra come esterno a noi.
Fuori.
Possiamo appropriarci d’una parte della realtà, apparentemente di tutta la realtà, trasformandola in sogni, idee, parole e concetti.
Ma l’appropriazione diretta della realtà è parziale e incompleta.
Essa ci è fondamentalmente e naturalmente estranea, aliena, allotria.
Ci sfugge, anche se, paradossalmente, possiamo toccarla, vederla, ascoltarla.
‘Roba mia vientene con me!…’
Gridava Mazzarò nel momento in cui si accorgeva che avrebbe perso la sua roba, perché questa non lo avrebbe seguito nell’altra vita.
Percepire la realtà non basta a dimostrare che essa sia come noi l’avvertiamo.
Potrebbe essere altra, diversa.
Di essa abbiamo una conoscenza fatta di visioni, idee, concetti e siamo portati a credere che la realtà esterna sia proprio questo insieme di conoscenze che di essa abbiamo accumulato.
Questa realtà interna, noi la trasformiamo in parole.
Poi possiamo scriverla.
La scrittura ci porta quindi alla quarta realtà.
Una sola di queste realtà è effettiva, intrinseca.
Le altre sono mediate, sono delle copie, direbbe Platone.
La copia della realtà interna, ossia la conoscenza.
La copia delle parole.
La copia della scrittura.
Tutti questi momenti vengono presentati sui libri di scuola come separati.
§
Ma nella vita d’un uomo si succedono spesso e si avvicendano simultaneamente, sincronicamente, come possono avvicendarsi diacronicamente.
Nell’infanzia si ha un rapporto diretto, sensuale con la realtà.
Poi la si comincia a ‘portare dentro’, trasformata in immagini e concetti, poi la ri comunica e racconta, nell’età del mito, poi la si scrive.
La si conserva nei documenti e nei manoscritti.
La scrittura è un sistema per registrare con segni non significanti parole significanti, collegate cioè a pensieri, idee.
Ma la memoria stessa dunque è un sistema di scrittura.
Funziona però a livello individuale, mentre la scrittura può collegare più individui capaci di comunicare con un codice comune.
Se la memoria è un sistema di scrittura e la scrittura segna il confine fra la fase della preistoria, lunghissima, e quella della storia, brevissima, si potrebbe dire che in effetti non c’è mai stata una sostanziale differenza fra le due fasi.
La differenza è consistita nel sistema di scrittura usato.
Quello interno, predisposto nell’uomo, nel caso della preistoria, e quello esterno, da lui inventato, nel caso della storia.
L’ispezione veniva dalla terra sacra della preistoria.
Dall’età del mito, dell’irrazionale, della memoria.
Non però da quella lunghissima età che comunemente chiamiamo preistoria, ma dalla preistoria personale, dalla propria infantile irrazionalità.
Si valutava a lume di naso, non si era letto che le norme nude e crude riguardanti le sue mansioni.
Così, passata l’ispezione, Gennaro decise di non insegnare più italiano e di passare al liceo.
§§§
Avrebbe insegnato solo latino e greco.
Ma si sarebbe accorto più tardi che in realtà non aveva mai smesso di insegnare italiano.
Era come se fosse un insegnante di ‘ linguistica classica ’.
§
Amava la prima classe del liceo.
La quarta ginnasio.
Insegnava a leggere l’alfabeto greco.
Qualcosa che Omero stesso certo non avrebbe potuto fare.
L’alfabeto fenicio si diffuse in Grecia proprio all’epoca del cantore di Ettore, Achille, Enea ed Ulisse.
Era come essere professore e maestro insieme.
Della linguistica lo affascinava la questione della fusione cosciente del significato e del significante.
Idea, immagine, concetto uniti a segno, parola, lettera.
Quando l’uomo aveva scoperto il segreto del linguaggio?
Forse da sempre.
E da sempre lo riscopriva alla fine dell’infanzia, quando iniziava a parlare e scrivere con la consapevolezza di controllare la comunicazione, o per lo meno di desiderarlo, di provarci.
Lo scrivere era una attività interessantissima. Tutti gli esseri scrivono.
Solamente l’uomo lo fa con oggetti esterni alla sua persona.
Non si può dire se sia un limite o una conquista.
Certo fa così da pochi millenni.
Gli animali ‘scrivono’ costruendo dighe, sbarramenti, torri, nidi resistenti e perfetti, lasciando tracce di sé, odori, umori.
In questo modo lanciano segnali effimeri o duraturi.
Persino nel modo di camminare, di avanzare, di volare, di guardare, di muovere la coda gli animali ‘scrivono’, parlano, segnalano.
Forse, contrariamente a quel che pensiamo, gli animali siamo noi. Imperfetti, con i nostri quaderni, i vocabolari, i dischetti ed i CD.
Gli animali hanno un sistema che permette loro di capirsi indipendentemente dal paese di origine, dall’età. Insegnano e apprendono mirabilmente.
Crescono decine di figli, e li addestrano tutti.
L’uomo durante la sua vita educa a malapena una generazione di figli.
I più prolifici fra gli umani sono certi educatori, certi insegnanti.
§
Gennaro aveva sempre avuto il sospetto che questo accadesse per consentire loro di usufruire di lunghissimi permessi.
Conosceva professoresse che avevano avuto quattro, cinque figli.
Erano rimaste in casa per sacrosanti e legittimi congedi almeno tre o quattro anni.
Ebbene, per educare ogni figlio queste donne avrebbero impiegato venticinque anni a testa.
A qualsiasi altro animale sarebbe bastato un anno o al massimo due.
Insomma, questo geniale sistema per comunicare, il linguaggio e la scrittura, mirabili e quasi divini strumenti di comunicazione, sembrano servire più per ostacolarla ed impedirla che per facilitarla.
Come ogni arnese, la lingua può essere usata per stabilire contatti e comunicare oppure per confondere ed ingarbugliare.
Questo gli faceva pensare alla sua scuola, a quando aveva dovuto allontanarsene.
Non lo avevano capito.
E per anni incolpò se stesso.
Ci riprovò, ma andò ancora male, peggio di prima.
Andò via.
Ritornò dopo anni, quando il liceo era ormai l’ombra di se stesso.
La prima volta che cercò di farsi capire su un terreno ed un livello insolito per un ambiente scolastico la preside equivocò le sue intenzioni e gli scatenò una guerra persecutoria contro, alleandosi ai peggiori elementi dell’ambiente cittadino.
Gennaro quell’anno era stato molto attivo, aveva organizzato convegni, incontri, e questo forse aveva allarmato l’ambiente scolastico.
Inoltre c’era il fatto del suo modo di insegnare.
***
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Durante le versioni di greco e di latino faceva ascoltare musica classica agli Alunni.
Per attenuare la tensione, l’ansia.
Proponeva sempre gli argomenti durante le spiegazioni in modo tale da tenere desta l’attenzione con sollecitazioni emotive.
E poi, non rimandava mai.
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*
In effetti dall’anno in cui due professoresse lo avevano lasciato solo durante gli esami, costringendo il preside ad abbinarlo ad altri docenti, Gennaro non aveva più rimandato.
Aveva anticipato la cosiddetta riforma della scuola, iniziata più di dieci anni dopo la sua decisione.
Questi ed altri atteggiamenti avevano fatto del docente originario dell’ alto Molise il beniamino degli Alunni e dei Genitori.
§
I professori in genere passano la vita a leggere manuali schematici, non libri.
Le cose che studiano, poi, sono sempre ostinatamente le stesse.
Quindi, fanno sempre le stesse domande.
§§§
§§
§
L’anno in cui Gennaro aveva subito la prima attenzione contestuale didattica era stato nominato dal Vescovo di Orbetello e Soana Coadiutore del Centro Culturale Tre Fontane.
Ma le nomine della Chiesa hanno una particolarità.
§ Non hanno un termine di scadenza.
Non le estingue nulla e nessuno. Nemmeno la sparizione del loro oggetto di interesse.
E quella nomina non era mai stata annullata.
Anche se Gennaro non avesse mai messo piede nel palazzo delle Tre Fontane, sarebbe stato … eis aiòna, in aeternum, ‘coadiutore’ della sua biblioteca, del Centro culturale omonimo.
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§§
§
Dopo un periodo di impegno con i volontari ospedalieri, aveva deciso di continuare ad aiutare chi ne avesse avuto bisogno, uomo o animale, ma senza far parte di nessuna associazione.
§§§
§§
§
Januario credeva nell’assenza, ed aveva sofferto enormemente per l’assenza del Padre e della Madre.
Fino a trasformarli in compagni invisibili della sua vita.
Come una ... praesentia absens ...
Era come se pedalando solo, vedesse sempre un ciclista forte e saldo avanti a lui.
Un ciclista che difficilmente poteva raggiungere.
Un ciclista che aveva conosciuto con i pantaloni e la sahariana avana nel deserto dei Numidi.
In Libia.
Con la camicia piena di tasche.
In India, dove studiava il russo e l’inglese e il tedesco ed altre lingue.
Come avrebbe potuto superarlo, lui che non aveva ancora imparato bene il latino ed il greco?
Non si poteva competere con lui.
Il desiderio di ogni padre è che il figlio lo superi.
Lo voleva anche Ettore, come disse ad Astianatte e Andromaca prima di essere ucciso da Achille.
Quando Deifobo non poté fornirgli lance, impedito da Athena.
Astianatte fu gettato dalle mura di Ilio da Neottolemo.
Il figlio di Achille.
Andromaca divenne schiava.
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Il desiderio di Ettore, l’eroe più grande, non si realizzò.
Così non è giusto che il figlio superi il padre.
E’ giusto che lo aiuti, se non ce la fa, come fece Enea con Anchise.
Qualcuno si era interessato alla sua famiglia.
Qualcuno si interessava a lui.
Offendeva l’indomabile dio della luce e della conoscenza, al cui cospetto nulla è la forza d’ogni altro, il dio del momento in cui si toccano la tenebra e la luce, il dio della luce nera e del suo Animale, il Lupo, Luce, e del luogo di Poebus, il Liceo, il posto del Lupi.
A questo Dio Socrate volle, prima di bere la cicuta e morire, si sacrificasse un gallo, perché la morte sarebbe stata per lui come una cura, la liberazione dagli affanni della vita.
Gli insegnanti invece non giurano a nessuno.
Un tempo giuravano alla Repubblica, che non è un dio.
Ma il loro dio, anche se non lo sanno e forse non lo … sa neppure lui, è Apollo.
Apollo è il dio della luce, del Sole, della chiarezza e della sapienza, del futuro e della profezia.
La medicina, con Esculapio, era nata da lui.
Nove dee, le Muse, lo servivano.
In un certo senso era il dio più influente e potente dell’olimpo greco.
Il suo monte era il Parnaso.
I suoi servitori, i poeti, con le loro parole d’acqua e di fuoco, le loro lacrime e i loro sorrisi.
Un unico amore nella sua vita, Dafne.
Si era trasformata in alloro prima che lui la sfiorasse.
Apollo le era rimasto sempre fedele.
All’alloro, alla Poesia.
A Dafne.
Il suo deuteragonista era Dioniso.
L’improvvisazione, l’attimo.
Carpe diem.
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Apollo era conoscenza, studio, programmazione.
Gli insegnanti non sapevano di avere un dio potente, più potente di ogni altro.
E perdevano la grande opportunità di seguirne la forza, la formidabile possanza.
Il dio della luce.
Il dio greco nella cultura mediterranea si era trasferito anche nel Dio di Giacobbe.
La prima cosa creata da questo fu la luce.
Gennaro era convinto che solo apparentemente i greci erano politeisti.
In realtà il Dio vero ed unico, astratto, immateriale, eterno, invisibile ed onnipotente era Tuch, il Fato, la Sorte.
Regnava su tutto e tutti, era naturalmente imperscrutabile, al di sopra delle altre divinità soggette alle circostanze fisiche, sentimentali, temporali.
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Fra queste divinità Apollo e Dioniso erano le sole ad avvicinarsi a Tuch. La Sorte, il Fato, Tykhe.
Si potrebbe dire che i due, che non si manifestavano mai insieme, come succede per il passato/futuro ed il presente, il giorno e la notte, ma separatamente, in quanto l’uno era programmazione e progetto, l’altro realizzazione, sommati insieme avrebbero potuto essere Tuch, Tykhe.
I greci quindi non erano più politeisti degli altri popoli, dediti al culto d’una grande quantità di idoli, di simulacri divini, di dei.
Con l'apparente superficialità degli Antichi si era battuta la mente dei filosofi, sempre austeri, critici verso la religione scanzonata e festaiola dello Zeus eterno conquistatore di cuori femminili, Hermes imbroglione e truffatore, Giunone distrutta dall’eterna, e giustificata, gelosia e altre allegre divinità giulive.
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Per qualcuno, l’intero mondo, il Kosmos, era un unico organismo vivente.
Per altri, pochi elementi si combinavano generando o configurando le in numeri specie.
Infine per due, Socrate e Platone, gli universali e le idee erano la realtà, tutto il resto ne era copia materiale. Una copia informe rispetto all’originale, perfetto e puro.
La bellezza della natura è poco rispetto alla perfezione formale delle idee, per le quali la stessa immagine è forma ma è anche sostanza.
Eidon.
Idea.
Aristotele poi arriva ad una specie di materialismo classificatorio e tassonomico.
Per lui la realtà è fisica.
Oltre la fisica è arduo spingersi.
Meglio osservare ta fusika’, tà fysikhà, le cose fisiche, la natura visibile, sensibile, misurabile, tangibile.
Il mondo è nelle mani dell’uomo, nei suoi occhi, nei suoi sensi.
Cambiando il mondo, cambierebbe la sua visione nell’uomo.
Cambiando l’uomo, cambia il mondo, anche restando com’è, per assurdo.
Il dio Dioniso guardava il mondo vedendo sé stesso allo specchio.
Il mondo siamo noi, è come noi.
E’ la proiezione dei nostri sentimenti e penetra in noi provocandoli incessantemente.
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È nato un fiorellino nel prato mio laggiù sereno come il cielo e di colore blu.
E vuole anche parlare piccolo com’è ma dice solamente ‘non ti scordar di me …’
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Questa poesia, apparentemente semplice ma invece assai complessa, poiché racchiudeva l’idea stessa della memoria emotivamente commossa e motivata, della letteratura, della vita interiore affettiva, era stata tradotta dal padre quando era prigioniero in India, durante la seconda parte, quella finale, della guerra degli alleati contro Hitler.
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epsilon
Tante cose in oblio non vanno restan sempre presenti nel cuore e potranno lenirci l’affanno nei momenti di cupo dolore
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Erano versi di suo padre.
Suo padre era un classicista.
Aveva un gusto spiccato per la simmetria, la misura.
‘Poco ma bene’… Gli diceva.
E: ... ‘festina lente!’
E ancora:
‘Non fare stranezze!’
... Stranezze.
... Stravaganze.
... Errori.
Eppure lui dal Molise era finito in India.
Extra vagare.
Era stata davvero una stranezza la sua?
O era stata stranezza quella di chi aveva evitato la guerra non per amore della pace, ma ricorrendo ad astuzie ed inganni penosi?
E’ stravaganza quella di un Dio che muore per salvare degli irrecuperabili imbroglioni?
O era stranezza quella di chi vive di compromessi ed espedienti accorti e prudenti?
§
E’ prudente il vigliacco, o il guerriero accorto?
Questo è sempre tutto da scoprire.
La coscienza è buon giudice.
Ma come la memoria, non può essere consultata dagli altri.
La parola, anche la scrittura, in epoca successiva, la rendono ascoltabile, leggibile.
Ma quel che diciamo e scriviamo è fatalmente ‘altro’ e diverso da quel che pensa il nostro cuore, da quel che elabora la nostra testa.
Il Pensiero e la Parola.
Il Padre e il Figlio.
La parola può allontanarsi dal pensiero, oppure anche essere più precisa.
Certo non è la medesima cosa, eppure Padre e Figlio sono la stessa cosa.
Talis Pater, talis Filius …
Dedalo e Icaro.
E’ lo stesso Dedalo che muore, quando Icaro affoga nel mare.
E’ lui stesso che sbaglia, sbagliando invece il figlio.
E il mare Icario è come se si chiamasse Dedalio.
Gennaro era suo padre.
Era sua madre.
Era nato da essi, e come ogni figlio ... era essi.
Eppure era un altro individuo, con caratteristiche proprie.
Come poteva essere possibile tutto questo?
Forse tutta l’umanità, compresi gli animali d’ogni specie e persino gli insetti erano un unico essere vivente.
In questo modo il padre e il figlio erano la stessa cosa, ma non proprio la medesima.
§§§
§§
§
Genn era arrivato alla fine dell’anno scolastico in forma perfetta.
Qualche mese prima aveva avvertito la forza tornare a scorrere in lui.
La sentiva calda, potente, possente come il suo cane Argos.
Si sentiva il cane del suo cane.
Animali nobili, i cani.
Non necessariamente migliori dell’uomo.
Per essere il suo migliore amico, bisogna pure che qualche difetto lo abbia, il cane.
Certo fra tutti gli animali il cane deve essere il più paziente e tollerante.
Sopporta tutto.
O quasi.
Certo è un animale forte.
Nobile.
Fanno male a ... non accettarli in Chiesa.
Capirebbero la parola di Gesù meglio degli uomini.
Forse la Chiesa perseguita coloro che poi chiama 'santi' e scaccia coloro che capiscono la Parola di Dio?
E’ forse meglio avere a che fare con peccatori generici?
Con loro si sa cosa dire, e forse si lavora bene.
La Chiesa somiglia alla scuola.
Ambedue vogliono avere a che fare con ignoranti e incolti, per erudirli e illuminarli.
§
Ma non si deve dire 'bocciare' ...
Meglio una litote, una attenuazione.
Si dice ‘non promosso’ l’alunno che ora viene bocciato.
La riforma comincia dalle parole.
Purtroppo spesso rischia di fermarsi lì.
§
S’impara lavorando e ricercando.
Con la parola, emotivamente diretta e motivata, si può indirizzare verso l’apprendimento.
Ma l’apprendimento deve essere una scelta individuale, una via da percorrere con sacrificio e rinunce, per questo si potrebbe supporre che l’insegnamento non esista.
I veri facilitatori dell’apprendimento non sono stati insegnanti in senso così banale.
Buddha, Socrate e Gesù non ponevano domante preconfezionate, ma facevano nascere nell’animo dei loro discepoli le risposte.
Come se in esso fossero già contenute.
Così diceva di trovare Michelangelo le statue entro le masse di pietra.
Erano già contenute.
Bastava togliere il superfluo.
E’ un metodo che Platone, socratico, ben conosceva.
Insegnare è quindi aiutare ad apprendere.
Null’altro.
E scusate se è poco.
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Stolto è dunque chi impedisce ai docenti di aiutare i propri alunni.
Aiutare qui significa indirizzare, togliere dalle aporie, dalle difficoltà, impedire che l’angoscia, la paura entrino nell'animo dei giovani e producano danni irreversibili, generino ipocrisia e inganno, abituino al furto delle idee e delle conclusioni altrui.
Insomma, quando si è in presenza dell’ inconsapevolezza, bisogna chiedersi: è autentica, o è finta?
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Chi veramente è sapiente, non è mai un servo.
Non si definisce tale.
Anche quando si mette al sevizio del debole resta libero.
Nessuno è veramente orgoglioso di avere al proprio fianco un uomo che si definisca servo.
Chi serve un altro, per lavoro o per missione, deve servirlo come un fratello, come un re, e dargli un trattamento regale.
Il suo saluto non deve essere da servo.
Il suo aiuto deve essere elegante, semplice, affettuoso.
Come se fosse un re che aiuta il più caro degli abitanti del suo regno.
Certo, senza esagerare.
Est modus in rebus.
Chi esagera non sarà mai re, neppure in casa propria.
Non sarà mai neppure sapiente.
Sarà servile ed anche un po’ ignorante.
Certo, riuscirà comunque volontariamente o involontariamente a fare spettacolo, finché potrà.
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L’ignoranza autentica, l’innocenza, lo stato di inconsapevolezza dei primitivi, dei bambini, dei puri, è un’altre cosa.
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Si sente inadeguato, il saggio, sovente, impreparato, anche se 'insegna', non smette di apprendere, studia e legge continuamente.
Ma più studia, più si sente ignorante.
Non sa però se la sua era l’ignoranza di Socrate e San Francesco o quella falsa e opportunista degli pseudoignoranti, degli istrioni dell’impreparazione, della distrazione continua, del ‘non saprei… non ricordo … ricordamelo fra qualche giorno … devo studiarmi bene la questione, ripassa…’
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Lo era stato anche Socrate, docente di Platone, a sua volta docente di Aristotele, un grande ignorante con tanto di autocoscienza adeguata a tale stato critico di sé stesso.
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Basta non smettere mai di apprendere, di ricercare, di studiare.
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Per un po’ Gennaro aveva divagato.
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Si era distratto perdendosi nei suoi pensieri.
Aveva ricordato il suo passato.
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Di quando era stato praticamente o virtualmente ostracizzato.
O forse si era liberato lui da una compagnia non confacente.
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In seguito, dopo anni trascorsi a Grosseto, era ritornato sul promontorio dell’Argentario.
Era così bello il mare, come mai prima.
***
**
*
Il cielo azzurro, la terra ricoperta di piante, di ginestre fiorite, di unghie di strega.
Questa era la terra che il Padre aveva scelto per lui e che Anna Maria sua moglie aveva a sua volta accettato di buon grado.
Il treno sferragliava in maniera assordante mentre si preparava ad affrontare la grande curva prima di Cosa e percorrere sempre meno rapidamente il tratto pianeggiante che portava alla stazione del centro etrusco.
Dai finestrini aperti entrava aria calda nella primavera che avanzava e si vedevano le campagne verdi, gli alberi in fiore e l’azzurro del mare intorno alla collina di Ansedonia.
Rintanato in uno scompartimento Rufus sonnecchiava e guardava l’incanto vegetale dal finestrino spalancato.
Veniva da lontano, dalle montagne del Sannio selvaggio ed ellenizzato, terra dalla doppia anima, dove aveva lasciato un clima più freddo e neve sulle alte montagne intorno.
Il suo Matese, le Mainarde, il Monte Saraceno erano già quasi dei ricordi mentre la sua mente si adattava ad un nuovo e diverso contesto ambientale.
La sua terra, e questo non si poteva negare, era perennemente in guerra, eppure lui sapeva da sempre che amava la pace come nessun’altra.
Le guerre dei Sanniti non erano certamente solo delle guerre interne.
I Sanniti erano stati ultimamente attaccati dai Romani, i loro nemici eterni e paradossalmente i loro futuri grandi ospiti, visto che un giorno le genti di Ausonia, o Saturnia, antichi nomi della penisola, avrebbero letteralmente invaso la grande città, non con le armi che lei stessa prediligeva, ma con attività lavorative d’ogni genere.
La contesa verteva sul possesso delle ricche terre campane. Ai Sanniti, rude gente di montagna, ma autenticamente civilizzata, ellenizzata e conoscitrice delle arti e della letteratura prima ancora di Roma, ancora agreste e incolta, facevano gola le fertili e vaste zone verso gli Aurunci, oltre la fertile ma esigua piana di Venafro. presso Formia e Gaeta.
Occorreva arrivare dunque a Formia, a Gaeta, a Minturno, addirittura a Paestum, Pompei, Ercolano, Neapolis.
Ma Roma decisamente intendeva impedire la sannitizzazione dei campani.
Di qui lo scontro.
La federazione del Sannio aveva scelto lui per una trattativa con gli Etruschi, in vista d’un’alleanza antiromana, o comunque di una intesa ad ampio raggio utile anche per il futuro.
Per questo Rufus viaggiava su quel treno, in una zona del tempo proiettata in avanti quasi da un turbine affettivo bipolare, da una potente esigenza e richiesta contestuale espressa dalla sua gente. Può accadere di restare presi da un turbine così, sebbene a nessuno che sia accaduto convenga raccontarlo, per via delle conseguenze sociali ed anche storico politiche.
I politici e gli storici sono figli più della poesia e della creatività che della scienza, ma detestano la fantasia e la memoria estrema, che della poesia è madre stessa. Il rumore assordante e continuo delle ruot e di ferro sulle rotaie scosse il sannita che iniziò ad alzarsi, scrollando dalle tempie e dalla nuca l’ampio e scintillante elmo di stagno e di rame, sovrastato da un’ imponente criniera nera e lucente, ondeggiante come grano d’estate colpito dal vento caldo del Sud.
Si alzò dondolando, si assestò sulle gambe forti e protette da schinieri, afferrò palleggiandola a fatica nell’angusto scompartimento l’asta dalla punta armata di bronzo e caracollando lentamente iniziò a percorrere lo stretto corridoio pieno di luce, d’aria tiepida e vento.
*
Si fermò davanti alla porta sbarrata ove c’erano altre persone in attesa.
Il treno cominciò lentamente a frenare, con un lacerante e insoffribile stridio di ferro, con le ruote che sotto le carrozze tremanti scintillavano per l’attrito sulle dure rotaie lucide in superficie e rugginose in basso, sulla carreggiata.
Si fermò di scatto con un sobbalzo alla stazione.
Rufus aspettò pazientemente il suo turno e scese, armeggiando con la lunga asta.
Attraversò i binari, la stazione semideserta, si fermò all’edicola. Acquistò un settimanale con una raccolta di canzoni di composizione greca e locale.
Era incuriosito e desiderava informarsi sul tempo e sull’ambiente. Poi salì sul pullman per l’Argentario.
Prima di imbarcarsi a bordo della navetta, affidò il suo semplice bagaglio, uno zaino di stoffa amaranto, all’autista, che lo sistemò nella stiva.
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Era diretto, secondo quanto programmato, ad una scuola di Porto Santo Stefano.
Era una scuola dove gli insegnanti avevano mostrato particolare sensibilità per i problemi della giustizia, della innovazione, dei rapporti con l’ambiente.
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Mentre la corriera lo portava nel paese di mare, leggeva la rivista. Guerre, troppe guerre.
Guerre e dichiarazioni di guerra. Come poteva perorare la giusta causa dei Sanniti, con tanta guerra intorno?
Avrebbe fatto molto probabilmente meglio a trasformare la sua missione in una missione di pace.
Poteva contare su una larga autonomia decisionale in merito. Roma dopo tutto avrebbe potuto piegarsi ad accettare una compresenza sannitico romano campana nella terra di Neapolis.
***
Mentre stava meditando su questo tema, il pullman aveva oltrepassato la piccola piana di prato fiorito, il bivio di Santa Liberata, Baia Domizia e si stava avvicinando alla spiaggia della Soda.
Dopo pochi minuti, fu alla discesa sopra il Valle, in vista dell’intero paese, luminoso e sgargiante nel sole del mattino. Appena il mezzo si fermò, scese e si diresse verso il mare. Il porto era pieno di barche, d’ogni dimensione e forma. L’acqua scintillava intorno alle prore.
Una miriade di gabbiani volava tutto intorno. Alcuni si posavano vicinissimo alla gente, accettando pezzi di schiaccia, altri volavano in alto, solenni, sfruttando le correnti. Dopo aver ammirato il luogo si avviò subito verso la scuola.. Ne aveva appreso prima l’ubicazione.
Lungo la via, notò un negozio ampio, da cui usciva molta gente mangiando schiacce e pizzette o con in mano buste di pane che in parte assaporavano, staccandone pezzetti.
Entrò.
Vide un vassoio di pizzette rosse, si avvicinò scansandosi per evitare il contatto con la gente, per non creare sconcerto, e ne divorò una buona quantità.
Era decisamente affamato, e si vedeva.
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"Appoggiato alla lancia mangio la focaccia impastata …" Si girò, riconoscendo il verso di Archiloco. Un giovane l’aveva pronunciato vedendo il guerriero sannita che divorava le pizzette.
Rufus salutò, sistemò il sottogola dell’elmo, mise alcune monete sul tavolo e se ne andò senza aspettare il resto. Camminò velocemente e fu presto all’ingresso della scuola.
Lo accolsero gentilmente e lo accompagnarono dagli alunni. Avrebbe dovuto incontrare una classe e parlare agli studenti.
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Le scale dell’edificio scolastico erano brevi. Si accedeva presto al piano superiore. Le classi avevano le porte chiuse. Una delle custodi si avvicinò ad una porta semichiusa.
***
Rufus mise piede nell’aula, piegato di lato su un fianco, il piede destro in avanti con lo schiniere scintillante, il braccio destro piegato all’indietro ad accarezzare l’impugnatura dell’elsa, lo scudo appiattito sul corpo ben saldo al braccio sinistro, l’elmo e la cresta piumata dondolanti con il capo. I ragazzi si alzarono ammutoliti, pieni di stupore. L’insegnante che stava spiegando tacque.
"gl’invertebrati … casualmente …"
Mi parve di riconoscere la voce.
Mi voltai verso la cattedra e riconobbi il docente.
Capelli bianconeri, con la scriminatura a sinistra.
Abbigliamento trasandato.
Naso enorme, carnoso e guance scavate.
Si fece da parte e lasciò la cattedra, un vecchio tavolaccio sgangherato, al guerriero.
Questo iniziò presto a parlare.
Parlò degli Etruschi e dei Sanniti.
Di cosa li rendeva diversi e lontani e di cosa li accomunava rendendoli simili e vicini.
Parlò della loro lingua e della traduzione delle opere di maieutica che era stata compiuta in lingua osca e della traduzione in latino che non era stato possibile effettuare.
Parlò delle occasioni precedenti in cui i due popoli erano stati alleati contro i Romani e di come Roma li avesse sopraffatti con una strategia intelligente e con un esercito meglio addestrato, battendoli separatamente.
E infine parlò della necessità di instaurare nuovi rapporti di amicizia e di alleanza fra i loro popoli, sulla base delle comuni e delle individuali esperienze di arte e di cultura.
Poi tacque, e rispose ad alcune domande dei giovani.
Quando fu il momento di salutarsi, riprese l’elmo che aveva posato sul tavolo del professore, lo indossò e si pose di nuovo lo scudo al braccio sinistro.
Non ricordava dove aveva messo l’asta.
Forse era rimasta nella grande panetteria.
Doveva trovarle un posto fisso, stabile, dove lasciarla e dove poterla ritrovare se mai le fosse servita.
Sicuramente l’avrebbero restituita.
Casa potevano farsene quelli che l’avrebbero trovata?
Così, pensando alla sua lancia Rufus s’incamminò verso l’uscita della scuola.
Su piazzale c’era poca gente.
Genitori e professori in attesa dell’uscita dei figli e del turno per qualche altra lezione.
Lo guardavano tra l’incuriosito e il divertito, con quell’abbigliamento eclettico, forse persino stravagante, avrebbe detto la preside della scuola da cui si stava allontanando. Il guerriero si incamminò nella direzione che gli era stata indicata prima ancora che salisse sul treno. Saliva rapidamente lungo una salita che lo portava al di sopra del paese.
Vedeva i tetti delle case, gli orti e i giardini, le strade interne e il mare azzurro intenso, le barche bianche, le vele, i traghetti. A destra, la collina con la città di Cosa, a sinistra Telamone e la pianura maremmana.
La Maremma, un tempo fertilissima, poi divenuta incolta e paludosa, infine prosciugata dal Granduca Leopoldo Secondo. Leopoldo era stato ripagato con l’esilio per i benefici donati a quella terra.
La Toscana, l’Etruria non era generosa con i suoi figli migliori. Forse ci sarà qualche speranza per i nipoti. Giunto alla sommità, compì un altro tragitto a semiluna, poi scese una leggera salita con un ripido tratto a esse ed arrivò di fronte ad un fabbricato giallo ocra.
Girò intorno e in fondo ad un vialetto trovò la casa che cercava. Un albero dalle foglie larghe e verde tenero, vellutato, cresceva rigoglioso nel giardinetto.
Un altro, con frutti gialli, era accanto. Il giardinetto era delimitato da una siepe alta, di edere. Rufus assaggiò un frutto giallo.
Era aspro.
Lo posò su un tavolino bianco, rotondo. Non conosceva il limone.
E neppure il nespolo, che iniziava a fruttificare allora. C’erano delle sedie bianche.
Ne prese una e si mise seduto.
Guardava il cielo, le prime rondini, uguali in tutte le terre, distingueva i rondoni velocissimi, in volo continuo, dalle rondinelle con la pancia bianca, dal volo più variegato, discontinuo e morbido.
Fu preso dal sonno. Reclinò il capo e si addormentò.
§§§
§§
§
Sognò di essere una rondine, e di partire verso l’Egitto, di volare sulle piramidi, sulla Sfinge, di fabbricarsi un nido di creta in un casa bianca in riva al Nilo, popolato di lenti coccodrilli e solcato da barche di giunco.
Le ore passarono.
Fu svegliato da un forte abbaiare.
Un grosso cane nero, dalle zampe avana ringhiava e abbaiava verso di lui.
§§
§
Rufus era imbarazzato.
Sapeva di sanniti che erano stati usati a Roma e a Pompei nei combattimenti contro i molossi, grossi mastini. Ma lui non aveva esperienza di cose del genere. Si ricordava degli insegnamenti di suo Padre.
"Se un cane ti attacca o ti minaccia, resta il più possibile immobile.
Si calmerà".
La porta della casa era aperta.
Sulla soglia un uomo richiamava il cane, uscendo e sistemandogli un guinzaglio al collare di metallo.
"Argos, buono, Rufus è nostro amico …"
Il cane entrò in casa obbediente e Januario accolse il guerriero, facendolo entrare.
Le armi e la lorica furono sistemate in un armadio. Januario telefonò per rintracciare la lancia, che si trovava in panetteria.
L’ avrebbero recuperata più tardi.
Intanto era tempo per il pranzo.
Sapendo che aveva un ospite davvero speciale, Januario aveva preparato un piatto saporitissimo: la ‘mbaniccia.
Era un piatto tipicamente molisano, dell’alto Molise.
Indicatissimo per l’inverno, ma buono anche nella primavera.
Aveva lessato dei cavoli in foglia e li aveva saltati con olio, aglio e peperoncino.
A parte aveva lessato in po’ di patate e preparato una focaccia di mais.
Aveva poi mischiato il tutto, aggiungendo un po’ di acqua di cottura della verdura.
Non aveva usato carne, perché sia Rufus che lui non la mangiavano, per rispetto verso gli animali.
Rufus non conosceva il mais, e ne fu assai sorpreso. Ne volle un’altra porzione abbondante.
Anche Argo mangiò con buon appetito.
La cosa che divertì ancora di più il guerriero fu l’acqua con le grosse bolle di anidride carbonica.
La beveva di gusto, poi si fermava sgranando gli occhi per il pizzicorio alla gola.
Per frutta c’erano delle nespole di Spagna, già mature. Rufus raccolse i semi lucidi e grandi come unghie, bruni e scivolosi.
Li sistemò in un fazzoletto di carta e disse che avrebbe voluto seminarli nella sua terra, magari vicino al fiume, dove il clima era più adatto.
A questo punto il guerriero si appartò nella sua stanza per redigere il suo rapporto giornaliero.
Chiese delle tavolette cerate e uno stilo, ma gli fu spiegato che certe cose non si usavano più, che c’era la carta o il computer. Rufus era piuttosto perplesso.
Gli avevano parlato di un mondo popolato di gente strana, diverso, quasi magico, ma la realtà superava veramente ogni immaginazione. Poco prima quasi non era svenuto vedendosi accanto una modella televisiva sgambettare in uno spot pubblicitario sulla lingerie. Povero Rufus.
Che strano compito gli era toccato.
Essere spedito da un tempo all’altro della storia, dell’eternità, per una missione di guerra e di pace contemporaneamente. La Missione Giano doveva predisporre un nuovo assetto sociale e politico nella penisola italica.
Rufus però pensava che l’aver inviato un solo delegato, in modo così plateale e dilettantesco, poteva nuocere al successo della missione.
Per quanto, a dire il vero, l’inizio fosse stato piuttosto incoraggiante. Si adagiò sul letto, e inavvertitamente sfiorò il comando dello stereo.
"Partirono le rondini …"
Una voce possente e melodiosa invase la camera.
Rufus ebbe un sussulto.
Poi ascoltò a lungo il succedersi delle melodie.
Gli ricordavano i canti epici degli aedi e le canzoni dei poeti lirici, accompagnati dalla cetra o dalla phorminx.
***
**
*
Quando si svegliò era notte.
Andò nella sala di fronte al mare e trovò Januario, che gli insegnò ad usare la televisione.
Trasmettevano un documentario sulla distruzione di Pompei ed Ercolano per effetto della eruzione del Vesuvio del 79 avanti Cristo.
Rufus era attonito.
Lui veniva da quell’epoca ed era stato da poco ospite d’un suo parente che faceva il gladiatore.
Chissà cosa ne era stato di Lucilio e di tutti i suoi colleghi gladiatori della casa di Muzio Catone? Fece rapidamente i conti.
In effetti mancavano ancora un anno e sei mesi alla eruzione. Avrebbe fatto in tempo, forse, ad avvisare i pompeiani. Ma gli avrebbero prestato fede, oppure lo avrebbero considerato un invasato capace di parlare in totale tèia manìa senza un aggancio contestuale saldo e sicuro?
Più tardi videro un programma di attualità sugli animali. I leoni, gli elefanti, i serpenti, i ghepardi.
Rufus era stupito che animali tanto grandi fossero contenuti in un recipiente tanto piccolo.
Non si stancava di guardare, ammiratissimo, e di esclamare ogni sorta di facezia, per esprimere il suo stato d’animo. E intanto beveva la sua acqua con le bollicine di anidride.
***
*
La piazza naturale alla grande curva sul lungomare era gremita di gente, la strada era ostruita.
Sui grossi sassi frangiflutti fra il mare e il largo marciapiede di mattoni bianchi e rosati c’era come un monumento di due torri inclinate di pietra bianca.
§§
§
Su un palco un prete parlava alla folla.
Una figura minuta accanto a lui ascoltava con gli altri.
Era Teresa di Calcutta, invitata all’inaugurazione di un monumento per lei.
§§
§
L’idea era stata d’un pio prete locale, solerte e zelante, assai benvoluto dalla popolazione e destinato ad una carriera eccesiastica esemplare.
Intorno alle due minitorri di pietra bianca c’era un tappeto di sassi rotondi, levigati dal mare.
Terminata la cerimonia, la folla lentamente si sciolse ed il lungomare restò deserto.
Radi gruppi di persone sostavano o passeggiavano. Persone.
In latino significava ‘maschere’, dall’etrusco Phersu. Stranamente nella lingua italica quella parola indicava non solo la scorza dell’uomo, ma tutta la sua sostanza. Una sineddoche, quasi.
Rufus aveva smesso i suoi abiti bellicosi. Indossava scarpe sportive e pantaloni avana, una camicia blu ed una sahariana.
Camminava lentamente lungo il mare.
Il sole stava tramontando e un vento fresco soffiava da nord. Il mare si arruffava leggermente al largo, in direzione di Talamone. Argo camminava al suo fianco e Januario era poco distante. Il paese era immerso in quell’atmosfera calma e serena che solo i paesi marinari hanno la capacità di acquistare al tramonto, quando la luce rosa e arancia del sole si fonde con il grigio sereno del cielo e dell’acqua, vicino alla linea dell’orizzonte, lasciando in alto e in basso l’azzurro profondo, sempre più sfumato del cielo e del mare e le nuvole si colorano delle stesse tinte che hanno tutto intorno l’aria e l’acqua confuse insieme dove il cielo tocca la liquida distesa.
Rufus riusciva a rilassarsi e si gustava quella calma serata, lontano dal fragore degli scudi e delle lance battute insieme per atterrire amici e nemici, lontano dai pupazzi di legno colpiti con spade e giavellotti, come per uccidere un nemico, lontano dalle stalle dei cavalli odoranti di sterco e di orina. Lontano.
Lontano lontano dall’origano che da ragazzo coglieva sotto la morgia del castello, lontano da tutto, dalle sue montagne e dal mare di terra che le circondava.
Passeggiava tranquillo.
Non avrebbe mai immaginato niente del genere. Esistevano dunque posti dove il sole scotta, e le navi salutano intonando sirene …
Aveva indossato un buffo abbigliamento.
Pantaloni amaranto con molte tasche, short avana scuro con una specie di dinosauro a rilievo sul petto.
Un giubbetto senza maniche con tasche comodissime. Lo aveva trovato a casa.
Doveva essere di Januario.
Il suo amico e ospite.
Argo e Januario si erano un po’ allontanati.
Rufus ripensava a certi consigli sul nuoto che Januario gli aveva dato.
Nel farlo, mimava con le braccia i movimenti. Non si era accorto che si era avvicinato a lui un signore dai capelli brizzolati.
"Tu ce la metti la patata sugli occhialini? … Io la porto sempre con me …"
Rufus restò interdetto.
Non capiva nulla di quel che il tizio diceva.
Si girò istintivamente dall’altra parte, perché era stato educato a non rispondere mai a domande oscure e vaghe. Ma l’altro insisteva.
"Devi battere velocemente i piedi, quando fai lo stile libero …"
A Rufus avevano parlato di crawl, e avevano spiegato tutto sull’equivoco di chiamarlo ‘stile libero’.
"Quando nuoterò il crawl seguirò il ritmo del dattilo e del valzer. Tre battute di piedi e una bracciata a destra, tre battute e una bracciata a sinistra. Così mi è stato detto".
E sicuramente avrebbe conosciuto fiumi ancora più a oriente, se i soldati non si fossero ribellati costringendo Alessandro a ritornare in Egitto.
Forse il condottiero macedone sarebbe ancora vivo, se avesse potuto seguire i suoi disegni".
§§
§
L’indigeno lo guardò un po’ meravigliato.
Poi si girò verso una donna che lo accompagnava e continuò a parlarle ad alta voce di quando aveva tentato di compiere la traversata Giannutri Argentario e di uno strano macinino da caffè che si trovava nel negozio di alimentari dei genitori.
Ormai imbruniva ed erano giunti sotto un palazzo sovrastante l’ufficio postale e il Monte dei Paschi. In alto, a destra, rivolto a nord c’era un piccolo balcone con una ringhiera verde.
La serranda era chiusa.
Rufus istintivamente stava scrutando quel balcone.
"Cosa vedi?"
fece Januario, che gli amici chiamavano anche Camillo.
"Una luce.
Come una luce dentro quella casa.
Trabocca come un liquido bagliore bianchissimo.
Si direbbe che un dio sia presente in quella casa lassù. Dio parla spesso agli uomini, più spesso di quanto non si creda.
Ma gli uomini sono distratti.
Non capiscono.
Non leggono gli infiniti segni in cui si mostra la parola di Dio.
Il Verbo.
E anche quando lo percepiscono distintamente, provano spavento e paura, e tacciono.
Anticamente era quasi doveroso riuscire a percepire il divino. Guai a non farlo.
Ogni evento era percepito come straordinario, eccezionale. Adesso invece siamo nell’era dell’ordinario, del normale e tutto quanto esca dalla norma è definito banalmente ‘paranormale’. Era normale un tempo consultare Apollo, l’oracolo, proprio in presenza dell’ordinario, non solo di fronte ad un evento straordinario e mostruoso.
Ad Apollo si chiedeva una illuminazione su cosa fare nel futuro. Ora si chiederebbe cosa succederà.
Al greco importava cosa avrebbe fatto.
Come si sarebbe comportato.
In assoluto.
Conoscere, significava ridurre alla normalità una realtà che era del tutto fuori dalla norma, eccezionale, incomprensibile nel suo susseguirsi totalmente fuori dal logoV, dalla logica della mente umana.
La mente cataloga, scheda, distribuisce per categorie, la natura procede in un ordine interno rigido, ma in una realizzazione relazionale caotica, all’insegna dell’estemporaneo. L’uomo non sfugge a questa legge del logico caos.
La sua mente tende all’ordine, elimina quanto può il superfluo, mentre il suo corpo vive in un logos caotico, fatto di azioni e reazioni imprevedibili.
Al di sopra di tutto, la luce, la conoscenza, pura, eterna e inafferrabile.
Queste cose ho sentito da un sapiente che era capitato a Verrinia, nei pressi del centro sacro di Vaianod. Parlava ai giovani.
Diceva di essere un filosofo ateniese, ma di amare anche Sparta, città rivale.
Diceva di aver conosciuto Socrate.
Di esserne stato discepolo.
Era basso e tarchiato, con grosse spalle.
Lo chiamavano infatti Platone.
Ci insegnò molte cose.
Ma soprattutto, che noi portiamo dentro di noi tutto il mondo, sotto forma di idee".
§§§
§§
§
Dentro la nostra mente: cuore e anima.
Si diceva che questo sapiente fosse il discepolo prediletto di Socrate e il maestro di Aristotele, che ebbe un alunno eccezionale, Alessandro di Macedonia.
Un alunno che non deluse del tutto il suo addestratore …".
§
Rufus aveva parlato a lungo, ispirato dall’evento ordinario, a suo dire, della piccola casa alta sul mare.
Aveva percepito con la sua straordinaria sensibilità atmosfere e profumi di anni prima.
Notti di studio, vigilie di Natale, visite di parenti, sorrisi e racconti.
Si girò verso Camillo e sorrise.
Era assonnato, la giornata era stata intensa.
E ricca di novità.
Aveva visto il mare, cosa magica per un abitante delle montagne. Il bello dell’Argentario era che si toccava il mare, quasi, ma si era circondati da alture e si vedeva il Monte non appena si girava intorno al paese, esposto a nord.
I due tornarono a casa.
Cenarono velocemente con pane nero e formaggio.
L’ospite non mangiava carne.
Si nutriva di verdure, latticini e pane, preferibilmente nero. Davanti alla porta trovarono la lancia.
Rufus la palleggiò e la provò per finta.
Poi la sistemò in giardino, mimetizzata sotto l’edera.
Sul manico di frassino era scritto in osko: Hèktor.
Ettore.
In ricordo dell’eroe di Ilio, dell’eroe più grande per chi si batte per la propria città.
L’eroe a cui era venuta a mancare la lancia per potersi difendere da Achille, il terribile acheo.
Athena aveva impedito a Deifobo, scudiero di Ettore, di fornirgli la lancia da scagliare contro il mirmidone veloce e invulnerabile. Così Ettore era stato ucciso.
Con l’inganno atroce di una dea amante della guerra intelligente e giusta, ma in questo caso la vittima era un uomo giusto, intelligente, fedele alla sua terra, al figlio, alla sua donna. Januario adorava la musica.
Scelse un CD e lo inserì nel lettore.
"Ci sposeremo a Napoli bimba dagli occhioni blu …"
Massimo Ranieri gorgheggiava felice.
gamma
Rufus fu svegliato dal canto di una streptopelia.
Era assai prossima alla porta.
Si affacciò alla finestra e la vide sporgersi da un nido che aveva intessuto di rametti sul limone.
C’erano dei piccoli, e questa era la causa del trambusto di prima. Avevano fame e i più prepotenti reclamavano le parti migliori e più abbondanti.
Sorrise e si diresse in cucina.
Armeggiò intorno alla macchina del caffè.
Ne versò una buona parte nella vaschetta sotto i beccucci.
Una parte del nero umore finì nella tazzina.
Lo bevve.
Tornò in camera e si vestì.
Prese Argo e uscì per la passeggiata mattutina.
Si diresse alla panoramica.
Dopo un centinaio di metri prese una strada più stretta sulla sinistra.
§§
§
Percorse cinquanta metri, sulla sinistra c’era un ingrasso di giardino con villa, con una nicchia e una piccola Madonna bianca.
Ancora più avanti, prima d’un gruppo di case color crema, c’era una casetta minuscola, di poche decine di centimetri, alta circa due metri e con un’apertura di cristallo, con la luce accesa.
C’era una scritta: Il popolo di Lividonia - 1954.
Dentro, una statua della Mamma Celeste bianca e azzurra. Una campana di ottone e fiori.
Un rosario.
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Rufus guardava con stupore le statue sempre diverse e sempre simili della Madonna.
Non erano come le statue, i simulacri degli dei sanniti. Erano dolci, tenere.
Come quelle simboleggiavano la parte fiera e violenta della potenza divina. Altrettanto queste mostravano l’aspetto blando e mansueto dell’entità divina.
Proseguì ancora, attraversò un centro abitato, incontrò alcuni gatti, un cagnolino, poi ridiscese lungo una scuola d’infanzia. Ad un nuovo incrocio, prese a destra e trovò una nuova statua, bianca e azzurra, con fiori e decorazioni varie. Proseguì verso casa.
Chi era quella Donna tanto venerata che accompagnava i viandanti lungo il cammino con un sorriso leggero, un gesto di amorosa accoglienza e compassione?
Non era una delle divinità femminili da lui conosciute.
Queste ricordavano, con il loro aspetto fiero, la guerra o la caccia, rudi attività aristocratiche, erano poco inclini alla compassione nell’aspetto e assai di più alla dominazione. Proseguì la sua camminata fino a completare il giro di Lividonia. Imboccò in discesa la strada che lo portava nei pressi della casa dell’amico.
Sostò sul piazzaletto a contemplare il meraviglioso panorama del sottostante paese e dell’immediato, continuo susseguirsi di terra e di mare fino a Cosa, la città etrusca.
Quando stava per entrare in casa, dalla porta posteriore che dava nel garage, notò una macchia scura sul pavimento. Argo la annusò.
Era una rondine nera.
La prese delicatamente.
Era spaventata e le unghie delle sue zampette si afferravano fortemente alla stoffa, entravano nella pelle.
La afferrò per le ali, man mano che la sua tensione diminuiva, e la lanciò in aria.
La rondine roteò le ali vorticosamente e si allontanò, confondendosi con le altre.
Era felice per aver aiutato un altro essere.
Gli sembrava di avere, adesso, un figlio pennuto. Un figlio appena trovato, e già partito e perduto. Entrò in casa.
Argo si sdraiò sul divano.
Era il suo posto preferito.
Cominciò a sonnecchiare con gli occhi socchiusi e un’espressione tranquillissima, serena.
Poi si girò sul dorso, con le zampe dirette verso l’alto in atteggiamento di pace e sottomissione.
Rufus uscì per la porta posteriore e avviò la vespa. Il motore partì fragorosamente.
Indossò il casco.
Gli sembrava buffo, privo di cresta piumata.
Partì con una certa prudenza e dopo poche curve in salita fu subito sulla strada.
Scese in paese e proseguì a destra, verso la Giannella, la striscia di sabbia a settentrione che univa l’Argentario alla costa della penisola italiana.
Al bivio di Santa Liberata proseguì a destra per la cittadina di Orbetello, di lontana origine etrusca, come potè arguire dalle mura ciclopiche sistemate all’ingresso della città.
§§§
§§
§
Parcheggiò il bizzarro veicolo, più piccolo ma molto più veloce d’un cavallo, vicino al tempio, nei pressi d’un palazzone color crema con un telone bianco su cui si leggeva: frontone di Talamone.
Scese e si avviò in direzione d’un archetto.
Lo superò e si trovò in un’ampia piazza.
§ §§
Camminò verso l’ospedale vecchio, lo oltrepassò, passò le porte e proseguì.
Giunse ad un fabbricato di cemento, preceduto da un vialetto circondato da arbusti e cespugli.
Il cancello era aperto.
Entrò e salì delle scale di ferro per entrare.
Girò a sinistra, proseguì e vide una porta semiaperta.
Guardò all’interno.
Un tizio, tarchiato, con grossolani pantaloni chiari, la camicia malmessa e le scarpe grossolane stava spolverando gli scaffali.
Lo salutò e l’altro rispose: ... ‘ngiorno’…
"Cosa è questa stanza?"
Chiese.
"Una biblioteca"
Rufus fu sorpreso di non vedere rotoli di papiro.
"Sta pulendo?"
"Si.
Sono il bibliotecario da qualche anno".
"Questa è forse una scuola?"
"Si. Ma ormai mancano gli iscritti. Fra qualche tempo chiuderà".
"Come mai?"
"Purtroppo la generazione degli alunni del ’95 non ha generato figli, per ragioni misteriose, così è saltata l’iscrizione alla prima classe di quest’anno".
Rufus era davvero perplesso.
§
§§
Non aveva mai sentito niente del genere.
Uscì dalla biblioteca lasciando il bibliotecario alle prese con la polvere dei libri e i pesciolini d’argento, con il vecchio computer pieno di ormai inutili dati bibliografici.
... Pulvis et umbra vita hominis super terram ... pensò ... e ... mai peggio, Signore ...
§
S’inerpicò su per una scala di legno a vista.
Al piano superiore le stanze erano basse.
Tre stanze in serie, illuminate da finestre lungo tutta la parete di fondo.
Rufus entrò nella stanza immediatamente a sinistra.
Una piccola scrivania con una sedia rossa sulla parete in compensato che separava la stanza dalla biblioteca, la solita finestra lungo tutto la parete di fondo, qualche mobile.
Un paio di armadi.
Uno conteneva l’enciclopedia Treccani.
Si mise a sedere sulla sedia rossa.
Aprì il cassetto di sinistra, provò con quello di destra, ma era chiuso.
Nel cassetto di sinistra trovò una chiavetta e poté aprire l’altro. Documentazione riservata.
Poche carte.
Lettere al preside di genitori che non desideravano far iscrivere la figlia in una certa classe.
Lettere contro certi insegnanti.
Una lettera lo colpì.
Una preside si lamentava degli atteggiamenti ‘stravaganti’ d’un docente, però diceva che questo tizio aveva la incondizionata approvazione degli Alunni e dei Genitori.
Evidentemente il giorno in cui questo favore si sarebbe interrotto anche solo per un secondo, per quell’insegnante sarebbero iniziato un periodo assai movimentato.
Rimise a posto quelle vecchie carte e richiuse i cassetti.
§§
§
Restò seduto a guardare davanti a sé gli alberi alti, verde scuro, le case in lontananza, il camposanto e la caserma dei carabinieri.
Lui non sapeva ancora bene cosa stesse realmente vedendo. Per ora quella vista era una generica distesa di campi e case. A destra, Cosa col suo promontorio e più in fondo Porto Ercole.
Dalla porta situata sulla destra, per cui si accedeva all’altra stanza, poteva vedere l’altra finestra, con in fondo Portus Cosanus, Porto Ercole.
Tutto era irreale, così abbandonato e privo di personale, ma lui se ne rendeva conto relativamente, visto che non aveva molta esperienza di questi ambienti.
Si alzò ed uscì, scese la scala e si diresse verso l’uscita della scuola.
Lasciò il liceo e con la vespa partì per l’Argentario.
Il viaggio fu breve.
Una volata sulla diga in mezzo alla laguna, poi lungo la costa del promontorio costeggiando parte dello stagno e poi il mare, infine l’arrivo a S.Stefano,
Sistemò la vespa nel garage ed entrò a casa.
Non era tardi.
Gli venne in mente che avrebbe potuto rimettere in strada la bella bicicletta argentata che aveva visto nel garage,
Uscì di nuovo, aprì la porta del box e calò la bici dalle cime che la tenevano sospesa al soppalco di legno.
Controllò le ruote.
La valvola non era perpendicolare al cerchio della ruota posteriore, era piuttosto inclinata.
Sgonfiò il tubolare e si accorse che non era bene incollato al cerchione.
Prese il mastice dalla borsetta agganciata al manubrio della bicicletta e incollò a settori il tubolare sul metallo nero del cerchione.
Finita l’operazione, lasciò che la colla seccasse e tornò in casa. In serata avrebbe fatto qualche chilometro fuori paese per controllare la riuscita della riparazione.
**
*
Stava imparando presto tutto quanto era necessario sapere sulla vita normale di questa terra così diversa dalla sua, così calda, colorata di tinte forti, azzurra di mare e serena di cielo. Januario gli spiegava tutto, la sera, quando sceglievano un film da vedere.
Il film scorreva e loro discorrevano, finché il sonno non sopraggiungeva.
"Andare in bici – diceva Jano – è come nuotare.
*** ** *
Solo che invece delle braccia si usano le gambe. Occorre dosare le forze, dopo essersi allenati bene, e usare i rapporti giusti.
Ognuno sa quali sono i suoi rapporti, li impara quasi a memoria a furia di usarli, di innestarli.
Secondo me, non bisognerebbe mai usare rapporti troppo bassi, perché una pedalata eccessivamente frequente distrae dal pensare, e pensare è indispensabile per il ciclista.
Aiuta a passare il tempo, a concentrarsi, a dosare la giusta rabbia ed energia, a sognare i trionfi e ad accettare le sconfitte.
** *
Importante è anche sintonizzarsi con il paesaggio, sentirne e decifrarne i messaggi, percepire il fascino delle ombre, degli alberi e delle siepi, delle montagne, dei fiumi.
Ogni cosa è come personificata, ti parla.
Ma le sue parole non sono quelle nostre, sono parole loro. Parole non dette, immagini, sensazioni forti.
E sono importanti le rondini, che ti sfiorano e gareggiano con te, battendoti regolarmente, in discesa.
I gabbiani ti volano sopra, e ne vedi l’ombra grande quando sono sopra di te".
Jano parlava a volte come una specie di invasato, un poeta della natura posseduto da un dio.
*
Rufus lo ascoltava attento e intanto pensava ai suoi monti, alle sorgenti fresche, alle valli e alle strade di montagna, alle distese d’erba uniforme e al Trigno presso San Mauro, dove formava verdi catini d’acqua profonda che risuonava cupamente quando qualcuno vi lanciava un grosso sasso.
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Multos per annos et multam per vitam relatum pulchra parvaque hirundo olim suum cor mihi dedit creber laeta transibat, volitabat super tectos tempus velociter ibat menses annosque vorabat tunc hirundines nigrae redibant pro una meam domum ita non erat transire tempus, sed hirundines meae. Argillam tenuem coactam parva ore ferebant pulli velociter pipiabant alas moventes et rediebant frequentes pariter facies parentum dulcia verba patris et cursus ludique natantes inter virides agros Petrae Crebri civitatis tempus inesorabilis transit super omnia mundi similiter volitat nigris alibus creber hirundo unus tempus velociter, crebres hirundines volant
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Cum hiems mundum relinquit floresque tellurem nigram tamquam candidum nimbum ferunt undique colorem tunc hirundines novae sicut pristinae agminis nigerrimum ferunt coelum volitantes in aere sereno...
§§§
§§
§
Rufus ricordava questa poesia che suo Padre aveva voluto comporre in latino, la lingua dei nemici naturali dei Sanniti.
Aveva conosciuto da giovane Nevio, il poeta che aveva tre cuori, tre anime, tre lingue.
Ne era divenuto amico e lo aveva frequentato finché quello non si era trasferito a Roma.
Aveva così appreso la lingua dei Romani, i futuri padroni dell’Italia.
La poesia metteva le rondini e il tempo sullo stesso piano.
Il tempo passa, e logora, ma non distrugge la rondine, che si avvicenda con le altre ed è sempre ‘alia et eadem’, diversa eppure la stessa.
Ora il guerriero sannita si sentiva pronto per la bici.
Si vestì della tuta adatta, delle scarpette, del casco e dei guanti. Jano gli spiegò tutto.
Aprì la porta di casa, prese delle chiavi di ricambio, aprì il garage e prese la bicicletta argentata, sollevandola leggermente la passò accanto all’automobile, richiuse, salì e partì.
Dopo una strada stretta e in salita, fra le case del vicinato, fu sulla Panoramica.
In parte la conosceva, perché c’era stato con Argo.
La strada saliva, fino ad un tratto pianeggiante.
Non si sentiva stanco, perché le gambe erano allenate alla corsa. Dopo il tratto in pianura, venne altre salita, fino ad un piccolo tratto pianeggiante, con una strada che scendeva ed una che saliva. Prese questa, fino alla sommità.
Qui vedeva in mare dall’una e dall’altra parte.
Il paesaggio era molto bello.
Addirittura stupendo.
Di fronte a lui, una strada sterrata saliva lungo un monticello cosparso di arbusti d’erica ancora fioriti di lilla. Bevve alla borraccia.
L’acqua era ghiacciata, perché l’aveva fatta congelare prima di partire.
Sostò qualche minuto a mirare quel paesaggio di terra verde e di mare azzurro.
Poi ripartì, scendendo per la discesa ripida veloce come un gabbiano, e provò l’impressione che aveva provato l’inverno passato quando con suo padre avevano preparato delle rudimentali aste di legno, fissandole ai piedi con legacci, per scendere scivolando sulla neve del monte che sovrastava il centro sacro di Verrinia. Rientrò nel garage immerso nell’ombra dopo il bagno di luce nell’ambiente circostante.
Sistemò la bici, aprì la porta di casa e si tolse i panni del ciclista.
Desiderava quella forte bevanda nera che aveva bevuto nei giorni precedenti e che lo faceva sentire ancora più sveglio. La radio, che come di solito era rimasta accesa, suonava una canzone gradevole.
Ne cominciava a riconoscere alcune, fra le più trasmesse.
A quell’ora trasmettevano dei classici, dei vecchi successi.
A lui piaceva Lisa dagli occhi blu …
Si vestì in fretta
Scelse degli abiti di Januario.
Gli sembravano strani.
Quei tubi di stoffa intorno alle gambe, le calze e le scarpe.
La camicia e la giacca, con quei contenitori di tela sui fianchi e sul cuore.
Era abituato ad essere più libero, con la tunica e le protezioni di cuoio e metallo.
Sistemò nelle tasche gli oggetti indispensabili, secondo quanto consigliato da Januario e uscì.
La giornata era davvero meravigliosa.
Il mare ed il cielo erano di un intenso azzurro.
Il sole era appena alto all'orizzonte e ancora completamente rosso. I gabbiani volavano e cantavano con i loro versi sagaci, potenti. Le rondini volavano velocissime e fischiavano stridule.
Insomma tutta la macchina della Primavera era in pieno movimento. Januario era già pronto.
Presero la macchina, una grossa Lantra, e si diressero a Grosseto. Giunsero nei pressi d'una grossa villa di campagna.
Era ora di pranzo.
Un'ampia tavola era apparecchiata nel patio.
Li accolsero numerosi amici e li invitarono a sedersi. Molte verdure d'ogni tipo, crude e cotte erano apparecchiate. Pane di vario tipo era pronto.
Integrale, scuro e bianco.
Rufus notò che non c'era carne, né pesce a tavola. Solo verdure, latticini e cereali.
Chiese perché.
"Questi signori sono persuasi che gli animali hanno un'anima, sono più evoluti addirittura di noi.
Infatti noi abbiamo la necessità di parlare, di usare un'infinità di versi, molti registri sonori e fonetici.
Loro invece non usano lingue diverse, dialetti complicati, ma modulano infinitamente analoghi fonemi con ottimi risultati esegetici.
La violenza nel mondo animale non è fine a stessa, ma strumentale e finalizzata alle necessità connesse alla sopravvivenza.
E' innegabile la sua presenza.
Ma è legata al presente, alla necessità momentanea.
Negli umani la violenza è invece dilatata nel tempo, programmata e quasi prodotta come un manufatto.
La caccia è praticata come uno sport, un passatempo.
Uccidere è un diversivo.
Una distrazione, non una necessità vitale.
Per questo qui gli animali vengono rispettati, quasi adorati, e non vengono mangiati..."
*** ** *
Continuarono a scegliere varie vivande, fino alla frutta.
Poi si appartarono e infine ripartirono per il Promontorio. Giunsero che era già sera.
Sistemarono l’auto nel box e si addormentarono nelle rispettive camere.
Fu presto l’alba, e Rufus fu svegliato dall’abbaiare furioso di Argo.
Januario non c’era.
La porta era aperta ed il grande lupo nero abbaiava ad alcuni passanti.
"Senta – diceva uno di loro – siamo venuti per accompagnare a Grosseto un certo Rufus Samnìs, sapete dov’è?’
"Sono io. Lascio un messaggio al mio compagno e vengo. Posso portare Argo?"
"Ma certamente … ci sarà posto anche per lui".
Rufus rientrò e si preparò in fretta.
L’armatura di bronzo scintillava a sole del mattino e la lunga asta vibrava nella destra del guerriero vigoroso, mentre l’elmo crestato ondeggiava.
Argo seguiva fiero, simile, nelle sue proporzioni gigantesche e poderose per un cane lupo, a Xanto, il nero cavallo di Achille.
Fu un problema sistemarsi nel pur capace fuoristrada.
La punta della lancia fuoriusciva dal finestrino, e pareva una grossa antenna radio.
Il viaggio fu breve.
Giunsero nei pressi d’una casa isolata nel mezzo d’un largo prato.
Un cancello grigio fesso permetteva l’accesso su un lungo viale alberato.
In fondo alla doppia fila di cipressi sorgeva una casa bianca. La Voyager si fermò su un ampio piazzale, di fronte al portone. Scesero.
Salirono alle stanze e poi scesero per il pranzo.
Rufus vestì una tunica rosso porpora, con greche blu alle maniche e lungo il bordo che arrivava alle ginocchia.
"Qui farai l’insegnante.
Abbiamo bisogno di giovani docenti che sappiano la lingua greca, e tu sei uno dei Danai, praticamente un greco per i romani e per noi.
Insegnerai al Liceo Classico, in una zona centrale della città. Gli alunni sono di un tipo particolare.
Appartengono ai ceti abbienti, per la maggior parte, e quindi occorre una cautela notevole nel trattarli.
Imparerai col tempo e con la collaborazione armonizzata con i tuoi colleghi".
Chi gli parlava era un vecchio saggio, dai capelli canuti ma ancora vigoroso.
Evidentemente la sapeva lunga sulla scuola e sull’apprendimento.
Ma ancora di più su quell’attività che veniva definita sbrigativamente ‘insegnamento’ e che a Rufus avevano sconsigliato di praticare, in quanto inesistente.
Gli fu detto anche dove avrebbe trovato casa. Sarebbe stato ospitato da una famiglia locale, lui ed Argo. Rufus si accomiatò salutando cordialmente.
Si diresse con l’auto che gli era stata messa a disposizione, un fuoristrada argentato dall’aria molto sportiva, pieno di fari e dai paraurti possenti.
Si diresse dove gli era stato consigliato e parcheggiò in una piazza a forma di losanga.
Suonò al campanello.
Venne ad aprire una signora minuta.
"La stavo aspettando.
Fra poco arriverà Madelaine e la saluterà".
Lo accompagnò nella sua stanza.
La casa era a pianterreno, con grandi finestre di fattura antica, o vecchia per capirci.
La vista dava su un orticello incolto, con una palma ed altri arboscelli.
Un casotto bianco troneggiava nell’angusto spazio.
Subito dopo si ergeva una casa nocciola, con un portoncino sovrastato da una piccola tettoia.
Una rete con edera separava l’orto dagli orti circostanti. Accanto al portone, una struttura metallica a gabbia conteneva due canine bianche e nere,da caccia.
Sistemò le sue poche cose ed uscì per comprare una branda con altre cose per Argo, che sarebbe stato ospitato nella stessa stanza. Parcheggiò il fuoristrada dopo aver percorso un certo tratto nella città sconosciuta e continuò a piedi.
Il viale era lungo, ampio.
D’un tratto vide l’insegna d’un negozio per animali. Entrò e girò fra gli scaffali ben allestiti.
Scelse delle crocchette a basso contenuto calorico, così da evitare fastidi dermatologici al suo canone ed un bel cuore d’acciaio su cui fece incidere il nome Argos ed il suo numero di telefono personale.
Scelse anche una bella branda dalla struttura di metallo rosso e dalla tela blu e rossa.
Argo aveva l’abitudine, quando pioveva ed i tuoni lo innervosivano, di rodere il filo di plastica o di metallo che teneva la tela, così da ritrovarsi a terra e innervosirsi ancora di più. Caricò gli acquisti sul Rover e ripartì.
A casa sistemò branda e crocchette nella stanza di Argo, come l’avrebbe chiamata.
Nell’orto c’era un’aria un po’ abbandonata e disordinata, per questo si mise all’opera e ripulì tutto. Quando ebbe finito uscì per mangiare qualcosa. Percorse un tratto di strada in direzione del centro. Arrivò ad una piazza rotonda con una fontana al centro. Entrò in un bar.
Bar della Vasca, lesse. C’erano tante cose buone davanti a lui. Prese due schiacce, una bianca e l’altra rossa e dell’acqua da bere. Fu sorpreso nell’assaporare l’acqua: era fresca e frizzante, con grosse bollicine che solleticavano la gola. Uscì e proseguì.
A quell’ora c’era poca gente in giro. La strada si faceva più stretta, dopo una piazzetta dalle molte strade confluenti.
Andò dritto e giunse ad una piazza più ampia, con una cattedrale, un palazzo di contenute dimensioni costruito in epoca non antica ed imitante un castello medioevale, un porticato e, al centro, una statua suggestiva con un personaggio che sorreggeva una giovinetta, aiutava un bambino e teneva a bada degli animali marini dall’aspetto temibile.
In testa alla statua s’erano fermati due piccioni. Avrebbe scoperto più tardi la storia di Leopoldo II di Lorena, il Granduca che aveva bonificato la Maremma, permettendo lo sviluppo della Maremma, ma che poi era stato esiliato. La Toscana gli sembrava avere delle strane caratteristiche, sul piano sociale ed umano, da quel poco che fino ad allora aveva appurato ed imparato dalle conversazioni con Januario e dalle letture che aveva fatto su vari libri di storia e di letteratura. Infatti era stata sede di grandi scuole poetiche, dottrinarie, filosofiche e movimenti artistici, ma i protagonisti di questi movimenti letterari, umanitari, dottrinari, scientifici erano stati immancabilmente perseguitati, processati, addirittura giustiziati. Alighieri, Savonarola e Galilei ne erano gli esempi più rappresentativi.
Don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana, era l’esempio più recente.
§§
§
Il prete fiorentino aveva intuito l’inesistenza dell’insegnamento quale travaso passivo di informazioni e concetti da una mente all’altra e l’importanza dell’apprendimento pilotato, della via individuale alla costruzione di un sistema culturale proprio mediato dalle conoscenze contestuali.
§
§§
Il suo messaggio non era stato compreso, né ascoltato ogni suo appello.
Aveva realizzato un modello didattico di attività didascalica estremamente funzionale, basato sullo scambio di apprendimento fra gli stessi discenti, che erano simultaneamente docenti e alunni gli uni degli altri.
Era nel frattempo ritornato a casa.
Entrò nella sua stanza e si buttò sul lettino.
Argo dormiva accanto a lui.
Il suo sonno era leggerissimo.
Al minimo rumore apriva i suoi grandi occhi e drizzava le orecchie lunghe e vellutate.
Argos, il cane del paziente Ulisse.
Si stava addormentando.
Cominciava a vedere le immagini della realtà mediata.
Mediata dalla realtà precedente e divenuta un patrimonio di immagini e di sensazioni.
Si era chiesto spesso cosa fosse la realtà.
La tanto declamata e da tutti citata realtà.
Era giunto alla conclusione che la realtà è una realtà molteplice. Quindi, in un certo senso, la realtà non è, ma sono molte realtà. Fortunatamente, e sintomaticamente, per questa parola il singolare è, o ‘sono’, uguale al plurale.
C’è una realtà sensibile, percepibile dai sensi, che cambia a seconda del soggetto capace di percepire. Questa è una realtà trasferita dai sensi agli apparati neurocognitivi. C’è una realtà immediata e non trasferita, che è quella inserita in noi dall’eredità cromosomica e genetica, e riguarda le strutture primordiali dell’organizzazione percettiva e le finalità schematiche della stessa.
C’è una realtà mediata e trasferita, che consiste nella massa di cognizioni inserite nella memoria attraverso l’esperienza, in base alle realtà precedenti.
Questa realtà è confermata e convalidata nella sua certezza dal fatto che si è costituita in base a continui esami e indagini che abbiamo potuto aver fatto, ma non necessariamente e non sempre correttamente, all’atto di assumere cognizione di conoscenze.
Poi ci può essere una realtà mediata e non trasferita, ma ingenita, ossia generata nell’interno stesso del nostro apparato neuro cognitivo, in quanto nascente dalla rielaborazione delle precedenti realtà, delle conoscenze e delle cognizioni, fino alla generazione di sistemi di idee e di concetti talmente autonomi dalla materia che li ha prodotti in primis da poter essere considerati ad essa opposti o addirittura estranei.
Si poteva supporre quindi l’esistenza di piani diversi della conoscenza della realtà, e quindi di diverse realtà, oppure d’una realtà sola, esterna alla mente.
Rufus era propenso a credere che le realtà fossero molte, e tutte in qualche modo collegate, come le dita delle mani e le mani stesse, che non sanno cosa fanno le altre parti, ma cooperano con funzioni diverse e complementari alla realizzazione d’una azione. Per questo aveva importanza per lui la realtà onirica, e quella invisibile delle perdute cose, dei morti, del passato, in quanto tutte le nostre esperienze restano presenti per sempre dentro di noi, nella realtà mediata non trasferita, e possono essere evocate da un evento improvviso oppure a lungo maturato.
I sogni provengono da questo deposito immenso, una eidoteca sconfinata piena di corridoi, di scaffali, di armadi, di mucchi disordinati di immagini, di ricordi solo in parte catalogati e distinti dagli altri affini.
Durante il sonno ci aggiriamo in questa nostra biblioteca dei ricordi, in cui regna spesso il caos.
Se abbiamo provveduto ad un accurato ordinamento, almeno parziale, possiamo trarre beneficio dalle ore del sonno, altrimenti questo si trasforma in una odissea nel labirinto infido in cui ci aspetta un uomo sovrumanamente forte dalla testa di toro.
Il Figlio di Pasifae, alla ricerca inquieta d’una ragione che gli spieghi il mistero doloroso della sua figura e della sua natura.
***
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*
Il sonno arrivava, e con lui una sensazione come d’una dolcissima morte, la fine delle fatiche del giorno, ma contemporaneamente la sensazione della continuazione della vita, del risveglio che ci sarebbe immancabilmente stato.
Passarono le ore come in un lampo, fra immagini collegate fra loro da una catena invisibile e apparentemente alogica. Rufus si svegliò e uscì con Argo, per la prima uscita del giorno con il suo amico.
Aveva con sé varie buste di plastica per raccogliere lo sporco che il cane avrebbe potuto produrre.
Girarono intorno ad un grosso isolato.
A metà percorso circa, arrivati ad un grosso cancello di ferro, sentirono un grosse cane abbaiare.
Videro un enorme pastore abruzzese bianco correre verso di loro e appoggiarsi al cancello.
Argo avvicinò il suo muso a quello dell’enorme canone bianco e i due si salutarono.
La camminata proseguì fino al ritorno a casa. Dopo essersi preparato, si avviò al luogo di lavoro. La Scuola Montaprichi non era lontana.
Il palazzo era ampio, di cemento grigio con ampie finestre. Intorno una zona di verde.
L’ingresso era arioso.
Nella zona antistante c’era un asilo nido e tra le due scuole volavano soffici ed eleganti tortore.
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Entrò.
Chiese del preside.
Gli fu indicato dove andare.
Scese alcune scale, si diresse lungo un corridoio fiancheggiato da uffici fini all’ultima stanza.
Entrò e salutò.
"Lei è il professor di Jacovo ...
Per ora resti in presidenza".
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C'era un computer del tipo Olivetti ed un elegante, grosso tavolo di legno color cioccolata.
Gli avevano detto anche che avrebbe potuto stampare, in caso di necessità, e consultare il computer non appena sarebbe stato operativo.
Sedette al tavolo.
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Dopo Natale lo chiamarono.
"Venga con me ...
... L’accompagno in biblioteca".
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delta
La biblioteca era una grande aula illuminata solo su un lato da quattro finestre strette e alte e da una lunga vetrata in alto sopra queste.
Lungo le pareti, scaffali di metallo verniciato di grigio pieni di libri.
La parete di fondo era occupata da quattro simili armadi sistemati a pettine.
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Passarono i mesi di gennaio e febbraio.
Poi quelli della primavera e dell’estate.
Rufus rispondeva alle domande eccentriche del collega ... sine consule, e non sempre la sua pazienza era all’altezza delle necessità.
Arrivato settembre, cominciò ad avvertire la necessità di un cambiamento.
Non avrebbe resistito ad un altr’anno come il precedente. Così decise di mettersi a disposizione della scuola per un eventuale incarico in segreteria.
Dapprima gli fu risposto che non era possibile una cosa del genere.
Poi invece gli fu detto che poteva prendere servizio all’ufficio Alunni.
§
Cominciò a prendere dimestichezza con il nuovo lavoro.
A Rufus fu assegnata l’organizzazione dei viaggi degli alunni, delle visite guidate e didattiche, degli stages.
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Per fortuna un giorno di dicembre gli installarono un computer nuovo, di limitate capacità e dallo schermo piccolo, con una stampante lillipuziana.
Fu felice e battezzò la macchina Lazzaro, perché quel giorno di dicembre era San Lazzaro.
Lazzaro ... lo aveva resuscitato, e lui un giorno avrebbe fatto altrettanto con il suo caro e amabile Amico Computer bianco e azzurro.
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§
Sapeva che non sarebbe restato per sempre in segreteria.
Lì si sentiva piuttosto indaffarato, ma vedeva e conosceva tutti i docenti e gli alunni della scuola, a poco a poco.
Si sentiva un docente, e del resto era sempre stato un insegnante molto vicino agli alunni, disponibile verso i genitori, persino eccessivamente laborioso, capace di sembrare spesso un impiegato, per la meticolosità del suo impegno, per l’amore verso la carta, i documenti.
§
Alcuni, fra gli umani, e non solo fra essi, hanno un fascino particolare, per cui obbedire ad essi diventa quasi un piacere ed un onore.
Altri sono adatti ad ordinare quasi a se stessi, visto che realizzano quanto predisposto insieme ai loro collaboratori o subordinati, per chiamarli così.
Poi vi sono quelli, e sono la maggioranza, che nell’atto di dare disposizioni sembrano quasi scaricarsi da ogni responsabilità e lavoro, e pretendono di vedere tutto realizzato come dalle fate prima ancora che abbiano fornito le loro indicazioni.
L’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino dei re, ma molti ‘insegnanti’ pensano che alligni intorno ai muri della loro scuola, con l’ortica e la parietaria.
Spesso non ci si rende conto che chiedere è il modo più lento e inefficace di avere e che le domande spesso ottengono risposte false.
Così ordinare è un insieme di atti rivolti ad un altro, ma quell’altro siamo anche noi.
Rufys però si sentiva più forte.
In quella attività c’era qualcosa che lo rivitalizzava, lo restituiva alla forma mentale e fisica d’un tempo.
Non sapeva se questa sua rinascita fosse qualcosa di precedente alla sua attività di segreteria oppure una sorta di conseguenza. Forse fra le due cose c’era una specie di interazione.
Quel pomeriggio, dopo le ore di lavoro, fece la sua solita uscita in bici.
Si vestì con la tuta amaranto, mise il caschetto leggero e dalla casa uscì in strada oltre il cancello di ferro.
Inserì le scarpette sui pedali e le fissò con uno scatto.
Dopo un tragitto in città si inserì sulla ciclabile. C’era stata un po’ di pioggia prima.
Dopo qualche centinaio di metri vide qualcosa sulla strada. Si avvicinò e si fermò.
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Era una lumaca.
La prese delicatamente e riprese il cammino. Lungo la strada non c’era molta erba.
Avrebbe dovuto trovare un tratto più erboso lungo la strada. Lo trovò e con un largo gesto del braccio lanciò il simpatico animale sull’erba.
Trovò altre lumache.
Le lanciò nell’erba. Vide un uomo più tardi, sul prato e nella giunchiglia lungo la strada, radente la via principale trafficata da camion e automobili veloci.
Aveva una busta di plastica.
Capì che raccoglieva lumache per mangiarle.
Era una cosa terribile.
Ma che poteva farci?
Si avvicinò.
"Senta, signore, mi venderebbe le lumache raccolte?"
"Fra poco pioverà ancora, aspetti e ne raccoglierà tante …"
"Ma io non voglio raccoglierle.
Mi sono simpatici quegli animaletti.
Glieli compro e poi li libero …"
"Ma da dove viene?
Chi l’ha mandato? … Se ne vada a quel paese …"
"Non mangi quegli animali … o sarà maledetto …"
Rufus si lasciò scappare quella frase poco generosa, ma aveva perso la sua causa, e non poteva francamente fare meglio.
Del resto, non vide mai più quel tizio.
Tornò a casa.
Le sue gattine gli corsero intorno nell’orto.
Si rotolavano per terra, come cagnolini.
Mostravano sottomissione e voglia di essere vezzeggiate, desiderio ludico e vitalità mista a grande socievolezza.
Le aveva chiamate Silva, Yle e Loi, ma poi il nome per due di esse era provvisoriamente cambiato in Batman e Robin.
In realtà non le chiamava mai.
Comunicava con loro direttamente.
A vista.
Entrò in casa.
Mise la bici sulla forcella che la sosteneva e si cambiò.
Lungo la strada aveva visto un vero stormo di falchi, cosa insolita.
In genere ne vedeva uno per volta, al massimo due.
Poco distante dai rapaci, volteggiavano moltitudini di passeri, di storni e di gabbiani, vicino alla grande discarica maleodorante. Almeno, i rifiuti dell’uomo servivano a sfamare migliaia di splendidi volatili.
Soltanto la voracità dell’uomo lo spinge a distinguere fra materie appetibili e scarti, fra primizie e rifiuti.
Eppure anche l’uomo supera questa distinzione nei momenti della dura necessità.
Aironi e gabbiani volavano sulla testa di Rufus sulla ciclabile e lungo il canale scolmatore, uno dei gioielli di Leopoldo, utili a regolare il flusso delle acque nella maremma.
Spesso numerose tortore si levavano in volo al suo passaggio.
Le streptopelie erano un po’ le sue amiche del cuore.
Stritolava per loro biscotti, crackers e grissini ogni giorno sull’alto muro che separava la ‘portaerei’, come scherzosamente chiamava la sua scuola, dalla scuola elementare.
Non appena si allontanava, le colombe color caffelatte e lattecioccolato volavano strepitando sui cereali e li beccavano.
"Ecco i miei alunni …"
– sussurrava allora Rufus.
"Loro non hanno bisogno di latino e di italiano … insegnerò loro che possono insegnarmi qualcosa … a volare …"
Rufus avrebbe voluto trasformarsi in un volatile.
Una rondine, forse.
Ma le rondini migrano troppo …
Un’anatra … no … troppo simile ad un aereo da trasporto.
Un rapace no. Troppo colesterolo … con tutta quella carne …
L’ideale era un volatile agile, veloce, resistente, capace di decollo verticale e di rapide cabrate, robusto e versatile, un multiruolo ad ala a d apertura variabile, un colombo, un piccione, insomma … una tortora …
Ma questo era solo un sogno.
Per ora, piccioni e tortore erano i suoi alunni, e da coscienzioso docente quale era, Rufus sapeva che erano anche i suoi professori, perché nessuno può insegnare nulla se non a chi sa imparare sulla sua pelle, sulle sue penne, se non a chi sa a sua volta insegnargli qualcosa, e insegnare vuol dire dunque indurre a imparare.
Insegnare vuol dire dunque consentire il giusto apprendimento, anche possibilmente, ma non necessariamente sempre, divertendosi.
Ludendo necesse discere, non semper discendo ludere.
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Nel Sannio, a Verrinia, nella terra delle pietre e delle grandi morge bianche, enormi rocce che come chiocce coccolavano le case sottostanti come a proteggerle, non si trovava veramente a suo agio.
Il padre era morto, caduto contro i romani, e la sua famiglia si era dissolta nella miseria di una vita tediosa e uggiosa.
Caduto in disgrazia, era rimasto tagliato fuori nel gruppo dei giovani guerrieri della sua città.
Non era bene accetta la sua teoria sulla benevolenza verso gli adolescenti, che venivano istruiti duramente.
Così aveva deciso di andarsene.
Nel salutare gli spiriti dei suoi padri e dei suoi antenati, aveva però inavvertitamente pronunciato la formula sacra …
‘comes et hospes fui tibi ero, frater et pater …’…
In questo modo era stato catapultato in un’altra dimensione di tempo, in attesa poi di ritornare in quella originale. Si era ritrovato su un treno, capace di comprendere la nuova dimensione, in veste di insegnante trasferito in una città del centro nord. Aveva ancora lorica, schinieri, scudo e lancia, insieme ad una spada ben temprata e leggera. Era la spada del padre, e lui la sapeva maneggiare meglio di chiunque, con rapidità sbalorditiva.
Il padre gli diceva di non trattare mai male nessuno, però se qualcuno lo attaccava, guai se fosse tornato a casa malconcio, senza essersi difeso.
La madre, che aveva seguito presto la sorte del padre, raggiungendolo nel Regno di Coloro che Aspettano per Sempre, lo aveva abituato ad una vita mista di dolcezza e di durezza, come se fossa una preparazione del sapore doppio della vita, della sua natura contrastante e bipolare.
Così Rufus aveva conosciuto la solitudine e l’isolamento. Quando si era trattato di iniziare una attività lavorativa aveva deciso, pressato dalle circostanze, di accettare lavoro al nord, fuori dal territorio sannita, in Etruria.
L’insegnamento gli piaceva. Dapprima era stato in un Liceo.
Qui doveva insegnare latino e greco.
Il greco gli era congeniale.
I sanniti erano detti anche Danai, cioè greci, in pratica.
Ma il latino … era la lingua dei nemici …
E tuttavia la insegnava con attenzione rivolta particolarmente alle difficoltà incontrate dai suoi Alunni.
Dopo quella esperienza aveva insegnato per qualche tempo in un istituto di operatori agricoli, ma se ne era allontanato con un certo sbigottimento.
Era approdato così alla grande biblioteca.
Una biblioteca tradizionale.
Con libri essenzialmente di economia.
Il collega bibliotecario, che sarebbe andato via poco dopo, era burbero, ma non avaro di insegnamenti.
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Occorreva precisare funzioni e mansioni, farsi comunque una esperienza e conoscere meglio tutto il personale della scuola che non sarebbe stato possibile incontrare tutto nella biblioteca.
Nell’ufficio alunni, dove era approdato dopo l’ufficio protocollo, era possibile fare tutto questo.
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Occorreva predisporre, per i Viaggi e gli Stages della Scuola. elenchi degli Alunni in molte copie, cambiarli continuamente sul computer e sulla carta perché erano soggetti a continui mutamenti, in base alle esigenze dei partecipanti e al di fuori d’ogni regolamentazione, chiedere continuamente preventivi e mutarli in base al numero sempre variabile dei partecipanti, ritirare autorizzazioni dei genitori, ricevute dei versamenti e insomma tutte queste cose, moltiplicate per cento e cento producevano una continua e giustificata ansia sia pure collaterale, volere o volare.
Rufus amava portare sempre in porto le sue navi, e l’insuccesso in una sola di queste escursioni sarebbe stata per lui motivo di grande delusione.
Per questo sbuffando e brontolando preparava ogni cosa come se a quei viaggi avessero partecipato i suoi figli.
Gli Alunni in effetti erano sempre stati considerati dei figli da lui.
Ne aveva avuti tanti, di alunni.
Almeno duemila.
Un gruppo di essi, in particolare, restava a lui particolarmente caro, sopra tutti gli altri, che pure amava con affetto profondo.
Paolo e Vieri erano i più amati.
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Perché non se ne erano andati per la loro strada, come gli altri, dimenticando in vecchi guerriero, ma erano rimasti sempre con lui. E anche un altro, di cui non ricordava il nome, perché non era stato proprio suo Alunno, ma di una sua collega.
Lo aveva incontrato e ne aveva ascoltato le ragioni.
Chiamiamolo Francesco.
Francesco, Vieri e Paolo riposavano al Giglio, all’Argentario e ad Orbetello.
Rufus li considerava come i suoi angeli custodi.
I suoi angeli, il suo esercito invisibile, insieme a tutti gli altri giovani che non si vedevano più, che non c’erano più, ma che erano sempre con lui, al suo fianco.
Un modo per non essere mai solo, quando studiava, quando lavorava e quando si esercitava nello sport.
Queste praesentiae absentes si allontanavano di tanto in tanto quando pensavano di essere in qualche modo di troppo. Amavano la discrezione e la riservatezza.
Ma doveva rompere questa sensazione di solitudine forzata, di isolamento imposto.
La solitudine è bella quando è una scelta personale, fatta anche per gli altri, e non certo per esigenze solo individuali. Ma quando è forzata, diventa una gabbia insopportabile. Una rondine non sopporta la cattività.
Muore.
Una rondine nera caduta, va rimessa subito in volo, prendendole per le ali con la mano e lanciandola con delicata fermezza in aria. Gli altri pennuti si adattano anche alla gabbia, ma con tutte le precauzioni del caso.
Alcuni necessitano di qualche ora di volo, che gli faccia ricordare i immaginare la grandezza della campagna.
Per quanto, essi siano molto meno liberi di quanto si creda. Sono legatissimi al territorio, agli alberi del proprio teatro contestuale.
Per Rufus occorreva forse proprio un volo di recupero contestuale. Se non proprio la libertà globale.
Come poteva fare, senza allarmare i suoi interlocutori?
Non c’era che una soluzione: scrivere, ma con un accorgimento: modificare il su stile un po’ animoso, rendere le espressioni meno ostiche, meno ostili ed eliminare del tutto qualsiasi atteggiamento lamentoso, ogni piagnisteo.
Si ricordò del suo nome sannita.
Questo sarebbe stato il mittente delle sue lettere.
Nel passato gli avevano sconsigliato di scrivere lettere, ma lui non era d’accordo.
Scrivere in genere gli faceva bene, era per lui non tanto terapeutico, quanto diagnostico.
Gli permetteva di capire la sua natura e la natura dell’interlocutore.
Era come esplorare le proprie idee più riposte, esprimendosi senza colpire direttamente l’interlocutore, nel caso di richieste e recriminazioni.
In un certo senso si trattava d’una partita giocata con molta prudenza.
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L’ufficio che mi fu assegnato, e dove restai per oltre un anno per sei e più ore al giorno, era al terzo piano, con splendide vedute sui tetti della città. Le rondini fischiavano, cabravano. Mi erano compagne, come sempre. Mi sentivo ... Louis Onussen, il Grande Smistatore ... di rondini ... con un pò di fantasia ....
§§§
§§
§
Tutta la vicenda umana ci insegna che il vero insegnante si sottomette spesso al proprio allievo sul piano umano e didattico, come se giocasse a scambiare i ruoli per favorire l’apprendimento.
Una superiorità palesemente dichiarata schiaccerebbe l’allievo, lo ridurrebbe ad un animale soggiogato e subordinato, ottuso ed ipocrita.
Un servilismo da parte del docente ad un allievo di famiglia ricca, sarebbe parimenti deleterio.
Il rapporto deve essere quello dell’allenatore di sci, o di tennis, che pur essendo superiore all’apprendista, almeno all’inizio, non lo umilia con la propria destrezza, ma gli dà la possibilità di raccogliere qualche soddisfazione.
Rufus era stato un tempo insegnante.
Aveva amato e rispettato i suoi allievi. Dal tempo più antico, nessun perdono è stato mai dato a chi aiuta i simili, così fu per Prometeo, il titano incatenato sul Caucaso per aver dato il fuoco agli uomini, aiutandoli contro il volere di Zeus.
Così accadde ad Eracle e poi a Cristo.
§
Durante quell’inverno dovette recarsi in una città della Toscana settentrionale per una serie di ricerche di materiale bibliofilo. Roba da biblioteche.
Un pomeriggio si recò a Fucecchio, per una passeggiata di lavoro.
Entrarono nella piccola biblioteca del paese.
Era dedicata alla Maestra Italia Donati.
Si informò, e seppe che la Maestra Donati era stata insegnante da quelle parti molti anni prima.
Una serie di pettegolezzi delle malelingue locali e una assidua, perfida persecuzione della gente di paese, un paese vicino, l’avevano costretta ad un orribile isolamento, fino al giorno di maggio in cui si era gettata in una pozza d’acqua, presso un mulino. Rufus restò attonito.
La cattiveria, la perfidia della gente ignorante può fare molto male.
La maldicenza in sé non danneggia nessuno, anzi, a volte può risultare solo fonte di pettegolezzo, a volte è tutta pubblicità.
Ma quando si associa ad una forma di persecuzione malvagia e perversa, distrugge le resistenze della vittima e la induce all’autodistruzione.
Che poi autodistruzione non è.
E’ una forma di lapidazione con i gesti, le parole, i divieti, gli ostacoli.
Esiste il suicidio?
Nascere, non è forse una forma di suicidio? Un inizio di morte e di suicidio?
Lo stesso Dio, suo Figlio, Gesù, sapendo che sarebbe stato ucciso, se si fosse comportato come si comportò, non si suicidò, in definitiva?
§
E i suicidi, che compiono un gesto che non pare proprio vile, ma così pieno di forza e di coraggio, sono da condannare, o non sono da comprendere e da piangere con molta pietà, infinito affetto, come fratelli che un dolore immenso ha allontanato dalla nostra vita fatta di giorni di sole e di nuvole, di notti stellate e ventose, di sogni e di delusioni, per inviarli in quel mondo misterioso, forse inesistente, di tenebra e di luce, di stupore e di serenità che dura un attimo, quanto il tempo eterno, l’atempo, il tempo che non c’è?
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Un Amico rispose ad una sua lettera autobiografica.
§ §§ §§§
‘Il consiglio che mi sento di darLe è di non arrendersi mai ... nonostante eventuali incomprensioni ... e di svolgere il Suo lavoro con correttezza e competenza ...’
§§§ §§ §
Nella sua lettera Rufus aveva bene specificato che le sue osservazioni non erano a beneficio suo proprio, ma di tutta la sua categoria, la categoria dei docenti.strong>
Addirittura aveva spezzato una lancia a favore di tutti gli insegnanti, parlando delle loro condizioni retributive certamente da migliorare, ma separando il giudizio positivo per i docenti puri da quello, più severo, negativo, per i docenti dediti a diverse attività lavorative.
§
Questa distinzione era voluta dalle consuetudini, dalle leggi stesse, dalle norme a suo avviso contraddittorie che regolavano la Scuola italiana.
§
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Rufus sollevò dolcemente la gabbia di alluminio, cercando di non far cadere l’acqua dalla vaschetta di plastica fissata sul lato.
§
Le sue gatte, Silva Batman, Loi Robin e Yule Donatella Jakobson del Colle Erica di Monte Argentario, avevano trovato un piccione incapace di volare e si preparavano probabilmente a dargli una strapazzata poco salutare.
§
Aveva preso il volatile e lo aveva sistemato in una gabbia.
Sante, come era stato chiamato il colombo, aveva preso subito a nutrirsi, con grande sollievo di Rufus.
In questi casi, è importante che tortore o colombi siano capaci di nutrirsi, in caso contrario la loro esistenza è segnata.
Aveva comprato del miglio ed altri miscugli di cereali.
Dopo una decina di giorni aveva telefonato al WWF ed alla Lipu, per avere informazioni sul da farsi.
Gli avevano detto che era meglio farlo esercitare di tanto in tanto, perché potesse irrobustire i muscoli pettorali.
Così aveva preso a fare.
§
Sante stava sulla sua mano, e lui la abbassava per invogliarlo a battere le ali.
Dapprima il piccione si era mostrato esitante, saltellando quasi impaurito, poi un giorno era volato dalla mano fino alla stufa a gas, naturalmente spenta, a quell’ora del mattino.
Le prime ‘lezioni di volo’ furono fissate in orario rigorosamente mattutino.
Giorno dopo giorno il piccione si fece sempre più esperto.
Finché seppe decollare in verticale, posandosi sugli armadi e sugli oggetti che sopra di essi erano posati.
Adesso Sante era esperto del volo, ma Rufus non osava ancora liberarlo.
Era freddo.
Chissà se avrebbe trovato un buon posto ove rifugiarsi, e del cibo in abbondanza come lo aveva a casa.
Un giorno con Anna, sua moglie, aveva aperto la grande finestra, per farlo volare via.
Ma Sante, dopo aver imboccato la via per i cielo aperto, si era posato su Anna, anche perché non immaginava nemmeno quanto spazio ci fosse davanti a lui.
Rufus rapidamente lo aveva ripreso e messo nella gabbia.
In questo modo continuava a fare l’insegnante, ma non di grammatica o di storia.
Di volo.
Non lo avrebbe mai detto …
Per quel piccolo essere era diventato padre e madre. Chissà perché era caduto dal nido.
Era forse caduto per una rissa con i fratelli?
Lo avevano spinto, volontariamente o meno?
Era stato ‘cacciato’ dai genitori, cosa che gli uccelli fanno con i piccoli destinati ad intraprendere una vita propria?
Chissà…
Lui lo aveva raccolto, dopo che le tre piccole pantere lo avevano trovato.
Lo aveva protetto da eventuali pericoli, messo in un contesto ‘didatticamente compatibile'.
Ne aveva assecondato le attitudini naturali, aspettando che lui stesso gli fornisse le risposte, naturalmente.
E così si era realizzato, per vie genetiche, un processo geneticamente corretto, didatticamente compiuto, conforme a programmi e intenti vitali.
Questo era compiutamente il vero insegnamento.
Facilitare, contestualizzare il compiersi di un processo naturale che favorisse atteggiamenti di apprendimento.
Non trasmettere messaggi e informazioni con l’intento di fissarli nelle cellule cerebrali di un malcapitato.
Questo gli aveva insegnato Sante, il suo Alunno pennuto.
Questo aveva imparato Rufus dal suo allievo, che quindi era anche suo … professore, suo docente.
Ecco, insegnare voleva dire essere capace di ‘aumentare’, far diventare più ‘grandi’, accrescere, magister, da magis, chiamavano i latini l’insegnante.
Signum, impronta, segno, sintomo, segnale, insegna stendardo, questo il termine da cui l’italiano ‘insegnare’.
Ma lo avevamo dimenticato, e così il termine insegnare era passato ad indicare una superiorità spocchiosa del docente, del didaskalos, rispetto al discepolo.
Il pastore che dimentica il bene degli animali per considerarli delle bestie al suo comodo, è una bestia lui, prima d’ogni altra creatura.
L’insegnante segna il cammino, indica, guida, facilita e aiuta.
Quando esamina, interroga, controlla, si atteggia a despota e intimorisce, non insegna.
Per questo Rufus si era convinto, di fronte allo sfacelo dell’istruzione pubblica e privata, della inesistenza dell’insegnamento, ridotto a puro controllo fisico di gruppi di alunni, parcheggiati in aule male arredate, sporche, con bagni fetidi e biblioteche deserte, disprezzate, mal frequentate.
In epoche antiche in cui l’insegnamento, l’attività didattica, come la chiamavano i greci, da ‘didàsko’, era stata al massimo del suo splendore, le biblioteche, il culto degli scritti e dei documenti in generale, anche quelli mnemonici e orali, era stato sviluppatissimo.
Cultura, sua trasmissione e sviluppo, insegnamento, apprendimento e biblioteche erano una cosa sola.
Le biblioteche si erano sviluppate soprattutto da Alessandro Magno in poi, ma l’importanza del testo scritto e mnemonico era antichissima.
Forse la prima biblioteca era stata la mente umana e le emozioni con le esperienze vi avevano formato i primi cataloghi e ‘volumi’.
Ma certo le prime biblioteche di fatto erano stati i primi depositi di materiale su cui vi fosse stato inciso un documento, tenuti in ordine da una forma di catalogazione e distribuzione ordinata del materiale documentario.
Il piccione si posò sulla sua testa, e le unghiette aguzze pizzicarono la pelle di Rufus.
Lo prese delicatamente, dopo averlo fatto salire sul dorso della mano e lo ripose nella gabbia nuova, con i fili di metallo distanziati e disposti in modo da non danneggiare le penne del prezioso amico alato.
Sistemò la gabbia al solito posto, presso la stanza dove dormiva Argos, il suo grande pastore nero dalle zampe avana.
Uscì per andare nella biblioteca dove lavorava.
Camminando, gli ritornò in mente il bravo professore di greco che aveva conosciuto tanti anni prima, Fabrizio, agli inizi della sua carriera.
Stava facendo una lezione sulle interpretazione del fascismo ai ragazzi d’una scuola nautica.
Il preside del liceo d’un paese vicino, gli telefonò.
Aveva bisogno d’un insegnante di greco e arte.
Fabrizio accettò, trattandosi d’un incarico meno remunerato ma più vantaggioso per il futuro.
Così entrò nel liceo, era emozionatissimo all’idea.
Il liceo era un vecchio edificio al centro della cittadina. Intorno c’erano piccoli negozi, qualche fabbricato fatiscente ed il corso, pieno di negozi attraenti.
I bar erano profumati di caffè e di brioches. Tutto era molto ricco di aria di famiglia e fascino strapaesano.
Il tempo passava.
Anche se a tratti pareva fermarsi.
A dicembre li lasciò Jeri, un caro alunno.
Qualche giorno prima, mentre rimetteva a posto il proiettore per le diapositive, lo aveva visto attardarsi in aula, salutarlo e offrirgli aiuto, visto che dopo le varie lezioni in più classi era pieno di fardelli vari, la borsa ed il proiettore.
Gli aveva offerto aiuto, il giovane Vieri.
E solo pochi giorni dopo sarebbe partito per il viaggio dal quale nessuno è mai tornato.
Anno dopo anno sarebbe diventato una specie di modello, di archetipo didattico per lui, eterno professore dilettante, sempre al primo giorno di scuola.
Dopo un certo numero di anni, non avrebbe bocciato né rimandato più nessun Alunno, naturalmente prodigandosi al massimo per sostenere i casi difficili, sollecitare l’impegno e moltiplicare le esercitazioni, specie per l’italiano scritto, per cui richiedeva lunghe relazioni scritte su libri di narrativa di autori in genere del novecento.
Gli Alunni gli volevano un gran bene, lui da parte sua li adorava, li considerava come dei figli, anche se naturalmente ne rispettava assolutamente i legittimi genitori.
Erano figli a lui affidati.
Ne era persino geloso.
Non avrebbe mai potuto lasciarli, né affidarli ad altri. Non si assentava mai.
Quasi non avrebbe nemmeno sopportato che studiassero altre materie, con altri docenti.
Di questi eccessi, però, non sapeva niente nessuno, perché non osava confidare a chicchessia queste sue idee personalissime.
L’anno dopo aveva accettato un incarico in una scuola di attività marinare, e dopo due anni in un ginnasio a un centinaio di kilometri di distanza.
Erano stati anni di sacrifici, per i lunghi viaggi. Poi era ritornato nel vecchio Liceo, per un incarico con sede definitiva.
Non aveva mai legato completamente con l’ambiente, con i colleghi, con le professoresse, anzi, c’era come una rivalità fra lui e una vecchia insegnante arcigna, rude e severa, dai giudizi lapidari e durissima con gli allievi.
Ma con gli Alunni le cose andavano bene, molto bene.
Il rapporto era di collaborazione e amicizia, lo consideravano una specie di fratello maggiore.
Gli anni passarono.
Si giunse al 1986.
Fu un anno speciale.
La classe di quell’anno era stupenda.
Tre anni dopo, nell’89, giunse un preside dalla città. Era un buon preside.
Fu nominato bibliotecario.
Lo desiderava, dal tempo del suo non dimenticato professore e preside del primo anno di liceo.
Anche quello fu un anno speciale.
Ma ancora più speciale fu il 1990.
A settembre fu sistemato in un sezione del liceo al centro del paese, mentre la parte per dire così principale della scuola fu sistemata fuori paese, a breve distanza dal cimitero, fin dall’anno precedente, nella scuola media.
I locali scelti per il liceo erano decisamente i peggiori.
Erano stanze prima adibite non propriamente ad attività didattiche, ma di laboratorio, con le finestre alte, a volte comunicanti con un piano superiore a struttura aperta, così che sarebbero stati necessari lavori di sistemazione per separare la parte inferiore dalla parte superiore delle grosse sale.
La sezione di Rufus era nella parte più viva e interessante del paese.
Intorno c’erano quei piccoli negozi così attraenti e interessanti che invogliano alle spese e ti danno un senso di benessere e di sollievo, distogliendoti dai pensieri più impegnativi.
Un giorno di fine settembre, o forse era già ottobre, era andato a scuola come al solito.
Durante la ricreazione si era presentata una professoressa e gli aveva detto che per disposizione del preside lui avrebbe dovuto assumere la parte del docente incaricato di provvedere al controllo della sezione staccata.
Così iniziava, e non per suo volere, la scalata del professore al 'potere' liceale.
Il suo incarico durò poco.
Si staccò una parte del soffitto, pochi giorni dopo, in un’aula, e gli Alunni entrarono in agitazione.
Si rifiutavano di fare lezione.
La cosa non accennava a placarsi.
Tutta la scuola entrò in crisi.
Dopo veloci trattative con il Comune, si decise di sistemare tutti gli Alunni nella sede principale, fuori paese.
Naturalmente, vi furono delle assicurazioni che presto si sarebbe provveduto a sistemare nuove aule, perché non c’era spazio per tutti gli Alunni, e nel frattempo sarebbe stato necessario organizzare doppi turni per alcune classi.
Intanto, già dall’anno prima, era passato dal Ginnasio al Liceo. Ora insegnava solo latino e greco, non più, oltre a queste come al ginnasio, italiano, storia, educazione civica e geografia.
Lui segnava gli errori nei compiti in classe, con la massima attenzione, e annotava la versione esatta, con vari consigli.
Non infieriva invece nei compiti a casa, che consistevano in kilometriche relazioni su libri di narrativa di autori importanti della letteratura del novecento, in genere italiana.
Insomma, aveva fra l’altro letto su un valido manuale di didattica che non bisogna esagerare con l’umiliante segnatura degli errori inflitta agli allievi.
Lo aveva letto su un testo di vari illustri docenti, fra cui il prof. Pieraccioni, di Firenze.
Ma evidentemente queste teorie non erano bene accette nella scuola. La lettera in cui gli fu segnata questa osservazione era, tra l’altro, colma di errori più e meno gravi.
Decise di non insegnare più italiano, e di passare quindi al liceo. Cosa che effettivamente aveva fatto.
Adesso, era stato nominato anche, per poco tempo, luogotenente di sezione staccata.
Che carriera … dove sarebbe arrivato? Lo seppe presto.
Ci fu un collegio dei docenti, e i professori tra l’altro votarono per la nomina del vicepreside.
Una carica non importante.
Se non che, date le particolari condizioni di emergenza in cui versava la scuola, la professoressa, quotatissima, eletta con nove voti, il numero delle Muse, non accettò.
Se avesse accettato, avrebbe dovuto lavorare il doppio, o il triplo, perché il preside era anche capo di istituto del liceo del capoluogo di provincia, e raramente sarebbe venuto ad amministrare la scuola periferica.
Insomma, avrebbe dovuto fare da preside senza esserlo, in una situazione scottante.
E così fece il piccolo rifiuto, fra l’approvazione dei colleghi e la costernazione del preside.
Fabrizio aveva totalizzato sei voti, chissà da chi, perché non lo seppe mai, e fu nominato vicepreside e vicario del preside in sua assenza.
Una vera e scattante scalata ad un potere davvero scottante. La mamma fu davvero contenta del fatto.
Ci teneva a pensare che il proprio figliolo era stato così quasi premiato per il suo impegno.
Erano passate appena un paio di settimane dalla nomina, quando un giorno il preside lo mandò in una vicina fabbrica per la premiazione di alcuni alunni meritevoli, cui l’azienda offriva una borsa di studio.
C’era anche i viceprovveditore.
E proprio questo gli disse che il vicepreside del liceo sarebbe stato probabilmente nominato preside, perché al titolare della presidenza era stata assegnata la presidenza al liceo cittadino.
Quando riferì questa cosa alla madre, questa fu così felice che quasi non si reggeva, e volle uscire a passeggio per il paese, a fare della compere, perché non si sarebbe mai immaginata che lui sarebbe diventato il 'primo' del suo liceo.
Così cominciò la sua attività difficilissima di capo d’istituto.
Il bello fu che doveva continuare a insegnare, perché la sua supplente tardava ad arrivare.
E arrivò quasi sotto Natale.
Così lui per più di due mesi, fino a Gennaio, dovette svolgere le funzioni di preside e quelle di docente.
Era contemporaneamente un suo professore e un suo stesso superiore.
Capì subito, tuttavia, chi controllava il potere reale nella sua scuola.
Quella che successivamente un suo amico, marito d’una insegnante, avrebbe chiamato scherzosamente, ma non tanto, ‘cupola’, come si fa per certe organizzazioni di potere occulto ma non tanto.
Il 18 dicembre ci fu un collegio dei docenti, e tutto filò abbastanza liscio, finché si parlò delle assemblee degli Alunni.
Giorni prima i professori avevano accompagnato gli Alunni ad una conferenza nella sede dell’auditorium comunale, al centro del paese, a circa due kilometri dal liceo.
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Qualche allievo aveva gettato delle carte per terra, e una impiegata del Comune aveva telefonato al preside dicendogli che gli avrebbero fatto pagare i danni se la cosa si fosse ripetuta.
A questo punto, visto come stavano le cose, lui al collegio dei docenti aveva chiesto rassicurazioni sulla disponibilità dei professori ad accompagnare gli Alunni o comunque ad assistere alle assemblee.
La risposta dei suoi colleghi era stata che non avrebbero svolto assistenza durante le assemblee.
Questo atteggiamento rappresentava un imprevisto per Fabrizio. Ma lui escogitò una strategia complessa quanto funzionale.
Inviò una dichiarazione scritta con la sua personale macchina da scrivere a tutti i genitori, sentito il parere del consiglio di istituto, e si fece consegnare dagli alunni la stessa firmata in fede.
Nella dichiarazione si diceva che gli Alunni a suo tempo avrebbero partecipato regolarmente alle assemblee, salvo cause di forza maggiore, nell’Auditorium comunale, alla presenza del preside, da solo, e che comunque sarebbero stati responsabili degli eventuali danni al locale.
In questo modo, preferì assistere da solo e sorvegliare l’esuberanza di quasi duecentocinquanta Alunni, piuttosto che far rinunciare loro ad un diritto importante, oppure costringerli ad effettuare assemblee d’istituto nelle classi, spezzando l’unità delle manifestazioni.
Quell’anno le assemblee furono tali, con discussioni impegnate, con la partecipazione del Sindaco ed altre autorità.
Fu anche creato un Comitato Studentesco da consultare per la organizzazione delle assemblee.
In quel periodo grande fu l’affetto dimostrato dai suoi alunni.
Nel giorno del suo compleanno offrirono a tutta la scuola dolci squisiti.
I colleghi ne restarono stupefatti.
Ma anche ... soddisfatti.
Fu il periodo in cui lo status sociale di Rufus toccò il massimo grado.
Era benvoluto e popolare presso gli alunni, ma certo non poteva durare.
Amministrare una scuola è difficile, se si sceglie la strada della linearità assoluta, se non si cede alle lusinghe, se non ci si svende.
Nel passato aveva cercato di lottare soprattutto per vincere la tendenza a risolvere i problemi dell’apprendimento con le lezioni private.
E’ inutile negarlo, ogni insegnante ha fatto o è stato tentato di farne.
E’ assurdo, ma l’istruzione e l’insegnamento, ammesso che esistano, negano la loro stessa esistenza quando si trasformano i docenti in precettori interessati e in giudici.
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Molti insegnanti avevano trasformato la scuola in una specie di mercato clandestino di lezioni, di ‘ripetizioni’, e siccome ‘repetita juvant’, docenti di quasi tutte l